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Camorra, il fantasma di Antonio Bardellino: storia del boss scomparso nel nulla

Legato a Cosa Nostra siciliana e progenitore del clan dei Casalesi, ufficialmente è stato ucciso in Brasile nel 1988. Ma il corpo non è mai stato ritrovato. Gli indizi che raccontano una verità diversa
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Buzios, Stato di Rio de Janeiro, Brasile. Fine maggio del 1988, pomeriggio. Un uomo rientra a casa. E' italiano, da un pezzo fa la spola fra la provincia di Caserta, Santo Domingo e il Sudamerica. Parcheggia l'auto, apre il cancello del villino affacciato sull'oceano. All'interno lo aspetta un vecchio amico appena arrivato dall'Europa che si è fatto accompagnare da un tassista di San Paolo. Ma non è una visita di cortesia. Nascosto dietro al portoncino, l'ospite stringe fra le mani una mazzola da muratore. Quando l'uomo entra, lo colpisce alla testa. La vittima cade a terra, l'aggressore continua a colpire. Una, due volte. Lo uccide. Poi gli prende i documenti, gli sfila la pistola dalla cintura e porta via i soldi dalla tasca. Avvolge il cadavere in lenzuolo, insieme al tassista lo caricano in macchina. Si dirigono sulla spiaggia dove, qualche ora prima, avevano già scavato una buca.  Buttano giù il corpo senza vita e c…

Buzios, Stato di Rio de Janeiro, Brasile. Fine maggio del 1988, pomeriggio. Un uomo rientra a casa. E' italiano, da un pezzo fa la spola fra la provincia di Caserta, Santo Domingo e il Sudamerica. Parcheggia l'auto, apre il cancello del villino affacciato sull'oceano. All'interno lo aspetta un vecchio amico appena arrivato dall'Europa che si è fatto accompagnare da un tassista di San Paolo. Ma non è una visita di cortesia. Nascosto dietro al portoncino, l'ospite stringe fra le mani una mazzola da muratore. Quando l'uomo entra, lo colpisce alla testa. La vittima cade a terra, l'aggressore continua a colpire. Una, due volte. Lo uccide. Poi gli prende i documenti, gli sfila la pistola dalla cintura e porta via i soldi dalla tasca. Avvolge il cadavere in lenzuolo, insieme al tassista lo caricano in macchina. Si dirigono sulla spiaggia dove, qualche ora prima, avevano già scavato una buca.  Buttano giù il corpo senza vita e coprono la fossa con la sabbia e il terreno. Prima di lasciare il Brasile, l'assassino telefona in Italia, a Casal di Principe: "E' tutto fatto, Antonio Bardellino è morto".

Buzios (Rio de Janeiro) 
Isola di Santa Maria, arcipelago delle Azzorre, 8 febbraio 1989. Un Boeing 707 della piccola compagnia americana Independent Air, decollato da Bergamo Orio al Serio con 137 persone a bordo, si sta dirigendo verso Santo Domingo. I passeggeri sono turisti italiani che vanno in vacanza ai Caraibi. Il pilota chiede il permesso di atterrare ma poco dopo accade l'irreparabile: il velivolo si schianta contro il monte Pico Alto. Non ci sono sopravvissuti.

Il disastro aereo dell'8 febbraio 1989 nell'Isola Santa Maria (Azzorre) 
San Cipriano d'Aversa, un quarto d'ora alle sette, la sera dell'11 febbraio 1989. Il vigile urbano Antonio Diana è in servizio a pochi passi dal Comune, dirige il traffico nel centro del paesino casertano. Ha iniziato il turno alle 14, finirà alle 20. Si è da poco sciolto un corteo funebre. Insieme a due colleghi, Diana sta rientrando in ufficio quando da un auto scendono tre killer a volto coperto e armati di fucile: sparano dieci volte e lo ammazzano.

Le 22.26 del 27 luglio 2019. In un luogo imprecisato, un soggetto imprecisato apre sul web una pagina Wikipedia usando il nickname di "Peppe 589" e racconta una storia inedita: quella di Santino Laudicino, nato a Casal di Principe il 7 maggio del 1933 e morto a New York il 18 novembre del 2017, capo storico e fondatore del clan camorristico dei Casalesi. La pagina viene modificata più volte fino al novembre successivo. Ma Santino Laudicino non esiste. Non è mai esistito.

Qual è la vera storia di Antonio Bardellino, padrino della camorra casertana, legato a Cosa Nostra siciliana e progenitore di quello che sarebbe poi diventato il clan dei Casalesi? E' stato ammazzato nel maggio 1988 in Brasile e sepolto da qualche parte sotto la sabbia, come racconta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone? Oppure è rimasto in vita sotto falso nome ancora per molto tempo, dopo la sua scomparsa dal territorio campano e il trasferimento in America del Sud, come ancora oggi non esclude una nuova, delicatissima, inchiesta della Procura di Napoli?

Antonio Bardellino 
E' un giallo che solo apparentemente appartiene al passato criminale del Paese e che incrocia altre vicende tragiche e ricostruite solo in parte, come una tragedia nei cieli di Santo Domingo, l'omicidio di un vigile urbano a San Cipriano d'Aversa e la misteriosa apparizione nel web di una singolare biografia piena di allusioni e messaggi, dedicata a un enigmatico personaggio inesistente, Santino Laudicino, il cui profilo però assomiglia maledettamente a quello di Antonio Bardellino.

La verità giudiziaria

Il 14 giugno del 2018, il tribunale di Napoli Nord decide sull'istanza dei familiari e dichiara la morte presunta di Antonio Bardellino. Il provvedimento arriva a trent'anni esatti dalla scomparsa del boss e dalla data indicata come quella del suo omicidio: 31 maggio 1988. Il pentito del clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, e altri collaboratori di giustizia raccontano che il boss è stato ammazzato da un altro esponente di spicco dell'organizzazione casertana, Mario Iovine, che sarà a sua volta assassinato tre anni dopo a Cascais, in Portogallo.

Carmine Schiavone 
Ma prima facciamo un passo indietro. Agli inizi degli anni '80, in Campania infuria la guerra di camorra fra la Nco di Raffaele Cutolo e il cartello della Nuova famiglia. Della coalizione che si contrappone ai cutoliani entrano a far parte anche gli uomini di Antonio Bardellino. Non è un nome qualsiasi, nello scacchiere criminale. E' mafioso, legato alla fazione che in Sicilia fa capo a Stefano Bontade. "Non è un semplice uomo d'onore, ma addirittura un rappresentante", dice di lui Tommaso Buscetta, il pentito che per primo ha svelato i segreti di Cosa nostra, il 16 novembre del 1992 davanti alla commissione parlamentare Antimafia presieduta da Luciano Violante. Bardellino trasforma la camorra casertana in un'organizzazione unitaria e disegna una struttura confederativa che ricalca quella della mafia.

Raffaele Cutolo 
Questo le consente di assumere una dimensione nuova e di crescere infiltrandosi anche nelle pubbliche amministrazioni locali. Agli inizi del 1988 però gli equilibri interni cominciano a scricchiolare. L'omicidio di Domenico Iovine, fratello di Mario, apre uno scontro che culmina con l'omicidio di Bardellino in Brasile. Le altre famiglie del clan si schierano con Iovine e quando arriva la notizia dell'assassinio del boss comincia la caccia ai fedelissimi del padrino. Il primo ad essere ucciso è il nipote e suo erede designato, Paride Salzillo, che viene strangolato subito dopo la telefonata dal Brasile che comunica l'omicidio dello zio. I parenti di Bardellino lasciano precipitosamente la Campania e si trasferiscono nel Basso Lazio. Questa ricostruzione viene certificata nelle sentenze del maxi processo Spartacus sul clan dei Casalesi.

Stefano Bontade 
Anche altri collaboratori di giustizia, oltre a Carmine Schiavone, confermano che il capoclan è stato ammazzato. Non sempre i dettagli coincidono, ad esempio Giuseppe Quadrano descrive una scena diversa: Bardellino sta giocando a carte con Iovine nel villino di Buzios quando il vecchio sodale lo colpisce a martellate e poi seppellisce il corpo in un boschetto.  La sostanza però non cambia: il boss è morto.

Il dubbio

E se non fosse stato ucciso? Il cadavere non è mai stato ritrovato e sin da quando Bardellino non si è fatto più vedere in provincia di Caserta, le voci su una sua scomparsa volontaria non si sono mai fermate. Anche Tommaso Buscetta non è mai stato del tutto convinto che il suo ex socio in affari sia stato ammazzato. I dubbi entrano anche nelle audizioni dell'Antimafia. Nella seduta del dicembre 1992, il parlamentare Carlo D'Amato chiede al generale Cesare Pucci, allora direttore del Sismi, il servizio segreto militare: "Lei ritiene che ci siano elementi precisi per asserire che Bardellino sia stato ucciso, o è possibile che sia ancora in attività?". Lo 007 risponde così: "Credo che occorra, quanto prima, trovare Bardellino, possibilmente vivo. Francamente non ho elementi per fornire una risposta esaustiva, mi riservo di farlo in futuro qualora dovessi venire a conoscenza di notizie più precise".

Tommaso Buscetta 
La sorte del boss casertano divide anche i suoi alleati della Nuova famiglia. E' convinto che sia stato ucciso Carmine Alfieri, il padrino di Nola che proprio nel 1993 comincia a collaborare con la giustizia. La pensa diversamente invece un altro ex esponente di primissimo piano della camorra, Umberto Ammaturo che, intervistato da Repubblica il 25 maggio del 2010, argomenta: "Io non credo che sia morto. Risulta scomparso, ammazzato in Brasile. Ma non si trova il corpo. Chi ammazza, specialmente nel caso di Bardellino, ha interesse a far trovare il corpo per dimostrare che è stato ammazzato".

Il giallo del passaporto

Quando viene dichiarata la morte presunta di Bardellino, in Procura a Napoli comincia a serpeggiare qualche dubbio. Perché, se è stato ammazzato nel 1988, la richiesta viene avanzata solo dopo 30 anni? La Procura diretta da Giovanni Melillo apre un'inchiesta con l'ipotesi di falso. All'attenzione degli inquirenti finisce anche una vicenda che, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe avere qualche collegamento con la fine del boss. E' la storia del vigile urbano Antonio Diana, ucciso a colpi di fucile a San Cipriano d'Aversa nel 1989. L'inchiesta, avviata a metà degli anni 2000, quando nuove collaborazioni si aggiungono a quella di Carmine Schiavone, individua nel gruppo Schiavone del clan dei Casalesi i responsabili dell'omicidio. Il delitto rappresenta un'altra puntata dello scontro interno alla confederazione. Per alcuni pentiti Diana aveva pagato con la vita una sua presunta vicinanza a Bardellino.

Ma non è tutto. Nelle carte finisce una circostanza mai chiarita, la voce secondo la quale il passaporto del vigile Diana era stato trovato tra i resti di un aereo precipitato pochi giorni prima nelle Azzorre mentre, dopo essere partito da Bergamo, faceva rotta su Santo Domingo. Ne parla il 5 ottobre del 2016 il pentito Cipriano D'Alessandro, che tre anni prima aveva confessato di aver fatto parte del commando. "Si diceva che il passaporto di Diana era stato rinvenuto in un disastro aereo di un volo diretto in Sud America", afferma. E non è l'unico.

 
Antonio Iovine, divenuto con Michele Zagaria il capo dell'organizzazione dopo l'arresto di Francesco Schiavone e Domenico Bidognetti, viene arrestato nel 2011 dopo quindici anni di latitanza e pochi mesi dopo comincia a parlare con il pm Antonello Ardituro. Si autoaccusa, fra gli altri delitti, anche dell'omicidio del vigile. "E' stato l'ultimo che ho commesso", afferma. A una prima domanda dei magistrati, Iovine dice di non essere a conoscenza della storia del passaporto del vigile trovato dopo l'incidente nei cieli delle Azzorre. Due anni dopo, gli si rinfresca la memoria: "Ci fu un particolare che non ricordavo e che mi ritornò in mente", esordisce. E sostiene che la decisione di uccidere il vigile fu assunta quando cadde un aereo diretto a Santo Domingo e, fra i documenti ritrovati, c'erano quelli di Diana. Anche il pentito Giuseppe Quadrano riferisce di un passaporto che sarebbe stato fornito dal vigile al gruppo Bardellino. Quel documento, è una delle ipotesi, era stato spedito in aereo a Santo Domingo per essere consegnato a un latitante? O era addirittura destinato a Bardellino in persona, che dunque non era stato ucciso in Brasile ma era vivo e vegeto, sotto falso nome? Pur intrigante, la ricostruzione non trova ulteriori riscontri.

Antonio Iovine 
Le dichiarazioni dei collaboratori divergono in alcuni punti, Iovine ad esempio non cita D'Alessandro fra i componenti del commando. Inoltre da un accertamento della questura di Caserta emerge che Diana aveva effettivamente chiesto il rilascio del passaporto, ma non ne aveva ancora ottenuto il rilascio. Fatto sta che la voce, subito dopo il disastro aereo, circolava eccome. Lo confermano gli articoli custoditi nell'archivio di Repubblica. Occhio alle date: l'8 febbraio del 1989 si verifica l'incidente. L'11 febbraio, questo giornale pubblica un articolo dell'inviato a Santo Domingo intitolato "Il mistero dei 13 passaporti". I soccorritori, si legge, "hanno trovato i documenti di 13 passeggeri i cui nomi non figurano nell'elenco fornito dall'agenzia di viaggi". L'11 febbraio è anche il giorno in cui viene ucciso il vigile urbano. E il giorno successivo, il servizio di un altro inviato, attribuendo la dichiarazione ai vertici dell'Interpol, cita espressamente Bardellino, raccontando che, tempo prima, il boss che aveva usato per fuggire in Centroamerica un piccolo tour operator come quello che aveva organizzato il viaggio poi finito in tragedia.

Il 17 febbraio, un altro articolo pubblicato da Repubblica dà conto di un'interrogazione parlamentare firmata dai senatori del Movimento Sociale, Angelo Manna e Antonio Parlato, in cui riferisce un sospetto: e cioè che una delle vittime dell'incidente aereo "viaggiasse con il passaporto intestato a Luigi Diana, vigile urbano di Aversa assassinato in un agguato camorristico dieci giorni prima della tragedia". Ci sono delle incongruenze: il nome di battesimo, la città d'origine e la data dell'omicidio. Ma i fatti riferiti sono sostanzialmente quelli. Nell'articolo si parla di Bardellino, ci si chiede se sia stato ucciso. E si riporta che l'allora commissario straordinario per la lotta alla mafia, Domenico Sica, aveva usato un aggettivo ben preciso per definire l'interrogazione dei due parlamentari: "Circostanziata".

Domenico Sica e Don Pierino Gelmini 
Il boss nato dal web

Nella primavera del 2019, la Procura di Napoli si rivolge alla Farnesina per avere l'elenco dei nominativi dei cittadini italiani residenti a Santo Domingo. L'obiettivo è capire se davvero, dietro le identità ufficiali, possa nascondersi quella di Antonio Bardellino. La verifica non sortisce gli effetti sperati. Ma poco tempo dopo, il 22 luglio di quello stesso anno, sull'enciclopedia on line Wikipedia compare una voce dedicata a un fantomatico boss dell'area casertana: Santino Laudicino, indicato come capo storico del clan di famiglia e poi dei Casalesi, nato a Casal di Principe il 7 maggio 1933 e morto a New York il 18 novembre del 2018.  Questa enigmatica figura viene accostata a quella di Bardellino e alle sue alleanze con la mafia. La pagina web viene modificata più volte, fino alla definitiva cancellazione, nel novembre 2019, per inattendibilità delle fonti. Bastano pochi accertamenti mirati per appurare che Laudicino non esiste, come racconta anche un dettagliato servizio di Fanpage. Questa incursione nella rete però insospettisce in magistrati.

E se Santino, si chiedono in Procura, fosse stato "concepito" per mandare messaggi a qualcuno legato alla camorra o ad altre mafie, anche radicate all'estero, visto che come luogo di morte si indica New York? Tra le righe vengono citati due magistrati: l'attuale procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che aveva indagato sul clan dei Casalesi a partire dagli anni '90, e il pm Ardituro, che ha condotto le principali inchieste sulla cosca istruite nel decennio successivo e che aveva iniziato ad occuparsi di Bardellino proprio in quei giorni, nel riserbo più totale, per approfondire le circostanze della morte presunta del boss. A dicembre 2019, indagando sul nickname "Peppe589", viene perquisito un ingegnere informatico residente a Milano. Nulla di fatto, è un esperto di computer ma con la pagina web su Santino Laudicino non c'entra.

Epilogo

Che storia è, quella di Antonio Bardellino? Un efferato omicidio di camorra che chiude una pagina di storia del clan dei Casalesi e ne apre una nuova, segnata dalla fuga dei familiari del vecchio padrino, dallo sterminio dei suoi fedelissimi e dall'ascesa di nuovi capi, da Mario Iovine a Francesco Schiavone detto Sandokan? Oppure qualcosa di più complesso, che colloca in un contesto criminale una trama degna del "Fu Mattia Pascal" di Luigi Pirandello, con un uomo in fuga dalla legge e dalle cosche capace di farsi una nuova vita, sotto falso nome, dall'altra parte del mondo e morto, magari nel suo letto, solo pochi anni fa? E ancora: perché fu ucciso il vigile Diana? C'è qualcosa di vero nella voce di quel passaporto inviato a Santo Domingo? Perché viene pubblicata la pagina web su Santino Laudicino?

L'avvocato Michelangelo Fiorentino, che assiste Ernesto Bardellino, il fratello del boss, afferma: "La sentenza Spartacus ha stabilito che Antonio Bardellino è stato ucciso. Se qualcuno ci dimostrerà il contrario, ne prenderemo atto". L'inchiesta della Procura, affidata al pm Vincenzo Ranieri, è ancora aperta. Resta da scrivere ancora ultimo capitolo, prima di poter chiudere per sempre questo romanzo di sangue.