Umberto Smaila: "Con le ragazze sexy di Colpo grosso facemmo infuriare Reagan e Gheddafi. A Milano veniva a vederci Califano con i gangster della Mala"
di Giacomo Galanti , di Giacomo GalantiUmberto Smaila nasce a Verona nel 1950 da una famiglia di esuli fiumani. Diventa celebre con il gruppo comico “I Gatti di Vicolo Miracoli” con Jerry Calà, Franco Oppini e Nini Salerno nelle notti degli anni ‘70 al mitico Derby di Milano. Approda poi in tv come conduttore. Con il sexy-quiz a premi “Colpo grosso”, programma anni ‘80 della berlusconiana Italia 7, entra nell’immaginario collettivo: gli spogliarelli delle ragazze cin cin che rimangono a seno nudo fanno il record di ascolti.
Signor Smaila, con “Colpo grosso” fece infuriare l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan.
"In America fu quasi un caso di Stato. Mike Bongiorno mi disse: “Hai visto cosa hai combinato?”.
Come mai?
"Il successo di “Colpo grosso” fu strepitoso, quasi inaspettato. Milioni di telespettatori incollati alla tv. Qualcosa arrivò anche negli Stati Uniti tanto che un famoso programma t…
Umberto Smaila nasce a Verona nel 1950 da una famiglia di esuli fiumani. Diventa celebre con il gruppo comico “I Gatti di Vicolo Miracoli” con Jerry Calà, Franco Oppini e Nini Salerno nelle notti degli anni ‘70 al mitico Derby di Milano. Approda poi in tv come conduttore. Con il sexy-quiz a premi “Colpo grosso”, programma anni ‘80 della berlusconiana Italia 7, entra nell’immaginario collettivo: gli spogliarelli delle ragazze cin cin che rimangono a seno nudo fanno il record di ascolti.
Signor Smaila, con “Colpo grosso” fece infuriare l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan.
"In America fu quasi un caso di Stato. Mike Bongiorno mi disse: “Hai visto cosa hai combinato?”.
Come mai?
"Il successo di “Colpo grosso” fu strepitoso, quasi inaspettato. Milioni di telespettatori incollati alla tv. Qualcosa arrivò anche negli Stati Uniti tanto che un famoso programma televisivo, il Saturday Night Live mandò una troupe in Italia per riprendere lo spettacolo. A capo della troupe c’era Francis Ford Coppola che voleva comprare i diritti. Il problema è che quando andarono in onda, seppure coprendo i seni delle ragazze con stelline in elettronica, si scatenò un mezzo putiferio. Forse per un certo puritanesimo americano. Ma non ci fu solo Reagan. Anche Gheddafi si arrabbiò".
“Colpo grosso” al centro degli equilibri geopolitici.
"Gheddafi arrivò a minacciare di sparare un missile su Lampedusa perché con le parabole le ragazze cin cin erano arrivate anche da loro e a Tripoli la mattina i libici si alzavano stanchi con delle occhiaie così".
A Gorbaciov invece lo show piaceva.
"Mi dissero che si fece spedire a Mosca un po’ di vhs. Magari sono ancora in qualche cassetto del Cremlino".
In Italia le critiche non mancarono.
"Ma sì. Qualche perbenista si indignò. Ma ci fu anche qualche attestato di stima inaspettato. Quando giocavo nella Nazionale Artisti Tv ci incontrammo contro una squadra di frati. Alla fine della partita uno di loro mi disse che da quando non lo conducevo più io, “Colpo grosso” non era più lo stesso. Davanti al mio stupore mi disse che lo guardava sempre. A posto così".
Richard Dixon, traduttore delle opere di Leopardi in inglese, ha detto che ha imparato l’italiano guardando “Colpo grosso”.
"Be’, complimenti a noi. Si vede che non guardava solo le figure".
"Cin cin, cin cin diventeremo amici cin cin assaggia e poi mi dici cin cin brinda alla fortuna festeggia con noi, cin cin”. Anche la sigla è diventata un cult, come le è uscita?
"Non l’ho scritta io, e dire che di canzoni ne ho firmate un bel po’. Non si può dire che il testo non avesse una certa presa".
Certo che, tra le centinaia di repliche e il format che è stato copiato ovunque, sarà diventato ricco.
"Lasciamo perdere, è una ferita ancora aperta. Quando me lo proposero era da tempo che lavoravo in tv. Potevo dire di sì o di no. Invece chiesi una contropartita. Avrei fatto “Colpo grosso” in cambio della conduzione di un programma della prima rete Fininvest. Così mi diedero una trasmissione per casalinghe il pomeriggio su Canale 5. Il problema è che mi fecero subito firmare un pezzo di carta volante in cui c’era scritto che cedevo vita natural durante i diritti per tutto il mondo. Quindi non ho guadagnato mai nulla. Se avessi preso almeno mezza lira per ogni puntata trasmessa di "Colpo grosso" adesso abiterei in via della Spiga a Milano".
Attraverso la tv entra in contatto con i protagonisti della Guerra Fredda ma la storia con la “S” maiuscola aveva già interessato la sua famiglia.
"Mio padre e mia madre erano entrambi originari di Fiume. Con la cessione di quelle terre alla Jugoslavia, abbandonarono la loro casa e le loro famiglie. Dopo varie peregrinazioni decisero di fermarsi a Verona. Ma a differenza di altri esuli rimasero sempre attaccati alla loro città. Tanto che le estati da adolescente le ho passate tutte là, insieme a nonni, zii e cugini. Anche se non se la passavano tanto bene".
Racconti.
"Be’ sotto il regime di Tito c’era una bella miseria. La mia famiglia aveva da poco comprato una Fiat 600. La riempivamo di ogni genere alimentare, tanto che dietro rimaneva a malapena un posticino per me. Eravamo accolti come se fossimo a bordo di una Cadillac, quasi come i parenti ricchi d’America. I beni di prima necessità spesso scarseggiavano. Insomma, non era il massimo. Detto questo, prevalgono i ricordi di un giovane ragazzo che andava in vacanza".
Per esempio?
C’erano tante ragazze, più aperte di quelle di Verona che allora era una città cattolicissima e chiusissima. Poi il mare era stupendo anche se bisognava stare attenti agli squali, come era scritto sulle porte dei bagni pubblici. Qualcuno delle volte si avventurava al largo e non tornava più indietro. Guardi, a ricordare l’odore di quelle pinete che si mischia con l’aria impregnata di salsedine mi commuovo.
Torniamo a Verona e alla sua famiglia.
"Mio padre era un fabbro, lavorava in un'officina insieme ai due fratelli. Lavoro che aveva iniziato mio nonno a Fiume nell’Officina Smaila. Mamma invece era una maestra, studiava tanto e passava tutti i concorsi. A differenza di papà, è stata irredentista e legata a Fiume fino a quando è morta".
Fin da giovane aveva in mente di fare l’artista?
"Diciamo che l’indole era quella. Il mio percorso scolastico è stato particolare. Alle elementari ero un piccolo genio, avevo tutti dieci. I miei genitori mi fecero studiare anche al conservatorio dove ho iniziato a suonare il piano, cimentandomi in composizioni anche di una certa difficoltà. Poi alle medie andavo bene. Mentre alle superiori diciamo che ero bravino, l’ho sfangata".
La voglia di studiare era passata?
"Avevo mille interessi, mi piaceva fare tutto tranne studiare. Al liceo classico Maffei di Verona avevamo messo insieme un gruppo musicale, gli Studio 24 perché eravamo appunto in 24. Poi pian piano il numero si è abbassato e siamo rimasti in quattro. Nascono così “I Gatti di Vicolo Miracoli”.
Vi incontrate a scuola?
"Con Franco Oppini ho fatto tutti i 5 anni, Nini Salerno era stato bocciato due volte - segno che la scuola non conta un cavolo - perché è la persona più colta che conosca. Gerry Calà arrivò dopo aver fatto due anni in uno a Locri. Lui era un po’ più giovane. Ci siamo diplomati nel ‘69".
Periodo di gran fermento politico.
"Non ce ne fregava quasi nulla della politica. Pensavamo a suonare e a cantare. Organizzavamo gli spettacoli nel teatro della scuola, ogni occasione era buona. Era il momento del beat, ci ispiravamo alla canzone “Che colpa abbiamo noi” dei Rokes. Uscivamo la sera per le prove, facevamo tardi, c’erano le ragazze da conoscere".
Dopo il liceo cosa succede?
"Mi iscrissi all’Università, Giurisprudenza. Era come iscriversi a niente perché era una facoltà che si faceva tanto per fare. 'Magari farò il giornalista - pensavo - magari farò il pubblicitario'. Ho fatto 15 esami poi ho chiuso. E, insieme agli altri tre, sono finito a Roma".
Cosa facevate nella Capitale?
"Un cazzo. Eravamo partiti perché ci avevano proposto di fare degli sketch televisivi sulla sicurezza stradale. Ma poi era sempre un casino, paghe da fame. Andavamo avanti a pane e acqua. Tanto che quando un manager riuscì a combinare un incontro importante di lavoro a Milano non avevo i soldi per l’accelerato notturno. Così andai al ristorante da “Maurizio e Natalino” a Corso Francia, dove vado tutt’oggi, e contrattai la vendita della mia collezione di dischi per pagarmi il biglietto".
Chi vi aspettava a Milano?
"Appena arrivati a Milano ci portarono nella zona dell’Ippodromo, dove c’erano delle case meravigliose. A un certo punto ci fermammo davanti a questa villa pazzesca. Ad aprirci c’era Cino Tortorella, il mitico Mago Zurlì. Come facevamo sempre, in quattro e quattrotto gli facemmo ascoltare un po’ del nostro repertorio e lui ci portò quasi di peso al celebre Derby Club di Milano, dove ci fece debuttare. Nacque così la nostra storia di artisti milanesi tra virgolette".
Dario Fo, Enzo Jannacci, Cochi e Renato.
"Eh sì, c’erano i più grandi. Noi ci esibivamo per primi. È stata la nostra università. Dario Fo si vedeva poco perché ormai era andato a fare i suoi spettacoli ultra politicizzati altrove. Per lui il Derby aveva un pubblico troppo piccolo borghese se non borghesissimo".
Erani gli anni ‘70.
"Si intravedeva già la Milano da bere ma era anche una Milano da sparare. Diego Abatantuono, che allora era il nostro tecnico delle luci, delle volte arrivava tutto trafelato perché era andato a tirare i cubetti di porfido con Autonomia operaia. Agli spettacoli passavano spesso anche i gangster della mala. C’era Francis Turatello insieme a Franco Califano che si beveva l’immancabile drink, i fratelli Tiritiello. Insomma, si rideva tanto ma c’era anche da stare attenti".
Dopo il Derby, per i Gatti arrivano anche la tv e il cinema. C’è una vecchia copertina di Tv Sorrisi e Canzoni in cui siete con Woody Allen, titolo: Un gatto in più.
"Un tipo simpaticissimo. Dovevamo fare uno spettacolo per la Rai insieme a inizio anni ‘80. Lo incontrammo a New York. Lui molto professionale, gran lavoratore, quasi timido. Poi non se ne fece nulla".
Poi all’improvviso Jerry Calà mollò il gruppo.
"È stata una botta dura perché non ce l’aspettavamo così a freddo. Eravamo impreparati".
Ci rimase male?
"Con Jerry non ci siamo parlati per qualche anno. Ma sono cose che capitano. Ora ci sentiamo tutti i giorni".
Senza Calà come vi organizzaste?
"Ci siamo adattati. Siamo andati avanti in tre e c’era ancora molta gente che ci applaudiva. Poi dopo qualche anno abbiamo chiuso definitivamente".
In tv ha fatto di tutto. Ha lavorato molto anche con Maurizio Costanzo. Che ricordo ha di lui?
"Ci conoscevamo da 50 anni. La prima volta lo incontrammo a Roma durante uno spettacolo dei Gatti. Evidentemente non siamo passati inosservati e il giorno seguente ci chiamò a un suo programma radiofonico di grande successo “Roma 3131”. Tempo dopo, il produttore di Cochi e Renato lo portò nella cucina di casa nostra per vedere il nostro spettacolo dandoci il suo placet".
A un certo momento però in tv va sempre meno. Negli anni ‘90 aprono i primi locali Smaila’s. Famosissimo quello in Costa Smeralda.
"Ho trasformato il mio personaggio televisivo, creando il mio spettacolo dal vivo. Mi sono messo a girare l’Italia in lungo e in largo per locali, andando in pedana con la mia band davanti al pubblico. Pubblico che ancora oggi risponde numeroso".
Nei suoi locali ne sono successe di cotte e di crude, canti e balli sfrenati.
"Sono passati un po’ tutti. Anche Niki Lauda, che era uno che non avrebbe mai mosso un dito nemmeno se c’era Michael Jackson, si scatenò tutta la notte al locale di Poltu Quatu in Sardegna. La sua fidanzata mi disse che non l’aveva mai visto divertirsi così. Sono soddisfazioni".
Sono famose anche le sue colonne sonore. Un suo motivo è stato inserito anche da Quentin Tarantino nel film “Jackie Brown”.
"Un bel colpo, un po’ di diritti non fanno mai male. Tarantino mi chiamò anche per ringraziarmi".
Una a cui è particolarmente legato?
"Di sicuro “Verona Beat” canzone che ho scritto per il film “Arrivano i gatti” nel 1979. Ora la cantano allo stadio Bentegodi per le partite del Verona. È diventata l’inno della squadra e della città e mi fa un grande piacere".
Nella sua carriera ha avuto un ruolo fondamentale Silvio Berlusconi.
"Un amico, punto e basta. Abbiamo avuto un rapporto talmente stretto che è impossibile spingersi a dare qualche giudizio".
Un anno fa si era candidato a Presidente della Repubblica.
"Io lo farei presidente dell’Universo, dentro a una navicella spaziale con la bacchetta magica".
Alle ultime elezioni ha votato per il suo amico?
"Quello che succede dentro alla cabina elettorale è segreto".
Il presidente del Consiglio è Giorgia Meloni. La leader del Pd Elly Schlein. In politica è il momento delle donne?
"Una grandissima cretinata. Se uno è bravo, non c’entra nulla se sia donna o uomo. E comunque alle primarie del Pd preferivo Stefano Bonaccini. Più simpatico, ha una faccia che ricorda Lambrusco e tortellini".
Negli spettacoli live in passato si è unito anche il suo figlio maggiore Rudy.
"Qualche volta suona ancora con me. Rudy mi ha fatto diventare nonno di Edoardo, il mio nipotino di quasi 3 anni. Una gioia immensa".
Quando non suona in giro per l’Italia cosa fa?
"Passo molto tempo con la mia famiglia. Gli ultimi due figli, Greta e Roy, vivono ancora con me e mia moglie Fanny. Poi leggo molto, ho più di 5mila libri. Non c’è sera che non spenga la luce prima di aver letto almeno dieci pagine".
Libri preferiti?
"Da giovane tutto Steinbeck ed Hemingway. Poi la Recherche di Proust che considero uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale. Amo tantissimo anche Storia della mia vita di Giacomo Casanova".
Il mondo di oggi le piace?
"Non so se sia meglio o peggio di quello passato. Mi impensierisce un po’ questa iperdigitalizzazione tra i giovani. Per esempio adesso mio figlio è nella stanza a fianco con lo smartphone davanti. Tra 30 anni mi chiedo cosa faranno, magari si parleranno in maniera criptica guardandosi negli occhi".
A proposito di digitalizzazione. Lo scorso Natale è andato forte sui social un video in cui lei, Cochi, Pozzetto, Iacchetti e tanti altri cantavate “E la vita l’è bela”. Dove eravate?
"Alla polpetteria di Abatantuono a Milano. Tutti gli anni a Natale ci ritroviamo per gli auguri. È stata una bella rimpatriata. Ma scusi, l’intervista esce su Repubblica vero?"
Certo, su Repubblica.
Ecco. Allora vada a prendersi il primo numero di Repubblica. Non ci crederà, ci siamo anche noi dei “Gatti di Vicolo Miracoli”. Arrivederci.
Pagina 15, La Repubblica, mercoledì 14 gennaio 1976.
Qualche nota polemica nel ritorno dei Gatti di Vicolo Miracoli al teatro delle Muse di Roma: “Una chitarretta, un motivetto e qualche burtto testo su Fanfanulo, piccolo e cattivo: ecco il cabaret alla romana”, dice uno dei Gatti, Jerry Calà. Il loro, invece, “è quello vero” il kabaret col kappa: un fondale grigio, un paio di jeans, delle sedie. Cantando e graffiando, quattro ragazzi ormai vecchi del mestiere Jerry, Franco, Nini e Umberto reggono due ore di spettacolo. Nel primo tempo, canzoni d’argomento femminista e sul problema dell’occupazione. Nel secondo, tutti i vecchi successi che i Gatti ripeteranno ogni sera fino all’8 febbraio.