Aiutare le attività commerciali, le aziende e le istituzioni a trasformare in un'opportunità le misure restrittive della fase 2. È l'idea di BLOSSOM, un nuovo team “multidisciplinare”, formato da cinque professionisti in diversi settori: l'architetto Silvia Pedron, l'art director e organizzatore di eventi Luca Bernardis, il graphic designer Christian Taddio, la poetessa e docente di scrittura e comunicazione all’Università di Udine Francesca Cerno e Damiano Ghini, imprenditore nel settore dei servizi di pulizia e sanificazione.
«Ho iniziato a ragionarci nelle settimane di riposo forzato, quando, come quasi tutti, ho dovuto sospendere il lavoro», racconta Bernardis. «Parlando con amici e navigando sui social, mi sono accorto che le persone non sapevano dove sbattere la testa. Erano tutti occupati a capire come riaprire. Per ora le direttive mi sembrano ancora vaghe – e anzi, se diamo per buona la data del 18 maggio, direi che siamo piuttosto in ritardo. Comunque, che si parli di distanze di sicurezza, di schermi di plexiglas o di nuove regole per le prenotazioni, una cosa è sicura: c'è l'esigenza di avere consulenti che in maniera organica si occupino di questi aspetti. E non appena le norme saranno chiare, noi siamo pronti ad applicarle in modo preciso».
Il team interverrà per risolvere i vari aspetti dal punto di vista architettonico e della comunicazione. E ad aver bisogno di una bussola attraverso le nebbie dei protocolli per le riaperture non sono solo i privati, ma anche istituzioni culturali e amministrazioni locali: «Abbiamo appena preso contatto con un comune – spiega ancora Bernardis – Cercano qualcuno che li aiuti a riorganizzare gli spazi pubblici e anche a far comprendere i cambiamenti ai cittadini, che è un passaggio fondamentale per consolidare un rapporto di fiducia con le istituzioni».
Di un aspetto Bernardis e il suo gruppo sono certi. Affiancare le persone nella ripartenza significherà soprattutto guidarle nella trasformazione della loro attività alla luce delle nuove direttive, che non devono essere intese come misure punitive: «Il futuro sarà certamente diverso, ma non deve per forza essere peggiore rispetto al passato. Le conseguenze della pandemia possono persino diventare un’occasione positiva. Non si tratta solo di ricavare quattro metri quadri in più, ma di reinventarsi. E noi italiani siamo famosi per questo».
«Ho iniziato a ragionarci nelle settimane di riposo forzato, quando, come quasi tutti, ho dovuto sospendere il lavoro», racconta Bernardis. «Parlando con amici e navigando sui social, mi sono accorto che le persone non sapevano dove sbattere la testa. Erano tutti occupati a capire come riaprire. Per ora le direttive mi sembrano ancora vaghe – e anzi, se diamo per buona la data del 18 maggio, direi che siamo piuttosto in ritardo. Comunque, che si parli di distanze di sicurezza, di schermi di plexiglas o di nuove regole per le prenotazioni, una cosa è sicura: c'è l'esigenza di avere consulenti che in maniera organica si occupino di questi aspetti. E non appena le norme saranno chiare, noi siamo pronti ad applicarle in modo preciso».
Il team interverrà per risolvere i vari aspetti dal punto di vista architettonico e della comunicazione. E ad aver bisogno di una bussola attraverso le nebbie dei protocolli per le riaperture non sono solo i privati, ma anche istituzioni culturali e amministrazioni locali: «Abbiamo appena preso contatto con un comune – spiega ancora Bernardis – Cercano qualcuno che li aiuti a riorganizzare gli spazi pubblici e anche a far comprendere i cambiamenti ai cittadini, che è un passaggio fondamentale per consolidare un rapporto di fiducia con le istituzioni».
Di un aspetto Bernardis e il suo gruppo sono certi. Affiancare le persone nella ripartenza significherà soprattutto guidarle nella trasformazione della loro attività alla luce delle nuove direttive, che non devono essere intese come misure punitive: «Il futuro sarà certamente diverso, ma non deve per forza essere peggiore rispetto al passato. Le conseguenze della pandemia possono persino diventare un’occasione positiva. Non si tratta solo di ricavare quattro metri quadri in più, ma di reinventarsi. E noi italiani siamo famosi per questo».