Caduta e rinascita: così Lis Hartel conquistò il podio olimpico di dressage. Prima donna e prima disabile
di Umberto Martuscelli , di Umberto MartuscelliLa scena sembra muovere i protagonisti al rallentatore. Lui è alto e rigido, inguainato in una divisa scura che gli serra il collo fin quasi sotto la gola con un colletto spesso e fasciato dalle mostrine, mentre sul petto tre file di bottoni la percorrono dalle spalle alla vita: a destra, a sinistra, al centro. Lei è ferma al suo fianco, vestita in frac e cilindro, con i pantaloni bianchi che terminano in un ampio sbuffo là dove si infilano negli stivali altissimi sulla gamba, stivali stretti, affusolati, di cuoio nero.
Sui loro volti l’espressione è seria e compunta, resa tale dalla consapevolezza del momento, dal protocollo e anche dall’emozione. Lui però a un certo punto si volta verso di lei con un sorriso appena accennato, e lei risponde con uno sguardo che in assenza di parole vuol comunque dire sì, va bene. Allora lui le passa un braccio dietro la schiena e l’altro, chinandosi appena, dietro le ginocchia: e la solleva…
La scena sembra muovere i protagonisti al rallentatore. Lui è alto e rigido, inguainato in una divisa scura che gli serra il collo fin quasi sotto la gola con un colletto spesso e fasciato dalle mostrine, mentre sul petto tre file di bottoni la percorrono dalle spalle alla vita: a destra, a sinistra, al centro. Lei è ferma al suo fianco, vestita in frac e cilindro, con i pantaloni bianchi che terminano in un ampio sbuffo là dove si infilano negli stivali altissimi sulla gamba, stivali stretti, affusolati, di cuoio nero.
Sui loro volti l’espressione è seria e compunta, resa tale dalla consapevolezza del momento, dal protocollo e anche dall’emozione. Lui però a un certo punto si volta verso di lei con un sorriso appena accennato, e lei risponde con uno sguardo che in assenza di parole vuol comunque dire sì, va bene. Allora lui le passa un braccio dietro la schiena e l’altro, chinandosi appena, dietro le ginocchia: e la solleva. Lei gli mette un braccio attorno alle spalle con grazia, per sostenersi. E insieme camminano… lei tra le braccia di lui.
Il pubblico non capisce. Non può capire. Lo sconcerto nell’assistere a una tale scena deriva dal fatto che negli spettatori è molto ben chiara la certezza che il momento e l’occasione escludono categoricamente la possibilità di gesti di intimità o anche solo confidenza, per non parlare di scherzosità complice… Del resto loro stessi – il cavaliere militare e l’amazzone – non dimostrano nulla di ciò nelle espressioni dei loro volti, sui quali invece è ben visibile la comprensione della solennità della circostanza. Questa è la cerimonia di premiazione delle Olimpiadi… sono presenti le autorità civili e militari, i rappresentanti della politica, e naturalmente tutti gli altri protagonisti di quella gara, e gli addetti ai lavori, e i tecnici, e i giornalisti…
Siamo a Helsinki, nel 1952. Allora la comunicazione praticamente non esisteva. Gli spettatori sapevano quello che dovevano sapere nel momento in cui lo vedevano accadere davanti ai loro occhi. E quello che adesso vedono davanti ai loro occhi è quello che sta succedendo… Succede questo: l’ufficiale svedese Henri St. Cyr, seguito dall’ufficiale francese André Jousseaume, arriva al podio tenendo l’amazzone danese Lis Hartel tra le braccia, con mille precauzioni la deposita sul gradino del secondo classificato continuando a sostenerla finché lei non dimostra di aver trovato una stabilità sicura, poi attende ancora qualche istante per assicurarsi che per lei stia andando tutto bene, quindi raggiunge il gradino del primo classificato e vi sale con un passo atletico, mentre André Jousseaume – meno giovane dei suoi due avversari – guadagna la terza posizione.
Inizia la cerimonia. Alle note dell’inno nazionale svedese i due ufficiali scattano sull’attenti irrigidendosi nel saluto militare… mentre lei non resiste, non può resistere: e quindi estrae dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di lino bianco con cui si asciuga le lacrime che le sgorgano dagli occhi, lacrime di emozione, lacrime di gioia, lacrime di chi diviene improvvisamente consapevole di essere riuscito nell’impresa tanto sognata e desiderata, fortemente voluta eppure nello stesso tempo molto temuta…
Forse in quel momento mentre gli occhi liberano finalmente le lacrime purificatrici lo sguardo della mente di Lis Hartel ripercorre con fulminea panoramica tutto l’accaduto, l’accaduto di quegli ultimi anni… Lei giovane e bella, bravissima amazzone, il matrimonio a 20 anni nel 1941, poi nel 1944 la gravidanza per la seconda figlia, e durante la gravidanza una terribile forma di poliomelite… la paralisi di quasi tutto il corpo… no, dicono i medici, sarà un miracolo se solo riuscirà a sostenersi con le stampelle, tutto il resto è da dimenticare… Ma Lis Hartel non dimentica affatto: lei vuole assolutamente riprendere a montare a cavallo.
Così con l’aiuto della mamma (a sua volta valente amazzone, nonché istruttrice della stessa Lis e della sorella Tove) e del marito si getta a capofitto in una sorta di percorso di riabilitazione del tutto empirico, autogestito: prima riguadagna il movimento delle braccia, poi la capacità di stare in piedi appoggiata con la schiena al muro, poi di muoversi lentamente sostenendosi alla sedia a rotelle… Fatica, dolori, lacrime, scoramento: ma Lis non molla, e così dopo solo un anno dal ritorno a casa dall’ospedale riesce a camminare sostenendosi con le stampelle. Un progresso enorme, quasi incredibile agli occhi di chi le aveva pronosticato un futuro ben diverso: anche se dal ginocchio in giù le sue gambe non riprendono né mai più riprenderanno la vita… Eppure, nonostante ciò, lei rimonta a cavallo, correndo pericoli spaventosi: una caduta e un incidente avrebbero potuto vanificare ogni sforzo, se non rendere la situazione perfino peggiore. Lis cade: ma si rialza ogni volta.
Si rialza: torna in gara, nel 1947 conquista la medaglia d’argento nel campionato nazionale di dressage, risultato che la qualificherebbe per le Olimpiadi di Londra 1948, se solo i Giochi fossero aperti anche alle donne… Lei non demorde, certa che prima o poi anche le amazzoni avrebbero potuto vivere in gara la competizione a cinque cerchi. Cosa che infatti accade nel 1952, ma solo per il dressage… Lis Hartel arriva alle Olimpiadi di Helsinki con la sua Jubilee. E’ un sogno: sì, le Olimpiadi…
Le lacrime, quindi. Lis Hartel non può trattenerle: ferma sul podio del secondo classificato, Lis Hartel ottiene in realtà una vittoria che vale infinitamente più di qualunque medaglia d’oro esistente al mondo. Terminato l’inno nazionale svedese, e prima che arrivino le autorità a consegnare i trofei olimpici, Henri St. Cyr si volta e sorride guardando Lis Hartel questa volta con minore rigidezza, e lei risponde felice e commossa. André Jousseaume dal canto suo senz’altro pensa di essere felice di una classifica che lo vede alle spalle di questa donna eccezionale.
Una donna eccezionale, sì. Dopo aver ottenuto alle Olimpiadi di Stoccolma 1956 lo stesso identico risultato di Helsinki 1952 – e sempre alle spalle di St. Cyr – Lis Hartel abbandona l’agonismo nel 1959 e si dedica al training di altri cavalieri di dressage. Ma soprattutto fonda in Danimarca il primo centro ippico dedicato alla pratica della ippoterapia, dedicato alla rieducazione in sella di persone disabili: il primo passo di un cammino che lentamente e progressivamente sarebbe diventato una realtà diffusa in tutto il pianeta. Grazie a lei. Grazie a Lis Hartel, che muore il 12 febbraio del 2009, prossima al compimento di 88 anni: lasciando al mondo intero un’eredità destinata a durare per sempre.