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Le impareggiabili amazzoni di Versailles

Foto di A. Popeney e F. Berthelot 
Nelle scuderie della Reggia di Versailles, l’Accademia, creata e diretta da Bartabas, coltiva l’arte equestre ai massimi livelli e offre uno spettacolo esaltante, che coniuga il rigore dell’alta equitazione a una sapiente regia
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La grande sale del maneggio è immersa nella penombra. Solo un timido chiarore di braci si diffonde dai quindici lampadari, sospesi sull’arena, come mongolfiere di foglie di vetro di Murano. Gli spettatori vengono fatti accomodare sulle gradinate. A mano a mano che si guardano intorno, si accorgono che sulle pareti ai loro lati - seminascosti dalle strutture in legno che sostengono i palchetti, affacciati sopra la tribuna - si intuiscono giganteschi disegni di cavalli, tracciati al carboncino e al gesso bianco. Sono opera di Jean-Louis Sauvat: artista francese, cavaliere, allievo e amico di Nuno Oliveira, che ha consacrato la sua passione di pittore e scultore al culto del cavallo. Le figure emergono dalle pareti segnate dal tempo, come tracce di un’antica arte rupestre, contribuendo al fascino misterioso e quasi mistico che aleggia nella sala. Lentissimamente, luci sapientemente orientate fanno emergere dalla parete di fondo del maneggio la testa di un cavallo, la cui criniera agitata dal vento si irradia attorno alla sua figura come una corona solare. Ai suoi lati, ora si intuiscono due sculture, che si stagliano da due riquadri nella parete di legno e rappresentano, fortemente stilizzate, la parte anteriore e quella posteriore di un cavallo scalpitante. L’attesa è finalmente terminata.

Foto di A. Popeney e F. Berthelot 

Un faro punta l’angolo del maneggio più vicino alla tribuna. Da quel lato, una giovane donna, appiedata, fa il suo ingresso nell’arena. Indossa un kimono di foggia orientale e porta con sé un arco giapponese e una freccia. Il chiarore che la illumina rivela che, sul lato opposto del maneggio, è comparso un bersaglio. Con gesti misurati, l’arciera si piazza sulle gambe. Incocca la freccia. Respira. Tende con eleganza l’arco e scocca. L’urto della freccia che si pianta nel bersaglio, come un colpo di tamburo, spegne le luci. Un attimo dopo, la sala s’illumina dei mille riflessi delle grandi vetrate a specchio che chiudono i due lati lunghi dell’arena, la musica di Bach irrompe con le sue aeree geometrie, mentre una splendida amazzone e il suo stallone entrano al passo di scuola nel maneggio.

Comincia così La voie de l’écuyere (la via dell’amazzone), l’abbagliante spettacolo dell’Académie du Spectacle Èquestre di Versailles. Creata nel 2003 da Bartabas, il geniale ideatore francese del teatro equestre moderno, e installata nella Grand Écurie della reggia voluta dal Re Sole, l’Accademia rappresenta una scuola unica al mondo e offre uno degli spettacoli equestri più belli che abbia mai visto (e vi assicuro di aver girato mezzo mondo per vederne quanti potevo…). Un’esibizione che è una sintesi colta ed elegante della tradizione delle accademie equestri dei secoli passati – nelle quali oltre all’arte di cavalcare, si apprendevano anche discipline come la scherma, la danza, la musica e la matematica – e della peculiare concezione dell’arte equestre di Bartabas - che intende la dedizione al cavallo come una disciplina quasi sacerdotale e l’esperienza artistica, come una dimensione innanzitutto comunitaria. “Volevo creare una scuola di un genere nuovo – afferma lo stesso Bartabas nel suo Manifeste pour la vie d’artiste (Èditions Autrement, 2012, p. 27-28) – una sorta di compagnia-scuola dove inventare una filosofia del ‘vivere insieme’, una scuola in cui i cavalli ci insegnassero a lavorare in armonia, nel rispetto dell’altro, una scuola in perpetuo movimento, senza regole prestabilite, senza cursus, senza diploma; una scuola in cui apprendere delle tecniche, maturare un’esperienza, ma nella quale imparare anche a condividere, per creare, infine, insieme”.

Foto di A. Popeney e F. Berthelot 

Lo ripeto, il prodotto di questa intuizione del fondatore e direttore artistico è eccezionale. È uno spettacolo equestre che coniuga il rigore tecnico dell’alta scuola d’equitazione, praticata ai massimi livelli, alla sapienza artistica di una vera messa in scena teatrale. Che siano gli esercizi di scherma a cavallo - eseguiti con spericolata destrezza dalle giovani amazzoni, montate sui loro scattanti ginnetti - oppure il carosello - danzato con stupefacente sincronismo dalle stesse amazzoni, che guidano alle redini lunghe un gruppo di piccoli cavallini portoghesi, i soraya – tutto si svolge con ritmo studiato e palpitante. Gli assoli e i passi a due e a tre delle amazzoni più esperte, lasciano senza fiato per l’eleganza del loro assetto in sella, per l’esattezza degli esercizi, per la compostezza e il perfetto addestramento dei cavalli, che appaiono compiacersi di danzare nella luce. Lo stesso vale per il grande carosello, eseguito da tutte le amazzoni, montate su splendidi lusitani dal mantello cremello. Un concatenarsi di figure, un sincronismo di movimenti, un’armonia dell’insieme davvero sbalorditivi. 

Tutto al ritmo di musiche che sottolineano ed esaltano i gesti dei cavalli. Come quando quattro di loro vengono liberati nell’arena, sulle note di Stravinskij, e le loro amazzoni li osservano dai quattro angoli del maneggio, mentre si inseguono, corrono, si rotolano sulla sabbia, si impennano, per poi tornare a giocare tra loro. Nonostante la casualità dei loro gesti, lo spettatore ha la sensazione che gli animali reagiscano a quella musica e che, tra i loro movimenti, dettati dall’istinto, e quelle note, si crei una segreta risonanza. Una corrispondenza che si fa poi evidente quando le quattro amazzoni convergono al centro dell’arena e prendono a girare su se stesse, come dervisci rotanti, e i cavalli prendono a galoppare loro intorno, per poi raggiungere ciascuno la propria portatrice, quando quelle si fermano. Un vero sortilegio di suggestione e d’emozioni.

Per Bartabas, la dedizione al cavallo è una disciplina di vita che richiede una consacrazione integrale. È una via iniziatica, come quella del budo, la “via della guerra”, la disciplina dei samurai giapponesi, che è evocata dal titolo dello spettacolo e dal volo di quella freccia che ne segna l’inizio. Le amazzoni della scuola apprendono l’arte del Kyudo, la via dell’arco giapponese, e la praticano insieme alla scherma, alla danza, al canto. Con gusto altrettanto squisito per le contaminazioni e le citazioni colte, il numero della cabriole, in cui il cavallo tenuto alla longia, spicca un salto e scalcia quando si trova nel punto più alto della sua parabola, viene eseguito sulle note di un’indemoniata tarantella, in omaggio ai maestri del Regno di Napoli, che per primi, nel Cinquecento, codificarono questo esercizio.

Il finale celebra l’intesa ineffabile che si stabilisce tra l’amazzone e la sua cavalcatura, quel contatto sensuale che le unisce, mentre danzano all’unisono. Le giovani donne sciolgono i loro capelli e cantano. Insieme.

Applausi.

 

 

 

Per informazioni: potete accedere al sito internet dell’accademia, cliccando su questo link: Académie du Spectacle Èquestre. Si tengono normalmente due spettacoli settimanali, il sabato e la domenica, ma nelle settimane dei periodi festivi (come, per esempio, durante quella di Natale) gli spettacoli sono più numerosi. Per vedere il calendario e acquistare i biglietti on line, potete cliccare su questo link: biglietteria Accademia di Versailles.