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L'alfabeto delle mafie. "A" come Antimafia

Non solo norme, commissioni e magistrati specializzati. In nessun'altra parte del mondo alle prese con gli stessi problemi si combattono le mafie con il sostegno attivo di una parte della popolazione. In particolare quella giovanile
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Con il termine antimafia ci si riferisce a quell'insieme di norme, apparati e istituzioni predisposto in Italia per la lotta alle mafie: una legislazione speciale (416 bis, reato di associazione mafiosa; 41 bis, carcere speciale per i mafiosi; sconti di pena per i collaboratori di giustizia; introduzione del sequestro e della confisca dei beni; possibilità dello scioglimento degli enti locali per infiltrazione mafiosa) e inoltre magistrati specializzati in materia; forze dell'ordine coordinate; uffici investigativi appositamente costituiti (Dna, direzione nazionale antimafia; DDA, direzione distrettuale antimafia; DIA, direzione investigativa antimafia); uffici giudiziari specializzati nel sequestro e nella confisca; un'agenzia nazionale per il riuso (ANBSC); una commissione parlamentare specifica; relazioni semestrali e annuali dedicate, ecc. ecc.

Al tempo stesso, il termine indica il movimento civile e culturale che ha affiancato negli ultimi decenni coloro che a…

Con il termine antimafia ci si riferisce a quell'insieme di norme, apparati e istituzioni predisposto in Italia per la lotta alle mafie: una legislazione speciale (416 bis, reato di associazione mafiosa; 41 bis, carcere speciale per i mafiosi; sconti di pena per i collaboratori di giustizia; introduzione del sequestro e della confisca dei beni; possibilità dello scioglimento degli enti locali per infiltrazione mafiosa) e inoltre magistrati specializzati in materia; forze dell'ordine coordinate; uffici investigativi appositamente costituiti (Dna, direzione nazionale antimafia; DDA, direzione distrettuale antimafia; DIA, direzione investigativa antimafia); uffici giudiziari specializzati nel sequestro e nella confisca; un'agenzia nazionale per il riuso (ANBSC); una commissione parlamentare specifica; relazioni semestrali e annuali dedicate, ecc. ecc.

Al tempo stesso, il termine indica il movimento civile e culturale che ha affiancato negli ultimi decenni coloro che avevano il compito istituzionale di contrastare le mafie, con iniziative di sostegno diffuse soprattutto nelle scuole, nelle università e in tante parrocchie, impegnandosi in qualche caso anche nella gestione di alcuni beni confiscati. Un movimento antimafia che ha stimolato negli ultimi decenni anche una produzione libraria, teatrale, musicale, cinematografica e televisiva notevolissima. Sicuramente è l'associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti nel 1994, a rappresentare la parte più significativa di questo ampio movimento d'opinione.

Questo secondo aspetto dell'antimafia rappresenta una originalità tutta italiana: in nessun'altra parte del mondo alle prese con gli stessi problemi si combattano le mafie con il sostegno attivo di una parte della popolazione, in particolare giovanile. In Italia si è sperimentato con successo l'affiancamento all'azione giudiziaria, investigativa e repressiva, anche di quella civile e culturale. Proprio per questi motivi l'antimafia, nel suo complesso, è molto ammirata all'estero, mentre in Italia, invece, è al centro di polemiche, contestazioni, scontri al proprio interno, e soprattutto registra gradualmente una perdita di consenso nell'opinione pubblica nazionale.

D'altra parte, come tutti i movimenti civici essa conosce alti e bassi, momenti di grande impegno e generosità alternati a momenti di riflusso. In Italia, però, questi momenti negativi sono quasi sempre collegati al modo in cui la politica e i media si rapportano al problema mafioso e agli strumenti con cui farvi fronte. O meglio, per dirla tutta, il consenso verso il movimento antimafia è strettamente collegato non al ruolo che le mafie occupano nella vita politica, sociale ed economica dell'Italia, ma al ruolo che i magistrati di volta in volta rivestono nelle vicende nazionali. In questo momento storico l'antimafia nel suo complesso è in difficoltà perché c'è una crisi di consenso verso il mondo della magistratura italiana. Le due cose sono strettamente collegate. Perché è stata la magistratura la punta più avanzata nella lotta alle mafie e ne ha pagato il prezzo più alto in termini di vita umane, soprattutto quella meridionale.

Don Ciotti durante una manifestazione di Libera 
Dunque, il pendolo dell'opinione pubblica in termini di interesse sul tema delle mafie non si sposta a seconda della pericolosità delle mafie, ma a seconda dell'esito della partita aperta del sistema politico con la magistratura italiana da almeno tre decenni. Il discredito della magistratura, a seguito della vicenda che hanno riguardato uno dei vertici della sua organizzazione, cioè il Csm, è stato solo l'ultimo atto di diverse crepe aperte nella sua credibilità per la gestione di alcuni processi e soprattutto per la gestione di diversi beni sequestrati, in particolare in Sicilia.

Credo, poi, che la partecipazione diretta di diversi magistrati alla vita politica e amministrativa sia stata una delle principali cause della caduta di credibilità della magistratura (proprio di quelli che si occupavano di contrasto alle mafie) nel suo complesso: al di là dei diritti costituzionali di un magistrato come cittadino che vota e che può essere votato, è indubbio che la partecipazione alla vita politica ha tolto alla magistratura quell'aureola di imparzialità che era stata uno dei suoi maggiori motivi di credibilità. La politica è di per sé di parte, e se un magistrato la sceglie come attività principale consuma il suo capitale di credibilità e innesta un sospetto permanente sulla sua parzialità, che prima dell'impegno diretto in politica era solo presupposto.

Si dovrebbe discutere di questo aspetto senza nascondersi dietro il rispetto dei sacrosanti diritti costituzionali: la magistratura ha assunto in molti suoi comportamenti le stesse regole e la stessa bassezza morale degli esponenti politici al centro di molte sue inchieste. Sapere che un magistrato si rivolge alla politica o alle correnti per la sua carriera è stata ed è una cosa devastante: certo i magistrati sono uomini e donne come altri, ma richiedere loro maggiore coerenza e forza morale non era e non è una richiesta peregrina.

E quando la magistratura è più debole nella considerazione nazionale, immediatamente partono da più settori tentativi di rimettere in discussione alcuni capisaldi anche nella lotta alle mafie. Per esempio, ritorna d'attualità l'argomento che la lotta alle mafie è stata fatta finora calpestando diritti costituzionali fondamentali e incrinando il principio di libertà e di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Ma anche insistendo su di un altro tasto: non ci sarebbe più bisogno di una legislazione speciale per sconfiggere le mafie, in quanto il calo vertiginoso degli omicidi dimostrerebbe che la fase peggiore sarebbe passata, le mafie sarebbero oggi meno forti e la loro pericolosità non sia tale da giustificare ancora una legislazione speciale.

La folla durante i funerali di Paolo Borsellino 
Per quanto riguarda il prezzo pagato in termini del rispetto delle regole costituzionali o di umanità vale sempre la pena ricordare che durante il periodo del terrorismo le libertà individuali sono state di gran lunga più compromesse dalla legislazione adottata per farvi fronte. Eppure, il terrorismo ha avuto un numero di vittime assolutamente incomparabile con quello causato dalle mafie. E quelle leggi speciali sono state eliminate quando il fenomeno è stato sradicato. Invece, non si può ritenere cessato il pericolo proprio quando evidenze investigative ci hanno dimostrato che le mafie da fenomeno in gran parte meridionale si sono trasformate in fenomeno nazionale, presente in quasi tutte le regioni italiane, anche se con diversa intensità e pericolosità. Non è singolare che si chieda di rimettere in discussione le normative antimafia proprio quando le mafie assumono una valenza nazionale e quando sono protagoniste di una parte dell'economia e della finanza?

Spesso si confonde la limitazione dei delitti mafiosi, indubbiamente calati in maniera notevole, con la fine della violenza e del potere mafioso. È proprio la presenza più diffusa nell'economia legale dei capitali mafiosi che ha imposto il ricorso più mirato e chirurgico all'uso dei delitti. Senza sottovalutare anche i colpi inferti dall'azione repressiva di magistratura e forze dell'ordine. È evidente, però, che la riproducibilità dei fenomeni mafiosi sembra più forte della capacità di reprimerli.

Si potevano combattere le mafie senza una legislazione speciale e apparati appositamente costituiti? Il mio parere è che senza una legislazione speciale l'Italia sarebbe stata travolta dalla questione mafiosa e la situazione sarebbe nettamente peggiore di oggi. L'Italia unita ha realizzato tante cose buone in più di 160 anni, ma non ha ancora sconfitto le mafie. Perché mai bisognerebbe smantellare l'antimafia o ridimensionarla se l'obiettivo non è stato ancora raggiunto e se la lotta frontale è stata intrapresa solo negli ultimi decenni? Insomma, in ogni caso, anche in tempi difficili come questi, vanno ribaditi alcuni punti fermi dei valori dell'antimafia e al tempo stesso segnalarne alcuni evidenti limiti. Partiamo dai primi.

Se c'è stata l'esigenza di costruire un'antimafia giudiziaria e civile (fatta di leggi, di istituzioni repressive, di movimenti sociali e culturali) è perché in Italia forte e duraturo è stato ed è il ruolo delle mafie. La lotta antimafia non è un pallino di orde di fanatici, di millantatori che hanno inventato un pericolo che non c'è o che l'hanno ad arte esagerato, o che hanno approfittato del pericolo mafioso per la loro carriera professionale. Certo, qualcuno lo ha fatto, ma come si fa a dimenticare che le mafie hanno condizionato la storia d'Italia più di qualsiasi altro fenomeno strettamente criminale, ed hanno procurato più vittime di qualsiasi altra forma di violenza dal 1861 in poi, escludendo le guerre. In ogni caso meglio un eccesso di attenzione che il negazionismo su di esse che ha caratterizzato tutta la storia nazionale e sicuramente i primi trent' anni dell'Italia repubblicana.

Si è parlato tanto del ruolo centrale e assorbente rivestito dai magistrati nella storia italiana degli ultimi decenni, ma si dimentica che per tanti anni l'impunità alle mafie era garantita proprio dalla magistratura i cui membri provenivano dalla stessa classe sociale di coloro che avevano relazioni politiche ed economiche con i mafiosi, cioè esponenti politici, imprenditori, professionisti, dirigenti della pubblica amministrazione.
Non vanno mai dimenticate le parole scritte da Guido Lo Schiavo, altissimo magistrato di Cassazione, che sulla rivista "Processi" così si era espresso in occasione della morte nel 1954 del capo mafia Calogero Vizzini: "Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l'opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi ed ai fuorilegge ha affiancato addirittura le forze dell'ordine. Oggi si fa il nome di un autorevole successore di Don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto alla legge dello Stato e al miglioramento sociale della collettività"

Calogero Vizzini 
Che dire di questo vero e proprio elogio funebre di un mafioso da parte di uno dei massimi esponenti della magistratura italiana di allora, per di più siciliano? Intanto che i magistrati sapevano già chi sarebbe stato il successore di Vizzini, cioè Giuseppe Genco Russo, e non vanno ad arrestarlo, anzi lo elogiano ("autorevole successore"), perché non lo considerano un fuorilegge, così come non considerano tale il Vizzini, né tantomeno la mafia siciliana un'associazione a delinquere. Ma soprattutto va segnalato che questo articolo non fece scalpore, il magistrato non fu richiamato né il suo parere contrastato, né si usò verso di lui alcuna misura disciplinare. Il suo scritto fu considerato "normale" perché tale era la percezione che le classi dirigenti della Sicilia e dell'Italia avevano della mafia siciliana. Emanuele Macaluso ricorda che il Procuratore del Re di Caltanissetta, Busuito, seduto al circolo dei civili, si alzava e andava incontro a Calogero Vizzini, a quell'epoca imputato, per salutarlo con deferenza davanti a tutta la città.
La storia della mafia è la storia di una lunga impunità garantita da magistrati che non l'avvertivano come un pericolo o come attività illegale, e che anzi ne sottolineavano l'utilità nella lotta a quei banditi e criminali che invece non erano "riguardosi" verso le istituzioni. I mafiosi venivano considerati come coadiutori nella tenuta dell'ordine pubblico!

Giuseppe Russo 
Già la prima commissione d'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia avviata nel 1875 dovette segnalare che i magistrati siciliani erano condizionati da parenti e amici che operavano nei territori di loro giurisdizione, aggiungendo che era "sopra ogni altra cosa deplorevole la lunga durata delle istruzioni e l'esito infelice in cui si cade assai spesso di non trovare il colpevole". Insomma, i responsabili di delitti violenti non venivano perseguiti e se lo erano venivano assolti in tribunale quasi sempre con l'insufficienza di prove. Il comportamento dei magistrati era stigmatizzato anche da Franchetti e Sonnino nella loro controinchiesta parlamentare del 1876, che arrivarono addirittura a chiedere che nessun magistrato di origine siciliana operasse nell'isola. Nell'inchiesta Schanzer sul funzionamento del consiglio comunale di Palermo di fine Ottocento si evidenziavano connivenze molto strette tra polizia e mafia. Il mafioso Giammona, al centro delle indagini del questore Sangiorgi, andava regolarmente a caccia con il primo presidente della corte d'appello di Palermo.

Anche la prima commissione parlamentare antimafia, varata nel 1962, cioè quasi 100 anni dopo quella del 1875, insiste sulle "ripetute assoluzioni che confermavano l'impressione di una permanente impunità per i grossi esponenti mafiosi attraverso un meccanismo che sfugge al controllo della legge, del Parlamento e di tutti gli organi e poteri dello Stato". Eppure, i nomi dei magistrati che mandavano assolti i mafiosi e che stringevano rapporti cordiali con essi erano conosciuti uno per uno. In Calabria, dopo l'uccisione nel 1975 dell'avvocato generale della corte d'appello di Catanzaro, Francesco Ferlaino, scomparve dallo studio del magistrato la relazione per il Consiglio superiore della magistratura, in cui si parlava apertamente delle collusioni di diversi magistrati con le 'ndrine.

A proposito della connivenza della magistratura va ricordato una sentenza del tribunale di Palmi, 18 maggio 1981, presidente Giuseppe Gambadoro, contro Giuseppe Piromalli (uno dei capi più importanti nella storia della 'ndrangheta) e altri imputati, in cui si legge che "la mafia interviene sempre per difendere l'ordine", per procurare in ogni contrasto un "accordo tra amici", aggiungendo che la mafia "che potremmo definire di tipo tradizionale, malgrado qualche autorevole giurista abbia ravvisato in essa un'associazione per delinquere, non può ritenersi tale, posto che, prefiggendosi anche finalità illecite, perseguiva pure la lotta all'ingiustizia, componeva le vertenze e, quindi, non può dirsi che avesse una preordinato e specifico programma delinquenziale". In un tribunale dello Stato italiano, ancora nel 1981 si affermavano in sentenze opinioni del genere. Un altro magistrato parlò ironicamente di "relazioni di tenerezza tra mafia e magistratura in Calabria".

E che dire di ciò che scrisse il magistrato di Catania Luigi Russo in una sentenza del 1991, a proposto del pagamento del pizzo alla mafia: "Si può anche non pagare, ma chi non paga deve sapere bene cosa gli succede prima o poi... se tutti facessero così dalla Sicilia sparirebbero le imprese e migliaia di piccole aziende andrebbero in fiamme". A Napoli, nel 1981, il procuratore generale all'inaugurazione dell'anno giudiziario sosteneva che non si potessero applicare alla camorra le stesse misure della mafia, essendo meno pericolosa. Nel corso di quello stesso 1981 ci saranno ben 235 morti ammazzati in scontri tra clan camorristici contrapposti, e già da tempo vigeva nelle carceri e fuori il dominio di Raffaele Cutolo, inventore e capo della Nuova camorra organizzata (NCO).

Raffaele Cutolo 
Il formalismo giuridico è stato nel tempo uno degli strumenti più utilizzati dalla magistratura per smontare i processi i mafiosi. Il giudizio di Giovanni Falcone sul giudice Corrado Carnevale, specialista di questo approccio, era spietato. Perciò si adoperò affinché non fosse sempre lui a giudicare le sentenze che riguardavano mafiosi. E fu necessario un provvedimento legislativo ad hoc per ottenere la rotazione delle attribuzioni in Cassazione nei processi di mafia.

Nella storia delle mafie (e nella storia del loro successo) la giustizia e i suoi palazzi e i suoi uomini non hanno certo giocato un ruolo marginale, anzi. Anche la vicenda che coinvolse Giovanni Falcone, a cui dopo il successo nel primo maxiprocesso fu negata la possibilità di sostituire Caponnetto ai vertici della procura di Palermo, si inquadrava nel campo della non belligeranza con la mafia. Il ruolo che invece fu assegnato ad Antonino Meli si inseriva perfettamente lungo una continuità storica che Falcone aveva interrotto. Insomma, è indubbio che il successo della mafia nella storia italiana è stato anche un problema dei giudici. I mafiosi sono dei "fuorilegge" in rapporto con gli uomini di legge!

Giovanni Falcone 
A cosa è stata dovuta questa radicale inversione di tendenza degli ultimi decenni che ha rotto con gli equilibri precedenti? Indubbiamente centrale è stato il ruolo che la nuova generazione di magistrati, formatisi nella temperie della contestazione studentesca del 1968, ha rivestito nel cambiare le cose, interrompendo allora la sudditanza al potere politico. Servire lo Stato non era più servire gli interessi delle classi dirigenti e possidenti. Per arrivare a questa elementare acquisizione ci sono voluti diversi decenni. La professione di magistrato non passa più di padre in figlio. Si forma così la prima generazione di magistrati per i quali la legge non coincide con gli interessi della propria classe sociale, la prima generazione con un senso dello Stato del tutto diverso da quella precedente.

Boris Giuliano 
Condivido, dunque, a tal proposito il parere di Salvatore Lupo: "Si sviluppa un processo di distacco della giovane magistratura dal potere; grazie alla scolarizzazione di massa che sottrae il reclutamento ai tradizionali canali riservati alla possidenza fondiaria e alla classe dei grandi professionisti; grazie all'applicazione seppur tardiva del dettato costituzionale, che dà alla magistratura prima, al singolo magistrato dopo, un'autonomia della quale mai l'una e l'altro avevano goduto nel passato; grazie alla dimensione stessa dei problemi, che scuote e mobilita le coscienze". E fu grazie alle novità intervenute nella magistratura che si produssero analoghe novità anche nella polizia e nei carabinieri. Perciò la mafia colpì assieme ai magistrati anche le forze dell'ordine più attive conto di essa (il colonnello Giuseppe Russo, e i capi della Mobile Boris Giuliano e Ninì Cassarà, per citarne solo alcuni). Mai nella storia precedente uomini degli apparati della sicurezza pubblica avevano osato sfidare la mafia, se non al tempo del prefetto Cesare Mori.

Mafiosi arrestati dal prefetto Mori negli anni Venti del secolo scorso 
Secondo il mio parere, i mafiosi sono cambiati e stanno cambiando perché è cambiata la società attorno a loro. Indubbiamente la scuola di massa è stata la principale causa di questa rottura di sintonia con il contesto sociale che prima caratterizzava i fenomeni mafiosi. La scolarizzazione di massa è stata la rivoluzione più importante che il Sud ha compiuto in epoca recente. L'azione di rottura dei vecchi equilibri, operata dall'azione della magistratura, si è incontrata con i cambiamenti profondi intervenuti nella società meridionale che non riuscivano prima ad affiorare pur scorrendo da tempo sotto la sua pelle. Ed è stato indubbiamente il movimento antimafia, o se si vuole l'atteggiamento della società meridionale verso le mafie degli ultimi decenni, a segnare il più vasto e significativo "scuotimento" civile e culturale del mezzogiorno contemporaneo. I mafiosi in pochi decenni sono passati da uomini d'onore a delinquenti nella considerazione della maggior parte dell'opinione pubblica meridionale. Una rivoluzione culturale importantissima.

Accanto all'antimafia civile e sociale si è presentata per la prima volta sulla scena della storia un'organizzazione dei familiari delle vittime. Il dolore privato si è trasformato in dolore esposto in pubblico, rompendo un altro tabù in base al quale la morte violenta deve essere tenuta dentro le pareti domestiche, che cioè "quando c'è un morto bisogna pensare innanzitutto ai vivi", volendo con questa espressione significare che non bisogna cercare la verità sulle uccisioni dei propri cari per garantire la sopravvivenza degli altri. I familiari hanno invertito la rassegnazione e la dimensione privata delle loro tragedie, spingendo le istituzioni a intitolare strade, aule, biblioteche ai loro cari caduti, scrivendo biografie, ispirando mostre, romanzi, film, opere teatrali, canzoni. Sulla base di esperienze fatte in altri contesti (le madri e le nonne dei desaparecidos in Argentina e in Cile) il movimento antimafia ha forzato la mano al dolore privato e lo ha fatto divenire un fatto politico, con l'impegno che nessuna vittima innocente doveva essere dimenticata. Certo quando ciò avviene, che cioè si politicizza il dolore privato (nel senso appunto che lo si rende pubblico) può succedere che ci sia una strumentalizzazione politica nell'uso delle vittime come simboli. E quando il dolore privato si espone sulla scena pubblica ci possono essere eccessi e qualche protagonismo di troppo (dovuto anche alla non totale elaborazione del lutto da parte di alcuni familiari): ma meglio il valore dirompente e a volte non equilibrato del dolore pubblico che la rassegnazione privata.

La vedova Schifani durante i funerali di Giovanni Falcone e dei componenti della scorta 
Insomma, come ha scritto Marcello Ravveduto, è nata una religione civile dell'antimafia che si è affiancata al culto dei martiri per la patria, e ha avvicinato le vittime di mafia agli eroi risorgimentali e della Resistenza. Con una novità nella geografia civile dell'Italia contemporanea: diversamente dagli eroi risorgimentali e della Resistenza antifascista e antinazista, la religione civile dei martiri di mafia ha visto protagoniste città e campagne del Sud, quasi a dimostrare che in queste terre ci sono state sì le mafie, ma anche chi le ha combattute. In Italia gli eroi civili del secondo dopoguerra sono quasi tutti meridionali, e la lotta antimafia è l'originale contributo meridionale ai valori condivisi della nazione.

Il punto più delicato, però, del movimento consiste nella sua aperta partecipazione al riutilizzo dei beni confiscati. Anche a tale proposito va ricordato che senza la spinta di una associazione come Libera saremmo ancora al punto in cui quasi nessuno dei capitali delle mafie (soprattutto immobili o aziende) veniva riconsegnato alla collettività. E un cattivo magistrato che approfitta del suo potere per favorire parenti e amici, come è avvenuto nel tribunale di Palermo, non può delegittimare tutta la spinta sociale che è stata messa in atto affinché lo Stato si facesse carico di una ricchezza importante per l'economia meridionale e la riutilizzasse. Sicuramente nel riuso dei beni confiscati consiste oggi il maggior punto dolente dell'antimafia istituzionale e sociale. Bisogna ammetterlo, senza difficoltà e imbarazzi. E aprire un dibattito pubblico. Perché è su questo terreno che si deciderà se la parola antimafia vuol dire solo essere contro le mafie o contribuire ad una strategia che le isoli anche sul piano economico, dopo averlo fatto sul piano culturale. In ogni caso, il fatto che quando un'impresa è gestita da mafiosi (o con loro capitali) funziona e sta sul mercato mentre dopo la confisca fa fatica e spesso fallisce, è qualcosa di inaccettabile. Si possono trovare sicuramente delle modalità per permettere allo Stato di non far rimpiangere la gestione mafiosa!

I funerali di Paolo Borsellino a Palermo 
Altra questione delicata è l'uso e l'abuso della norma sugli scioglimenti dei consigli comunali. Quando si arriva al quarto scioglimento, come a Marano in Campania, o al fatto che in alcuni comuni calabresi sono più gli anni di commissariamento che di rappresentanti eletti dai cittadini, c'è qualcosa, più di qualcosa che non va. Insomma, discutere di alcuni limiti dell'antimafia è più che necessario. Senza mai dimenticare, però, che a distanza di tanti anni dall'Unità d'Italia la violenza, l'illegalità e la corruzione continuano ad essere dei tratti distintivi anche dell'Italia di oggi. È su questa "lunga permanenza" che bisogna lavorare e non sulla colpevolizzazione di chi combatte questi fenomeni.