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Scopelliti e l'allora premier Silvio Berlusconi, prima della riunione del Consiglio dei ministri svoltasi a Reggio nel gennaio 2010 

Reggio Calabria: Peppe 'dj' Scopelliti, il sindaco voluto dalla 'ndrangheta. "Io affiliato? Colpa della movida"

Da enfant prodige della destra a sindaco e poi governatore. Infine il carcere. Tra nozze, feste e cantieri, la resistibile ascesa del politico contiguo ai clan
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Piedoni calzati nelle ciabatte infradito, maglietta, occhiali a goccia fumé e cuffie alle orecchie. Prima da sindaco poi da governatore, Giuseppe Scopelliti per anni si è presentato così ai microfoni di Rtl, dal 2008 per un paio di estati ospite fissa sul lungomare di Reggio Calabria. Comune e Regione pagavano e Peppe dj a cicli regolari aveva una personalissima tribuna per diffondere il verbo del suo ‘Modello Reggio’.

Credere, obbedire, ballare

Veline, stelline e starlette della scuderia di Lele Mora passeggiavano a pagamento per le strade di Reggio Calabria, grazie all’intercessione del boss Paolo Martino, killer del clan De Stefano, spedito a Milano negli anni Novanta come ministro delle Finanze della ‘ndrangheta al Nord, e le Notti bianche si organizzavano in Sardegna sulla barca di Flavio Briatore. Il Comune, munifico, regalava concerti di Elton John e degli Earth Wind and Fire e convinceva la Rai a far girare le miss su passerelle c…

Piedoni calzati nelle ciabatte infradito, maglietta, occhiali a goccia fumé e cuffie alle orecchie. Prima da sindaco poi da governatore, Giuseppe Scopelliti per anni si è presentato così ai microfoni di Rtl, dal 2008 per un paio di estati ospite fissa sul lungomare di Reggio Calabria. Comune e Regione pagavano e Peppe dj a cicli regolari aveva una personalissima tribuna per diffondere il verbo del suo ‘Modello Reggio’.

Credere, obbedire, ballare

Veline, stelline e starlette della scuderia di Lele Mora passeggiavano a pagamento per le strade di Reggio Calabria, grazie all’intercessione del boss Paolo Martino, killer del clan De Stefano, spedito a Milano negli anni Novanta come ministro delle Finanze della ‘ndrangheta al Nord, e le Notti bianche si organizzavano in Sardegna sulla barca di Flavio Briatore. Il Comune, munifico, regalava concerti di Elton John e degli Earth Wind and Fire e convinceva la Rai a far girare le miss su passerelle con vista sullo Stretto. Dallo scalcinato aeroporto di Reggio Calabria, regolarmente partivano voli con collegamento diretto con La Valletta, ai tornei di poker organizzati nel gioiellino liberty di Villa Zerbi iniziava la sua carriera Mario Gennaro, che negli anni successivi proprio a Malta ha piantato le fondamenta dell’impero dei clan nel mondo delle scommesse on line. Soldi a pioggia cadevano su associazioni di ogni genere, mentre le società municipalizzate si gonfiavano di dipendenti in numero buono per servire una metropoli.

Reggio Calabria era ancora la città del 'credere, obbedire, ballare', costruito dalla destra ex missina - più o meno ripulita - e dal suo enfant prodige dell'epoca Scopelliti, al prezzo di un cratere nel bilancio del Comune che i reggini ripagheranno nei prossimi decenni. Per vecchi e giovani folgorati sulla via mondana e modaiola al postfascismo, il 'Modello Reggio' era una religione. E Peppe dj, il suo profeta.

Gli inciampi milanesi in orbita Lega

All'epoca, l'agenda di Scopelliti era fitta di impegni. C'erano le gite a Milano, dove una partita di calcio della Reggina sul divano di casa di Brunello Mafrici -   autoproclamato avvocato mai laureato, finito a fare da consulente all'allora ministro leghista Roberto Calderoli - diventava occasione per un tête-à-tête con l'ex tesoriere dei Nar, Lino Guaglianone. Calabrese anche lui, originario di San Sosti ma abilitato commercialista a Reggio Calabria, è il patron dello studio in cui è stata disegnata l'architettura di tutte le municipalizzate reggine, spartite fra i clan ancor pima della loro nascita e una dopo l'altra sciolte per mafia.

"Però - si giustifica Scopelliti anni dopo, interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo -  se lo vedo a Milano alla festa del partito allora 'ciao, ciao Lino' ma non abbiamo rapporti". E Brunello, rimasto impigliato nel fascicolo reggino sui 49 milioni spariti della Lega insieme al noto imprenditore e storico sostenitore dell'allora sindaco, Michelangelo Tibaldi, e all'assessore comunale di Reggio Calabria, Peppe Sergi? Anche con lui Scopelliti sostiene di aver avuto solo rapporti superficiali, ma sempre di natura conviviale, spesso mediati da Sergi. Che invece a mezzo stampa rivendica: "lo conosco da 20 anni, così come lo conosce tutta Reggio e mi sento regolarmente con lui".

Per la procura antimafia di Reggio Calabria però Mafrici è sempre stato uomo orbitante nella galassia De Stefano. Nel 2012, i magistrati ipotizzano che insieme a Sergi, Tibaldi ed altri – tutti con casa e uffici messi a soqquadro da una perquisizione -  facesse parte di una “struttura criminale (connotata da segretezza) a carattere permanente” dedita anche ad “attività dirette ad agevolare operazioni di riciclaggio o reimpiego di ingenti capitali di provenienza delittuosa”, che poteva vantare agganci e frequentazioni con uomini legati tanto ai clan, come alla politica. Anzi, per la precisione, “alle attività politico-fìnanziarie del movimento politico Lega Nord". Mafrici, Sergi, Tibaldi ed altri – questa era l’accusa – per i magistrati erano tutti terminali di un “complesso sistema criminale di natura occulta” destinato anche a “acquisire informazioni riservate” provenienti da ambienti istituzionali e a “gestire una struttura imprenditoriale, prevalentemente impegnata in operazioni ad alta redditività nel campo immobiliare e finanziario, destinata al riciclaggio e reimpiego” di soldi dei De Stefano. Accuse che i diretti interessati hanno sempre respinto. Poi, una fuga di notizie ha fatto saltare l’inchiesta, il fascicolo pare sia stato accantonato e nessuno di loro ha avuto guai. Tutto questo però si scoprirà solo dopo, a crollo dell’era scopellitiana in corso.

Tra nozze, feste e cantieri, gli incroci pericolosi del sindaco voluto dai clan

All’epoca del modello Reggio, Peppe e i suoi alle inchieste non ci pensavano. Lui sognava in grande e puntava in alto. A Roma, si divideva fra incontri pubblici e privati di partito, prima An, poi Pdl, per studiare da leader. Anche a Reggio l’agenda era fitta. C’erano gli impegni politici ed istituzionali da rispettare e le prime pietre da posare in quei cantieri che anni dopo si scopriranno assegnati a società gestite in modo occulto dall’ex parlamentare, oggi latitante dopo una condanna per concorso esterno, Amedeo Matacena che poi si preoccupava di spartirle equamente fra i clan. 

Scopelliti nello stadio della Reggina 

Ma fedele al passato ultrà, Scopelliti non dimenticava mai di farsi vedere allo stadio – non più in curva, ma in tribuna vip – perché “a Reggina l’haiu nto cori” o sugli spalti del palazzetto a tifare la Viola basket. E nonostante le giornate piene, non è certo mancato all’anniversario di nozze dei genitori di Domenico Barbieri, imprenditore condannato per i rapporti con il clan Zito-Bertuca, che per l’occasione aveva fra i suoi ospiti anche il boss di Sinopoli Cosimo Alvaro e Pasquale Buda, elemento di vertice dell’omonimo clan di Villa San Giovanni. Non si sa invece se il pentito Nino Fiume - storica ombra del capocrimine Giuseppe De Stefano e per lungo tempo fidanzato della sorella Giorgia - abbia poi accettato l’invito al ricevimento di nozze che Scopelliti gli ha fatto avere.

Aprile 2010: Scopelliti e il presidente della Reggina, Lillo Foti, in occasione della partita con l'Empoli 

Tutta colpa della movida, dirà poi l’allora sindaco ai magistrati. “Come tutti i ragazzi di questa città, negli anni Ottanta frequentavo l’unica discoteca che c’era a Reggio, il Papirus. Era un gruppo ampio ma sempre circoscritto. Ci si conosceva un po’ tutti”. Che Fiume fosse un De Stefano acquisito? “L’ho saputo dai giornali”. Con lui, sostiene, “mai parlato di politica”.

Eppure Fiume sarà fra i primi a dire chiaramente che lui e le famiglie di Archi, la roccaforte storica dei clan a Reggio Calabria, avevano votato e fatto votare il giovane virgulto della destra calabrese. Consolato Villani, anche lui pentito, la mette giù in modo semplice: “Scopelliti, tutta l’Archi l’ha preso e gli ha detto ‘vai, fai il sindaco’ ”. E in quegli anni il Comune è diventato una sorta di bancomat per i clan che si sono presi le municipalizzate, si sono divisi gli appalti, hanno usato ogni singolo lavoro o servizio pubblico per fare cassa. Nel frattempo in città le bollette di acqua, spazzatura e persino le multe arrivavano a singhiozzo. E se non pagavi, nessuno le veniva a chiedere con troppa insistenza. Reggio era la città “gggiovane per i ggiovani” – copyright e consonanti di Peppe Scopelliti – e non ci dovevano essere motivi per essere tristi. Si spendeva e si spandeva per tutto, dai quasi 23mila euro per le 100mila salviettine al bergamotto con su scritto ‘no alla ‘ndrangheta’, ai 40mila euro regalati dal Festival del teatro di Aspendas in Turchia, fino agli oltre 650mila euro per la notte bianca del settembre 2006.

Luglio 2011: Scopelliti e Patrizia Mirigliani durante la finale di Miss Italia nel Mondo tenuta a Reggio Calabria 

Modello Reggio? Modello di cartone disegnato dalla 'ndrangheta

 A quasi vent’anni dall’inizio di quella lunga stagione da cicala, il processo Gotha ha però dimostrato che quel ‘modello’ non era farina dell’allora astro nascente della destra istituzionalizzata, ma della direzione strategica della ‘ndrangheta.  E Seby Vecchio – che all’epoca era assessore comunale e oggi è un pentito del clan Serraino – lo racconta come “un modello di cartone”, ricordando gli anni in cui “fare Giunta era una gran presa per il culo” perché “tutto era già preconfezionato” e le decisioni “passavano tutte da Paolo Romeo”.

Uomo di Gladio per alcuni pentiti, massone di alto rango per tutti o quasi i collaboratori che hanno parlato di lui. Ufficialmente, avvocato ed ex parlamentare Psdi, ma con una lunga storia nella destra missina e fin troppi amici e contatti nell’eversione nera, a partire da quel Franco Freda che ha ammesso di aver nascosto da latitante per la strage di piazza Fontana. Per i giudici, che il 30 luglio scorso lo hanno condannato a 25 anni di carcere come elemento di vertice della direzione strategica della ‘ndrangheta, Romeo era il motore immobile.

Come abbia fatto, lo spiega passo passo l’inchiesta Gotha, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dai pm Sara Amerio, Walter Ignazzitto e Stefano Musolino. Nonostante una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa rimediata negli anni Novanta, Romeo – emerge dalle carte che ne hanno ricostruito strategie e percorso – è stato per decenni il baricentro della politica, della società, dell’economia e persino dell’associazionismo reggino.

“Il dio della ‘ndrangheta e della politica” lo chiama Seby Vecchio. O meglio, chiariscono i magistrati, una faccia della divinità bifronte che aveva la sua necessaria altra metà nell’avvocato Giorgio De Stefano, già condannato a 20 anni in primo e a 15 anni e 6 mesi in secondo grado nel processo Gotha con rito abbreviato. Insieme – è l’accusa chiave dell’inchiesta – Romeo e De Stefano, nell’interesse della ‘ndrangheta tutta, per vent’anni hanno trasformato la politica in un teatro di burattini eterodiretti, deciso le elezioni, svuotato di significato la democrazia a Reggio Calabria. Una strategia preparata con cura e programmata per durare, con l’obiettivo di trasformare la pubblica amministrazione – a livello locale, regionale, nazionale ed europeo – in una gigantesca macchina per lavare capitali sporchi. E per lungo periodo quel piano criminale ha funzionato.

Febbraio 2010: Scopelliti alla presentazione del Reggio Calabria Filmfestival, insieme a Ramona Badescu e Laura Freddi 

Il piano criminale per trasformare la pubblica amministrazione in una lavatrice di capitali sporchi

Nello schema, il Comune di Reggio Calabria aveva un ruolo fondamentale. Come vivaio di politici da costruire a tavolino e far crescere. E come prima amministrazione da presidiare, in cui la ‘ndrangheta è entrata – spiega il procuratore aggiunto Lombardo – “non chiedendo permesso, ma da padrona delle istituzioni”. E poi c’era il Decreto Reggio da gestire, milionario lascito ereditario di quei Moti, che nel 1970 sono stati il battesimo del fuoco per la ‘ndrangheta che così entrava dalla porta grande nel mondo della politica che conta e della massoneria. E le due cose andavano a braccetto.  Risultato, un rubinetto infinito di miliardi che nel 1989, quando il Decreto Reggio diventa legge dello Stato, “prevedeva un finanziamento per questo territorio pari a 600miliardi di lire. Oggi corrisponderebbero, secondo dati Istat, a un finanziamento di più di 600milioni di euro – afferma Lombardo -  Non è un interesse ideologico quello che spinge Romeo ad interessarsi ad un finanziamento superiore a mezzo miliardo di euro”.

I moti di Reggio Calabria, 1970 

Insomma, il Comune di Reggio Calabria serviva e serviva un sindaco per prenderselo. Nel 2001 è arrivato il momento propizio. Nel mondo della ‘ndrangheta visibile – che controlla il territorio, estorce, minaccia, mostra tutta la violenza che è in grado di generare e al momento opportuno può essere sacrificata per far spegnere i riflettori su un territorio – il bastone del comando era tornato ai De Stefano. E in quello della ‘ndrangheta invisibile, gli avvocati Romeo e De Stefano, che del clan di Archi sono espressione, potevano muovere le loro pedine. La primavera di Reggio Calabria si era spenta insieme al suo sindaco Italo Falcomatà, la stagione dei primi grandi processi era cosa passata e anche i due legali ne erano usciti senza condanne troppo pesanti. A Roma, Berlusconi si preparava a tornare al potere. Quindi a Reggio, la destra doveva tornare al Comune. E per guidarla – emerge dagli atti processuali – è stato scelto Giuseppe Scopelliti. Al processo Gotha, che non lo vede imputato “perché al momento non è stato raggiunto il carico probatorio sufficiente” hanno detto i pm in corso di requisitoria, gli è stato chiesto di dire la sua. Ma da indagato in procedimento connesso ha scelto di non rispondere.

Il 'braciolettone' a scuola di 'cane da mandria'

Non che a Romeo, Peppe piacesse così tanto. “Se vi devo dire la verità – confessa intercettato - se io.. una azienda mia personale e mi dicevano ‘tu devi scegliere per fare il manager tra Scopelliti e Demetrio (Naccari, all’epoca candidato per il centrosinistra ndr)’, con Scopelliti è capace che la faceva fallire”. Ma per far funzionare la strategia serviva un uomo della destra e sgomitando fra Roma e Reggio Calabria, Peppe (non ancora dj) era riuscito a farsi notare. Aveva strappato la presidenza del vecchio Fronte della Gioventù, per poi passare indenne l’epoca della defascistizzazione di facciata voluta da Gianfranco Fini e guadagnare un posto prima in Comune a Reggio e poi in Regione. Ne era il presidente del Consiglio quando è stato convinto, forse malvolentieri, a dimettersi per correre da sindaco in riva allo Stretto.

Per Romeo rimaneva “un braciolettone”, ma attorno a lui – ricostruisce l’inchiesta Gotha - ha schierato una squadra buona a controllarlo. Soggetti come Alberto Sarra, uomo di fiducia della direzione strategica ma caratterialmente difficile da gestire e con rapporti fin troppo cordiali con tutte le cosche per avere il ruolo pensato per Scopelliti. Di certo fondamentale – hanno ricostruito i pm e confermato i giudici che lo hanno condannato a 13 anni – per mantenere gli equilibri e designato suo malgrado come cane da guardia ed eterno secondo.

Per i magistrati della procura antimafia, in campo c’erano anche Antonio Caridi, buona borghesia reggina e famiglia che non disprezza la politica, obbediente quanto basta per essere preso per mano e portato dal Comune alla Regione, al Senato, assolto da tutte le accuse dal Tribunale, e il superburocrate del Comune di Reggio Calabria, Marcello Cammera, condannato a 2 anni ma assolto dalle accuse di mafia.

E poi in tutta la città, nelle associazioni di categoria e in quelle culturali, nella chiesa e dentro i circoli, persino in tribunale con avvocati e funzionari occhiuti,a tutela e sostegno di Peppe dj e del programma eversivo a cui era funzionale, c’era una rete di relazioni divenuta grumo di potere.

A tesserla - è emerso in modo chiaro dal processo – Romeo che muoveva tutti i fili per ricordare a Scopelliti di essere stato scelto per fare il “cane di mandria” e non “il potestà”. Ma l’allora sindaco ha dovuto sbatterci la testa per capirlo fino in fondo. Lo racconta il pentito Seby Vecchio, che in aula ricorda quella doppia riunione a Roma servita a mettere un punto a fischi e contestazioni di piazza, danneggiamenti a mezzi pubblici e piccoli attentati a auto e proprietà private di consiglieri e dipendenti del Comune, che attorno al 2003 stavano terremotando la sindacatura di Scopelliti. “La causa della contestazione era proprio questa – spiega Vecchio – Peppe doveva mettersi in riga con le varie famiglie, doveva smettere di favorire così tanto i De Stefano”. Per trovare una soluzione ci è voluta una doppia riunione. La prima per “parlare di ‘ndrangheta e di politica” negli uffici di An alla presenza “di Sarra, dell’allora senatore Giuseppe Valentino e di Umberto Pirilli” che di lì a poco sarebbe diventato eurodeputato. La seconda, al cospetto dei rappresentanti dei vertici dei clan più importanti di Reggio Calabria, con Sarra a fare da garante per le decisioni prese.  E proprio lui, riferisce Vecchio, “era molto contento perché da lì è cominciata la spartizione non solo degli assessori e delle liste ma anche dei dirigenti delle società miste”. In aula Sarra nega, Pirilli anche, Valentino tace. Da indagato per reato connesso può farlo.

Una consacrazione a mezzo (finta) bomba con l'aiuto dei servizi

Ma per la procura le parole di Vecchio sono la conferma di un lavoro d’indagine durato più di dieci anni. Quando ha iniziato a traballare, Scopelliti - ricostruiscono i magistrati - ha capito, si è messo in riga. Ed è arrivata la consacrazione. Ottobre 2004, una bomba senza innesco, né timer, dunque incapace di esplodere, viene trovata nei bagni di un’ala del Comune di Reggio Calabria in cui l’allora sindaco non rischia di passare neanche per sbaglio. Tre informative del Sismi nel giro di poche ore fanno prima scoprire la bomba, quindi indicano l’orario della presunta esplosione, subito dopo segnalano Scopelliti come obiettivo.

Le firma Marco Mancini, che si è sempre occupato di antiterrorismo ma in quel periodo – conferma la sua antenna dell’epoca Giovanni Zumbo, poi condannato per i rapporti con i clan - in Calabria si faceva vedere spesso. Erano i mesi in cui sui giornali filtravano strane storie sulla Laura C, quella nave piena del tritolo che la ‘ndrangheta ha usato – dicono diversi pentiti – fin dai tempi della strage di piazza della Loggia e di quella della Freccia del Sud. Nel periodo reggino di Mancini, improvvisamente è salato fuori che fosse finito in mano addirittura ad Al Qaeda. E a ripetizione venivano scoperti arsenali, subito ricollegati a progetti per uccidere magistrati, che per primi smentivano la circostanza. Poi arriva la bomba in Comune. “L’hanno messa i clan e i servizi” ha detto intervistato qualche anno fa il pentito Consolato Villani. “C’era stato l’interesse di Pollari in questa situazione – specifica di recente Seby Vecchio -  Di Pollari come servizi segreti, coinvolgendo anche altre persone esterne affinché questo (Scopelliti, ndr) prendesse tutto”.

Per il procuratore aggiunto Lombardo “quella bomba era un’emerita pagliacciata che serve a creare ‘Scopelliti sindaco antimafia’ e mandargli un insieme di messaggi: ‘Tu finisci il lavoro quando diciamo noi’ ”. Lui capisce. E i consensi si impennano. Per il secondo mandato, viene eletto con il 70%. Lui è il sindaco più amato d’Italia, la schiera dei suoi pretoriani – “gli Scopelliti boys” – cresce fra party, feste e un po’ di revanscismo che non guasta. Basta un busto del leader dei Moti, Ciccio Franco, a coccolare gli animi dei nostalgici del Ventennio. In città sono gli anni della Reggio da bere, la Reggina è in serie A con maglia per alcuni anni sponsorizzata dalla Credit Suisse e qualunque spesa sembra possibile.

La slavina Orsola Fallara

A presidiare il bilancio c’è Orsola Fallara, che di Scopelliti è amica e confidente dai tempi della scuola. È lei a far girare i conti, l’alchimista che fa lavorare le casse del Comune di Reggio Calabria come se avessero la disponibilità finanziaria di Roma, Milano o una capitale europea. Ma ad un certo punto l’incantesimo si rompe. Su pressione dell’opposizione in Comune, saltano fuori prima le sontuose parcelle che liquidava a se stessa e al suo compagno, poi il cratere nel bilancio comunale. Peppe sveste i panni del dj e indossa quelli dell’amico tradito che non esita un secondo a scaricarla pubblicamente. “La sua è stata una scelta di vita diversa rispetto ai valori in cui abbiamo sempre creduto. Certi errori non sono tollerati”. Lei convoca una conferenza stampa, attacca l’opposizione che in quei giorni cannoneggia il modello Reggio, ritenendo impossibile che Fallara avesse fatto tutto da sola, chiede scusa “alla mia famiglia e a Peppe Scopelliti” ma sembra promettere battaglia. Eppure, poche ore dopo va al porto, parla a lungo con Demetrio Arena, uno dei pretoriani della destra in Comune, quindi beve un flacone di acido muriatico e subito chiama per chiedere aiuto. Muore qualche giorno dopo in ospedale, ma si decide di non disporre l’autopsia. Aveva un confidente Orsola Fallara, il suo parrucchiere di fiducia. Muore anche lui qualche tempo dopo, ucciso da un killer a volto coperto nel traffico del centro città mentre è in auto con il figlio piccolo, che ne esce senza un graffio. Un lavoro pulito, da professionista. Ma a distanza di più di dieci anni, quel sicario non è stato ancora individuato, né si è riusciti a individuare un possibile movente.

In Comune arrivano gli ispettori del Ministero delle Finanze. Il risultato dell’indagine interna è devastante, il buco, milionario. Scopelliti guarda da lontano, è già diventato presidente della Regione, dove con sé ha portato i suoi fedelissimi, Sarra, Caridi, il city manager Franco Zoccali. Ma spiega Sarra, che davanti al Tribunale ha sempre cercato di difendersi raccontandosi vittima e non parte del sistema, Peppe non più dj non ha mai voluto mollare la presa sul Decreto Reggio. “La sua gestione smuoveva interessi enormi. Cifre imponenti che finivano a imprese non tutte prive da problematiche mafiose. Ecco perché Giuseppe Scopelliti volle guidare la partita in prima persona nel momento in cui si candidò alla presidenza della Regione, tanto da estromettere dalla gestione anche il sindaco pro-tempore Giuseppe Raffa chesi rifiutava di firmare atti e documenti che gli venivano sottoposti da consulenti del Comune fedeli allo stesso Scopelliti". Nel frattempo, la Reggio delle feste si è spenta. Dalle inchieste vengono fuori sprechi e sperperi, rumoreggiano gli imprenditori, di fronte al palazzo del Comune si alternano creditori, lavoratori senza stipendio da mesi, il terzo settore cui sono stati esternalizzati praticamente tutti i servizi sociali, rimasto a bocca asciutta.

Lo scioglimento del Comune per "continuità nella contiguità" con i clan

Mentre il governatore Scopelliti vola all’Onu per spiegare cosa sia la lotta alla ‘Ndrangheta, indagini e processi iniziano a far saltare fuori i legami fra chi ha governato e i clan. Cadono per mafia le municipalizzate. Si scopre che dietro i cantieri pubblici e privati c'era una spartizione scientifica fra le cosche. Che anche in Comune i clan avevano amici e affari. A Roma gli equilibri politici sono cambiati, non c'è una maggioranza amica pronta a passare un colpo di spugna sui conti in rosso, il Comune è commissariato da una triade di prefetti, incaricati di verificare presenza e influenza dei clan nell'ente. La destra si mobilita. Un manifesto contro lo scioglimento del Comune che forse per pudore tuona "contro la diffamazione di Reggio Calabria" raccoglie 500 firme di politici locali e nazionali, ma anche di Confindustria, Confcommercio, associazioni, dell'università, del mondo delle professioni.

In lista compaiono anche quelle dei movimenti antimafia locali in voga in quegli anni - 'Riferimenti', 'Museo contro la ndrangheta', 'Ammazzateci tutti', quasi tutte inciampate in inchieste per ruberie e malversazioni - e persino quella della sezione reggina di Libera, precipitosamente contestata dal nazionale se ne accorgono. Su Reggio - è la tesi del manifesto - si sta speculando perché "non si può coinvolgere un'intera classe dirigente, imprenditoriale, professionale per logiche che nulla hanno a che vedere con l'interesse della città". Ma nell'ottobre 2012, Reggio Calabria raggiunge un nuovo record: è la prima città capoluogo sciolta per mafia. Una condanna per il sindaco Demetrio Arena, scelto come successore di Scopelliti, estromesso dal Comune con lo scioglimento e subito consolato con un assessorato in Regione. Ma la relazione getta ombre lunghe anche su chi l'ha preceduto, perché nero su bianco si parla di "continuità nella contiguità" ai clan.

Spavaldo, Scopelliti governatore non se ne cura. O almeno, così ci tiene a mostrare. Ma il discorso pubblico cambia. La tosse che interrompe i suoi interventi si fa sempre più nervosa, i toni più aggressivi, alle conferenze stampa c’è sempre una claque di pretoriani che gli fa quadrato attorno e i giornalisti guadagnano sul campo le mostrine dei “nemici della città” o “della Calabria”. Epiteto che non può affibbiare ai magistrati che lo mandano a processo per il disastro nel bilancio del Comune, ma prova a convincerli di essere totalmente ignaro di quanto facesse Fallara al Dipartimento bilancio. “Firmavo atti che non leggevo” prova a sostenere. Ma nessuno gli crede. Arriva la condanna, anche più pesante di quella chiesta dal pm Sara Ombra, e le motivazioni firmate dal tribunale presieduto da Olga Tarzia sono durissime. Fallara, affermano i giudici “era una perfetta esecutrice di direttive precise che provenivano dal sindaco Scopelliti, che, tramite lei, ha creato un sistema accentrato su se stesso esautorando di fatto tutti coloro che avrebbero potuto ostacolarlo”. Dopo la condanna, per Scopelliti scatta in automatico la sospensione in virtù della legge Severino. Ma il giorno dopo decide di dimettersi da governatore. “Esco con la maglietta bagnata ma a testa alta” dice, ricordando il suo passato da play di basket.

La lenta agonia politica dell'ex enfant prodige della destra

Politicamente, ci prova a sopravvivere con una candidatura alle europee, ma i suoi consensi sono ridotti al lumicino e manca il seggio.  Si ritira nell’ombra, ma continua a lavorare. A lui si devono trattative e accordi che permetteranno alla Lega di sbarcare in Calabria e ai suoi fedelissimi di trovare posto nelle prime liste calabresi del Carroccio. Ma la sua era volge al termine perché i processi avanzano. "La serie di falsi ideologici, di irregolarità, di funzionali occultamenti della reale situazione di difficoltà dell'Ente erano commessi al fine di mantenere il consenso e lo status quo" tuona la Corte d’appello, che conferma la condanna, ma ritocca a soli 5 anni l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Poi arriva la Cassazione. Il 5 aprile 2018 Peppe Scopelliti si presenta alle porte del carcere di Arghillà che proprio lui da sindaco aveva inaugurato. Istituto modello, tranquillo.

Chi era lì ai tempi dell’ex sindaco e governatore racconta che con il passare del tempo insieme a Scopelliti sono arrivati un campo da basket e persino divise, attrezzi per la palestra, di tanto in tanto la sera cartoni di pizza. L’inchiesta sull’ex direttrice del carcere Maria Carmela Longo, finita l’estate scorsa ai domiciliari per aver “consegnato il Panzera (il carcere di Reggio Calabria ndr) ai detenuti organici ai sodalizi mafiosi” racconta cosa abbia permesso all’ex sindaco di accelerare le pratiche per accedere al lavoro esterno. Un diritto di tutti i detenuti che si avvicinano a fine pena, ma “Longo - scrive il giudice - ci tiene a lasciare la città di Reggio Calabria facendo l'ennesimo favore ad un detenuto d'eccellenza”. E si impegna, segue personalmente l’iter dell’istanza che per essere accolta deve superare lo scoglio del magistrato di sorveglianza e dell'ufficio esecuzione, si confronta regolarmente con Peppe Agliano – uno dei pochi pretoriani rimasto fedele a Scopelliti – e il fratello dell’ex sindaco, Tino. Quando i desiderata vengono accolti con lo sconto – niente sabato a casa – ne discute anche con il diretto interessato. “Abbiamo chiacchierato un paio d'orette ... e ... abbiamo elaborato una strategia – racconta intercettata a Tino Scopelliti - gliel'ho detto che ho replicato al magistrato di sorveglianza e che comunque ci aggiorniamo”.

La girandola dei mille volti che continua a girare

A pena quasi completamente espiata, l’ex sindaco e governatore pubblica un libro, con prefazione di Gianfranco Fini, ‘Io sono libero’. Anche dal rancore, giura. Ma si racconta vittima di “un pericoloso precedente da cui nessun amministratore potrà dirsi al riparo”. E “ucciso politicamente" perché “a volte le condanne si costruiscono anche fuori dalle aule di giustizia”. Dai giornali, ovviamente. Se la prende anche con la politica che “sembra abbia smarrito la sua ragion d'essere. Diventano protagonisti il gossip, le notizie scandalistiche, il populismo che parla sempre di più alla pancia della gente”.

Parola del sindaco dj. Poi governatore di ferro, che da commissario alla sanità cancella dalla sera alla mattina 18 ospedali, promettendo una “modernizzazione” del sistema che non è mai arrivata, lasciando la Calabria inerme negli anni di pandemia. In mezzo, prima imputato sfrontato nell’arrampicarsi sugli specchi durante gli interrogatori in aula, quindi rassegnato nei successivi gradi di giudizio. E ancora, detenuto modello e scrittore durante la detenzione. Ma la girandola dei mille volti dell’ex enfant prodige della destra nazionale non ha ancora smesso di girare. E c’è chi dice che per i prossimi appuntamenti elettorali sia pronto a rientrare in partita, quanto meno da dietro le quinte.