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Migranti, quell'amicizia nata sulla Ocean Viking, Rakim: "Ho curato e assistito Adil anche se non lo conoscevo: era chiuso nei suoi incubi"

Entrambi provenienti da una casa prigione in Libia, ora sbarcati finalmente a Ravenna. Adil, vittima di torture e abusi, era incapace di parlare, mangiare, muoversi, lavarsi, provvedere a sé. Ora avrà l'assistenza di cui ha bisogno
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RAVENNA - Adil da qualche parte si è perso. Era in Libia, di questo si è certi, e lì di lui è rimasto un pezzo. Magari riuscirà a recuperarlo adesso che finalmente ha messo piede sulla terra ferma e a terra potrà forse trovare l'assistenza di cui ha diritto. Adesso che il soccorso è concluso e tutti i naufraghi sono sbarcati dalla Ocean Viking. Lui è stato uno dei primi.  

Avvolto nella coperta grigia, ha percorso con passo spaventato la scaletta. L'ultimo saluto è stato per Rakim, l'uomo che laggiù in Libia ne è diventato l'angelo custode.  "Quando l'ho incontrato era già così, imprigionato nei suoi incubi", spiega. Non è un suo familiare, né un amico, non lo conosce da anni, ma per settimane lo ha curato, calmato, protetto come se fosse un figlio.  

Sul ponte della Ocean Viking, durante il lungo viaggio verso Nord, era facile ve…

RAVENNA - Adil da qualche parte si è perso. Era in Libia, di questo si è certi, e lì di lui è rimasto un pezzo. Magari riuscirà a recuperarlo adesso che finalmente ha messo piede sulla terra ferma e a terra potrà forse trovare l'assistenza di cui ha diritto. Adesso che il soccorso è concluso e tutti i naufraghi sono sbarcati dalla Ocean Viking. Lui è stato uno dei primi.  

Avvolto nella coperta grigia, ha percorso con passo spaventato la scaletta. L'ultimo saluto è stato per Rakim, l'uomo che laggiù in Libia ne è diventato l'angelo custode.  "Quando l'ho incontrato era già così, imprigionato nei suoi incubi", spiega. Non è un suo familiare, né un amico, non lo conosce da anni, ma per settimane lo ha curato, calmato, protetto come se fosse un figlio.  

Sul ponte della Ocean Viking, durante il lungo viaggio verso Nord, era facile vederli affacciati per ore a guardare la penisola scorrere a babordo, o camminare lenti lungo il ponte. Perché? "Perché nessuno lo stava facendo". E Adil, trent'anni forse, era in un angolo di una casa prigione, incapace di parlare, mangiare, muoversi, lavarsi, provvedere a sé.  

Chiuso nei suoi terrori e con i suoi incubi, con la faccia affilata mangiata dagli occhi sempre spalancati su un orrore che forse continua a vedere, anche se è ormai fisicamente lontano. Una pena da cui non sembra in grado di trovare assoluzione. "Quando mi sono accorto di lui, ho provato a parlarci, ma all'inizio neanche rispondeva", racconta Rakim, che in quella casa prigione ci è arrivato dopo. Anche lui era merce in vendita in quel supermarket degli esseri umani  che è la Libia, dove pakistani, bengalesi, tunisini valgono di più.  

Paure e incubi

"I trafficanti sanno che le loro famiglie si indebiteranno per generazioni pur di mandare i soldi del riscatto, chi viene dall'Africa subsahariana invece non è detto che sia ancora in contatto", spiega Mohamed, un altro dei naufraghi salvati dalla Ocean Viking nella notte fra il 26 e il 27, mentre guarda Adil muoversi sul ponte rapido, quasi spaventato dal rumore dei suoi stessi passi.  

"Noi paghiamo per il nostro viaggio quando partiamo e il transito è caro, ma non finisce lì, non finisce mai", racconta Rakim, che ormai anni fa è andato via dal Kashmir pakistano perennemente in guerra, lasciandosi dietro una moglie e due figli. "Quando arrivi in Libia però il denaro non ti basta mai. Quello che hai te lo rubano o te lo estorcono, ma neanche è facile metterlo insieme. Capita di lavorare giornate intere senza essere pagati". Le proteste invece, quelle sì, si pagano, spiega guardandosi i piedi deformati dalle unghie che gli hanno strappato. "Non c'è uomo che non sia armato, succedono cose terribili lì", racconta. Ma nei dettagli non scende, svia la domanda quando gli si chiede se ha perso qualcuno.  

Racconta di essere stato per lungo tempo chiuso in un campo prigione, poi di essere stato improvvisamente venduto e spostato altrove. Nel nuovo casermone in cui è stato buttato come un pacco, c'era Adil. Solo. Quasi accartocciato in un angolo del capannone in cui tutti stavano. 

"Ho iniziato a portargli del cibo, magari chiedevo a ognuno di cedermi un po' della sua porzione per far mangiare anche lui". Di quel ragazzo sconosciuto, Rakim è diventato il baluardo. Lo ha protetto dagli altri, dai libici, dal mare, dalle sue stesse paure. Ha cercato di contattarne la famiglia per avere notizie. 

Una volta - ha scoperto - Adil era un trentenne come tanti, era nato e viveva in un villaggio vicino a quello di Rakim, faceva il meccanico e aveva anche una sua autofficina. Poi ha deciso o è stato costretto a partire -   è così facile che tutto cambi nel Kashmir da decenni teatro di una delle tante guerre dimenticate - è finito in Libia, e qualcosa lì è successo.  

"Mi volevano fucilare, ci hanno provato", si è fatto scappare in uno dei rari momenti di lucidità a bordo della Ocean Viking. Non è mai riuscito ad andare oltre.  Guarda tutto con occhi da animale braccato, a volte cerca forsennatamente qualcosa, con gli occhi e con le mani, spesso un terrore pressoché totale lo invade - e basta qualcuno che parli con un tono di voce un po' più alto perché succeda - e rimane come paralizzato.  

Sprazzi di ricordi

Di tanto in tanto ce la fa a esprimere un pensiero coerente, a raccontare qualcosa di sé, ma sono sprazzi di ricordi, momenti che durano poco. A volte lo fanno piangere a dirotto. Con Mosleh, il mediatore culturale, che è diventato il suo muro del pianto e la sua ombra, ha parlato, pianto, semplicemente sciorinato litanie senza senso per ore, per giorni. Adil lo chiama "zio" e forse come tale lo vede e lo ricorda.  

Nei giorni che ha passato a bordo della nave di Sos Mediterranée progressivamente è migliorato. È capitato anche che provasse a interagire per qualche momento con gli altri, o a fare qualche passo senza Rakim o Mosleh accanto.  

L'ultima sera si è persino avvicinato al gruppo che con i jambé ha festeggiato l'imminente arrivo a terra, la fine di un incubo , la Libia che diventa solo atroce ricordo. Cinque minuti, non di più. Poi si è andato subito a rifugiare nella branda all'interno della clinica dove per prudenza fin dall'inizio è stato ricoverato. A Rakim non sembrava vero. 

"Spero che adesso in Italia trovi qualcuno che lo possa aiutare", dice. E tu invece? Per te, cosa speri? "Solo di trovare un lavoro, poter stare tranquillo". Ma i tuoi sogni Rakim? "La mia famiglia, mia moglie, mia figlia, mio figlio con me, in un posto in cui non debbano aver paura di morire".