Vita da direttore in "equilibrio dinamico" tra arte e cavalli

Vita da direttore in "equilibrio dinamico" tra arte e cavalli
A capo di Palazzo Strozzi a Firenze, Arturo Galansino, è un cavaliere esperto e ci racconta come si divide tra Jeff Koons e il salto a ostacoli
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“Se io dipingo un cavallo selvaggio, magari non vedrete il cavallo ma senz’altro vedrete il selvaggio”. Così Pablo Picasso descriveva l’essenza del fascino che esercitavano su di lui i cavalli e ne ha rappresentati di magistrali. Uno su tutti quello dipinto al centro di Guernica, un cuore pulsante che fa vibrare tutta la composizione e rappresenta un grido di dolore universale, che accomuna uomini e animali in un unico destino. Un aspetto leggermente “selvaggio” lo assume anche Arturo Galansino quando, superata la soglia di Palazzo Strozzi, va in direzione maneggio. Il direttore di quello che è diventato, sotto la sua cura, uno degli spazi più interessanti di Firenze, è un cavaliere, quarantacinquenne piemontese, molto appassionato fin da quando era bambino. Poi è sopraggiunta l’arte a travolgerlo, ma come si dice “il primo amore non si scorda mai” e qui ce ne racconta i dettagli, senza trascurare la dimensione estetica, che evidentemente unisce entrambe le “febbri”.

Direttore, quando ha iniziato ad andare a cavallo e perché?

Da subito l’equitazione è stato un affare di famiglia. Mio padre Giulio è sempre stato appassionato di cavalli e, prima ancora che lui ci insegnasse a montare, mia sorella Federica ed io siamo cresciuti a contatto con questi animali, frequentato i concorsi ippici e masticato il lessico equestre. Anche mia madre Lorena, dopo aver sopportato tanti anni di discussioni a tavola e la frequentazione diretta con questo mondo, suo malgrado, si può considerare un’esperta di cavalli a pieno titolo.

Arturo Galansino a 3 anni
Arturo Galansino a 3 anni 

Mi parlami degli inizi

Il mio primo cavallo si chiamava Veronica, una pony saura, buffa e dispettosa. All’epoca tenevamo i cavalli in un piccolo maneggio di campagna, nel Monferrato, dove, in qualsiasi stagione, ho passato i pomeriggi della mia infanzia e della mia adolescenza. Oltre al mio pony avevo la possibilità di montare altri cavalli e, da autodidatta, cercare di imparare. Erano decisamente altri tempi, e l’anziano proprietario del maneggio, per diletto, comprava qualche cavallo da commercio e mi permetteva di montarli a casa e portarli in concorso. Ricordo ancora le sue storie sulle imprese della Cavalleria o sui tempi gloriosi dell’equitazione italiana dei fratelli D’Inzeo e di Graziano Mancinelli. Nelle sue parole il salto ostacoli assumeva una dimensione quasi mitologica: gli ostacoli erano trappole micidiali, i cavalli creature dai poteri soprannaturali e i cavalieri eroi coraggiosi dalle membra d’acciaio. Insomma, racconti perfetti per impressionare un bambino.

Arturo Galansino con Veronica, nel 1986
Arturo Galansino con Veronica, nel 1986 

Quale grande campione di questo sport ammira particolarmente?

Ho sempre ammirato Nick Skelton, uno dei personaggi carismatici che han segnato quarant’anni di salto ostacoli. Ho conservato a lungo un suo autografo, impudentemente chiestogli a nove anni in una grigia giornata normanna, ai Campionati Europei di Dinard, nel 1985. Ispirandomi a lui avevo preso il vezzo di montare in gara con un vecchio cap sbiadito, fin quando i regolamenti lo hanno permesso. Ero in tribuna a tifare per lui alle Olimpiadi di Londra nel 2012, assieme alla mia famiglia e all’amico Fabrizio Moretti, grande art dealer e fan del cavaliere britannico. Quella volta Nick e il suo Big Star non vinsero per un soffio l’oro individuale. La loro rivincita sul destino, conquistata a Rio de Janeiro quattro anni dopo, dopo una lunga serie di infortuni, è degna di essere annoverata tra le grandi storie sportive di tutti i tempi.

Quale è stato il suo cavallo preferito?

Ho avuto e montato tanti cavalli e me li porto tutti nel cuore perché ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Devo davvero moltissimo a Byona Van Den Bosrand, baia belga del 2001, perché è grazie a lei che ho ricominciato a saltare dopo una lunga interruzione. Il salto ostacoli è una sorta di sport “estremo”, nel senso che richiede di far ruotare buona parte della propria esistenza intorno ad esso, cosa difficilmente conciliabile con certe professioni. Così, essendomi trasferito per lavoro prima a Parigi e poi a Londra, dovetti abbandonare il mondo dei cavalli per più di dodici anni. All’inizio del 2018, qualche anno dopo essere tornato in Italia, decisi di ricominciare a montare un po’ e il mio istruttore Francesco Lazzarini, del Centro Ippico Generale Cacciandra di Alessandria, mi consigliò questa cavalla già anziana che apparteneva ad un’allieva che stava smettendo. Un po’ dubbioso, accettai di provarla e tra di noi scattò immediatamente il colpo di fulmine, un’intesa speciale che mi ha riportato in sella. Byona è una cavalla con un grandissimo cuore, generosa, sensibile, che durante il percorso è in grado di tirar fuori una forza straordinaria. È precisissima e i pochi errori che abbiamo fatto son sempre stati riconducibili alle mie scarse doti.  A vent’anni suonati è ancora in piena forma e ha una gran voglia di saltare. Oggi si gode una sorta di prepensionamento sotto la sella di mia nipote Rachele, che avrà molto da imparare da questa maestra d’eccezione.

Arturo Galansino con Byona, nel 2018
Arturo Galansino con Byona, nel 2018 

Con i suoi impegni lavorativi come fa oggi a trovare il tempo per partecipare ai concorsi ippici?

In questi anni ho fatto di tutto per trovare il modo di gareggiare. Mi è capitato più volte di scendere da un volo intercontinentale e, intorpidito dal jet lag, affannarmi per raggiungere il luogo del concorso, dove mi attendevano i cavalli sellati e la ricognizione del percorso già in svolgimento... Con un lavoro piuttosto impegnativo ed essendo sempre in viaggio, il tempo per allenarmi è inesistente. Perciò monto quasi esclusivamente in gara: una routine non consigliabile per nessun tipo di sport! Perciò anche la mia nuova cavalla, Katega II AC, una saura belga del 2010 dal temperamento piuttosto caldo ed irruente, non vive a Firenze dove risiedo, ma ad Alessandria, dove è allenata e accudita quotidianamente da mia sorella, sotto la guida del mio istruttore. I cavalli sono parte della famiglia e questa organizzazione famigliare è diventata una sorta di metodo.

E, ciò nonostante, riesce ad ottenere risultati…

Montando poco, alla mia età, non si può sperare che la mia equitazione faccia grandi progressi. Mi iscrivo in categorie “comode”, per me e per la mia cavalla, e mi affido alla buona volontà della mia compagna di avventure. Vincere è una bella sensazione ma non dovrebbe essere la cosa più importante per un dilettante. Personalmente ho una visione più poetica, o filosofica, di questo sport e trovo più arricchente cercare l’armonia con il cavallo che il risultato a tutti costi. In fondo c’è qualcosa di etico in un percorso fatto bene e forse nell’equilibrio dinamico di un salto si può trovare un punto fermo per la propria vita.

Da Leonardo a Koons (mostra/Shine), molti artisti si sono dedicati a rappresentare cavalli. Il ritratto equestre è un classico dell’arte antica fino all’Ottocento. Quell’iconografia esprime potenza, capacità di controllo ed è espressione di altre metafore concettuali. Ha mai pensato di farsi ritrarre a cavallo? Eventualmente da chi?

Compagno di strada dell’Uomo, il Cavallo è protagonista della storia dell’arte, dalle galoppate elleniche scolpite da Fidia nel marmo pentelico, fino alla modernità della Città che sale nelle pennellate filamentose di Umberto Boccioni. Quando lavoravo alla National Gallery di Londra andavo spesso ad ammirare Whistlejacket, ritratto a grandezza naturale di un purosangue impennato.

Whistlejacket, ritratto di George Stubbs, del 1762
Whistlejacket, ritratto di George Stubbs, del 1762 

Dipinto da George Stubbs nel 1762 per il marchese di Rockingham, proprietario dell’animale, fervente appassionato di corse e allevatore, oltre a rappresentare l’impeto e la maestà equina, questo quadro celebra gli sport equestri attraverso l’immagine di un grande campione. Piuttosto di un ritratto di me a cavallo, chiederei proprio a Stubbs un ritratto dei miei cavalli. Sono loro i veri protagonisti, noi cavalieri siamo solo comparse.