L'alfabeto delle mafie. "C" come Chiesa cattolica
di Isaia Sales , di Isaia SalesPer chi si occupa del rapporto storico tra mafie italiane e Chiesa cattolica i cambiamenti degli ultimissimi anni sono davvero impressionanti. La comunità cattolica italiana (nel suo insieme) ha sempre più consapevolmente assunto la gravità del fenomeno mafioso rispetto ad un lungo passato di connivenza, silenzio o indifferenza. E in questa radicale revisione si sono impegnati i vertici delle gerarchie vaticane.
Vediamo nell'ordine le principali novità intervenute. Nel 2010 la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha scritto parole nette sull'argomento: "Le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato. In questa prospettiva non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato". È la prima volta che viene argomentata l'…
Per chi si occupa del rapporto storico tra mafie italiane e Chiesa cattolica i cambiamenti degli ultimissimi anni sono davvero impressionanti. La comunità cattolica italiana (nel suo insieme) ha sempre più consapevolmente assunto la gravità del fenomeno mafioso rispetto ad un lungo passato di connivenza, silenzio o indifferenza. E in questa radicale revisione si sono impegnati i vertici delle gerarchie vaticane.
Vediamo nell'ordine le principali novità intervenute. Nel 2010 la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha scritto parole nette sull'argomento: "Le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato. In questa prospettiva non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato". È la prima volta che viene argomentata l'avversione alla mafia utilizzando il termine "struttura di peccato" che la "teologia della liberazione" (elaborata da alcuni teologi della chiesa latino-americana) applicava all'analisi del capitalismo in quella parte del mondo esprimendosi a favore di una Chiesa dalla parte dei poveri e delle loro lotte per emanciparsi da inaccettabili condizioni di sfruttamento. La teologia della liberazione aveva contestato il silenzio e, in diversi casi, la complicità delle gerarchie cattoliche sudamericane verso le dittature militari, così come i cattolici più avvertiti in Italia avevano contestato il lungo silenzio storico (e a volte l'aperta connivenza) delle gerarchie verso la "dittatura" mafiosa.
A maggio del 2021 è stato beatificato il giudice Rosario Livatino, un magistrato dal profondo sentire cristiano vittima della mafia. Già nel 2013 Padre Giuseppe Puglisi era stato proclamato beato. Un fatto straordinario: era la prima volta in assoluto che un uomo di Chiesa veniva beatificato per aver avversato la mafia e per esserne stato vittima. Per il passato, infatti, i sacerdoti che si erano opposti alle prepotenze mafiose, isolati dai credenti e dalle gerarchie ecclesiastiche, erano stati dimenticati dalla Chiesa. E la richiesta di beatificazione per don Peppe Diana, ammazzato da un clan camorristico a Casal di Principe, si è fatta sempre più pressante. Nel 2014, poi, Papa Francesco in Calabria ha pronunciato la parola "scomunica" nei confronti dei mafiosi ("I mafiosi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati") dopo che per decenni e decenni questa parola era stata bandita dal linguaggio dei vertici della Chiesa nei confronti degli appartenenti alle mafie. E proprio sul tema della scomunica è stato promosso in Vaticano un gruppo di lavoro con la presenza di diversi esponenti del mondo cattolico che si sono segnalati per il loro impegno contro le mafie. Prima di Bergoglio anche Giovanni Paolo II nel 1993 aveva preso posizioni pubbliche contro le mafie nel celebre discorso nella Valle dei templi ad Agrigento, ma nessun Papa prima di allora (cioè a più di due secoli dalla nascita delle mafie in Italia) aveva parlato di mafie in un suo discorso, in una sua omelia, in un suo libro. Nel 2015 si è registrata anche la ferma presa di posizione dell'arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, di non ammettere come padrini di battesimo e di cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli o coloro che appartengono ad associazioni mafiose.
È del tutto evidente che la religione cattolica, così come si è originata e sviluppata nell'Italia meridionale (e negli altri paesi latino-americani alle prese con analoghi problemi) non è stata un ostacolo al dispiegarsi del potere mafioso, anzi. Ancora oggi manca dall'interno della Chiesa una spiegazione storica e dottrinale del proprio comportamento, che purtroppo non è estraneo al duraturo successo delle mafie. Certo l'uso della devozione e della ritualità nei sistemi mafiosi non è una peculiarità solo del cattolicesimo. Anche la Yakuza giapponese e le Triadi cinesi praticano riti di iniziazione vicini alle tradizioni religiose di quei paesi, così come all'interno del cristianesimo vanno considerate le pratiche di bande criminali mafiose russe e di altri paesi slavi che si richiamano a quelle della religione ortodossa. Nella criminalità mafiosa nigeriana cospicui sono i riferimenti a pratiche religiose che hanno a che fare con l'occultismo, con la stregoneria e con i riti "vudu". Così come meritano grande attenzione sia il rapporto tra terrorismo jihadista e religione musulmana sia alcuni comportamenti di stampo mafioso in territori arabi.
Alcuni fra loro esprimono una religiosità superstiziosa (il segno della croce prima di ammazzare o la benedizione delle pallottole con l'acqua santa), altri una religiosità tenue (andare a messa, osservare i precetti), altri sono dediti allo studio e alla lettura quotidiana della Bibbia e del Vangelo, altri usano libri di preghiera o si dedicano a letture religiose più sofisticate, altri ancora hanno eretto cappelle per la messa nel loro rifugio di latitanti, i più istruiti si sono cimentati anche con la teologia. Forse questo è uno degli aspetti più contraddittori della storia italiana: nel Paese cattolico per antonomasia, sede del cuore mondiale della cristianità, dove più forte e determinante è stata l'influenza della Chiesa cattolica nel plasmare la storia e il carattere stesso della popolazione, si sono sviluppate le criminalità organizzate di tipo mafioso che più di altre hanno condizionato e influenzato il crimine nel mondo. Nelle regioni italiane considerate più legate alla Chiesa, nel cuore della cristianità sono nati e cresciuti gli assassini più spietati. Questi criminali non hanno abiurato la loro fede religiosa, anzi spesso se ne sono serviti per giustificare le loro azioni criminali. E la cosa non riguarda solo il passato, quando più forte era l'influenza della Chiesa sulla società nel suo complesso, ma anche il periodo in cui l'Italia si è secolarizzata e addirittura gli ultimi decenni, quando è sembrato che la Chiesa avesse meno influenza sulla vita quotidiana della nazione. Altri tipi di delinquenti, altri cattolici di dubbia moralità (politici, imprenditori, capi di Stato, dittatori) hanno posto la religione a guida della loro azione pubblica e privata; e la storia ci ricorda quanti crimini e misfatti sono stati compiuti in nome della fede, quante atrocità al grido "Dio è con noi". Ma qui siamo di fronte a qualcosa di più grave e inedito: una dimestichezza, una familiarità, una quotidianità plurisecolare tra fede e crimine che non si può camuffare neanche dietro una presunta funzione pubblica o imprescindibili esigenze nazionali o statuali. La loro natura di assassini e gli scopi malavitosi della loro organizzazione sono sempre stati chiari e lampanti. Nei loro covi si sono rinvenute numerose bibbie, immagini sacre, statue di santi, e altre forme di acculturazione religiosa e di forte e sentita credenza. In alcuni casi sono stati scoperti dei veri e propri altari su cui preti e frati andavano a dire messa e a porgere la comunione a dei ricercati per efferati delitti.
Dunque, non c'è alcun dubbio: i capi e gli aderenti alle quattro criminalità italiane di tipo mafioso sono devoti e ferventi cristiani che non avvertono minimamente alcuna contraddizione tra l'essere degli assassini e credere in Dio e nella sua Chiesa. Essi pensano di avere un rapporto del tutto particolare con la divinità e non li sfiora neanche lontanamente la sensazione di inconciliabilità tra il macchiarsi di efferati delitti ed essere parte della grande famiglia cattolica. I mafiosi non hanno mai avvertito la Chiesa nelle sue varie articolazioni come una nemica o una oppositrice del loro disegni e comportamenti. Un paradosso così eclatante poche volte si è riscontrato nella storia moderna della Chiesa. Questa è una constatazione storica incontestabile.
Certo, ci sono preti che in diversi quartieri dominati dalle mafie svolgono una straordinaria opera sociale, culturale e perfino economica per contendere bambini, ragazzi e giovanissimi al reclutamento mafioso. E a volte questa vera e propria azione missionaria si svolge nella totale assenza delle istituzioni statali e comunali e del volontariato non religioso. Ma i preti missionari nei quartieri mafiosi non annullano il danno sociale e civile degli altri preti che nel tempo sono stati proni alle mafie. È del tutto ovvio che le mafie non avrebbero potuto radicarsi così profondamente nella storia meridionale senza un'acquiescenza degli esponenti della Chiesa cattolica, che spesso hanno piegato la dottrina cristiana alle esigenze di dare buona coscienza a degli assassini. La domanda che molti studiosi della criminalità si pongono è questa: le mafie avrebbero potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia meridionale e dell'intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avessero beneficiato del silenzio, dell'indifferenza, della sottovalutazione della Chiesa cattolica e della sua dottrina? La risposta è no. Senza di ciò le mafie non sarebbero arrivate a tenere in pugno il futuro di intere popolazioni. Insomma, il successo delle mafie italiane deve essere considerato sul piano storico anche come un insuccesso della Chiesa cattolica.
Fino alla seconda metà del Novecento la Chiesa italiana non ha mai prodotto un documento ufficiale, una presa di posizione "contro" le mafie, non le ha mai combattute apertamente, non c'è stato mai un aperto contrasto fino ai tempi recenti. Un lunghissimo silenzio dei cattolici, del clero, delle gerarchie locali e nazionali, ha dominato incontrastato accompagnando l'evolversi di quei fenomeni criminali anche quando avevano assunto fama internazionale e la parola mafia era diventato il termine per antonomasia in tutto il globo per indicare la criminalità organizzata. Un lunghissimo silenzio durato per più di un secolo, un tempo enorme, incredibile, insopportabile. Se degli assassini hanno creduto in Dio, se si sono sentiti dei buoni cristiani pur ammazzando, se non li ha sfiorati minimamente la inconciliabilità tra il macchiarsi le mani di sangue e sentirsi parte della grande famiglia cattolica, ciò di per sé dovrebbe essere motivo di preoccupata riflessione. Nel passato ci si è limitati a bollare la religiosità dei mafiosi come una forma evidente di superstizione, quando non si poteva fare a meno di commentare episodi palesi della loro religiosità. Ma se queste testimonianze di fede dei mafiosi andavano etichettate come superstizione, allora si sarebbe dovuta dichiarare superstiziosa gran parte della popolazione cattolica. I mafiosi, infatti, non fanno altro che manifestare la loro religiosità nelle forme in cui normalmente si è manifestata nei secoli la fede cattolica nel Sud d'Italia. Il messaggio della Chiesa si è dimostrato capace di coesistere senza conflitti con l'appartenenza mafiosa. Se i mafiosi si sono sentiti dei buoni cristiani, è perché hanno respirato e introiettato "una religione che non infonde virtù". Ciò vuol dire che nel Mezzogiorno d'Italia, nelle regioni infestate dal fenomeno mafioso, il cattolicesimo non è stato del tutto "religione della virtù", come voleva Lorenzo Valla.
Anche chi non crede riconosce alle religioni (a tutte le religioni) un presidio morale contro il male. Tutte le religioni tentano, ciascuna a proprio modo, di contenere il male che si sprigiona dall'uomo. Ancora di più ciò viene riconosciuto alla religione di Cristo. Ma se degli assassini non provano neanche rimorso per quello che commettono, e di norma si fanno il segno della croce prima di ammazzare, vuol dire che la credenza religiosa si è trasformata in un auto-assolvimento di assassini. È chiaro che i mafiosi non vogliono essere avvertiti come delinquenti dalla società che li circonda, dalle comunità in cui operano. Perciò si appoggiano alla Chiesa: come si fa a ritenerli delinquenti se la loro presenza è accettata dalla gerarchie cattoliche, se ad essi sono riservate le cerimonie più fastose, se li si sceglie come organizzatori delle feste religiose, se si consente loro di portare sulle spalle i santi, se sono tra i principali benefattori nelle attività caritative? È dunque sul concetto di pentimento e di perdono che deve soffermarsi l'analisi a proposito del rapporto mafie-Chiesa.
Nella dottrina cattolica, la violazione di alcuni comandamenti che hanno a che fare con la violenza sugli uomini e sulle cose (non rubare, non ammazzare) non rende necessario riparare con atti concreti l'ingiustizia commessa e il dolore procurato, così da annullare o attenuare (laddove possibile) gli effetti negativi dei propri misfatti. L'ingiustizia compiuta e il danno arrecato non implicano obblighi nei confronti delle vittime. È solo l'autorità religiosa che ha il potere di liberarci dal peso degli errori commessi. Lo strumento di questa traslazione di colpa è il sacramento della confessione e il sacerdote ne è il tramite. La colpa, dunque, non è mai verso gli altri, verso la società, la collettività, lo Stato e le sue leggi, ma è innanzitutto colpa verso Dio, peccato contro il Signore. La confessione serve a ripristinare il rapporto di fiducia con Dio che il peccato aveva compromesso. Deve essere riparato il peccato verso il Signore, non verso le persone in carne e ossa oggetto del male. Colui che ha subìto le conseguenze del peccato resta un estraneo, un non partecipe al rito della confessione e della espiazione.
Così concepita la confessione si trasforma in una "deresponsabilizzazione etica" che salta in blocco la dimensione pubblica e sociale del peccatore. Alla Chiesa è sufficiente il pentimento interiore, non quello rivolto all'oggetto del proprio atto peccaminoso o verso la collettività offesa. Insomma tutto si regge sul principio che bisogna riparare nei confronti della Chiesa (rappresentante in terra di Dio) ma non nei confronti della vittima. Questa si chiama "etica dell'intenzione" che si basa su questo assunto: se tu, peccatore, modifichi la tua interiorità che ti ha portato al peccato mediante il pentimento, ciò è sufficiente a farti rientrare tra coloro che possono riavere l'amore di Dio.
Il tragitto che si interpone nel mondo cattolico tra pentimento e perdono, tra colpa ed espiazione, è il più breve rispetto a qualsiasi altra religione. Sembra che la dottrina cattolica consideri più appagante il recupero di ogni singolo peccatore piuttosto che mettere in moto la reciprocità tra offeso e offendente. In questa ottica si considera secondario il giudizio terreno sulle colpe commesse e il sottoporsi all'autorità dello Stato. Non si fa nessuna distinzione tra peccati con conseguenze sociali e peccati senza conseguenze per gli altri. La Chiesa ha lasciato intendere con il suo messaggio che c'è un Dio con il quale si può negoziare in via privata la salvezza della propria anima senza dover passare per il recupero del danno arrecato socialmente e collettivamente sopportato. Padre Nino Fasullo l'ha definita "privatizzazione della salvezza". È a questa concezione che si rifanno i mafiosi, a questa idea del rapporto con Dio che si rapportano, e hanno trovato nei preti e nella Chiesa un autorevole avallo.
E che il problema riguardi anche lo strumento della confessione ne era consapevole il cardinale Carlo Maria Martini. In un confronto con Eugenio Scalfari, il porporato propose un concilio specifico sul tema della confessione, o come lui si esprime "sul percorso penitenziale della propria vita". "Vede", risponde a Scalfari: "la confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale".
La teologia morale cattolica, alle prese con l'impatto che le mafie hanno avuto con la società, ha mostrato tutti i suoi ritardi e tutte le sue incongruenze; o meglio, la lotta alle mafie fa venire allo scoperto lo scarto esistente tra teologia morale e spirito civico. La facilità del perdono è un punto irrinunciabile dell'identità della Chiesa cattolica, anche quando tale facilità ha confermato nei propri convincimenti assassini seriali come i mafiosi facendoli sentire non estranei al messaggio cristiano. Se questa analisi ha qualche fondamento, forse il passo successivo, dopo la scomunica, è mettere mano un adeguamento dottrinale. Partendo da questa semplice constatazione: i mafiosi che non si intendono di teologia morale, hanno avvertito i precetti della Chiesa come una forma di involontaria accondiscendenza verso il loro modello valoriale. Manca il peccato civico, inteso come mancanza contro lo Stato, contro la comunità, contro i beni comuni, così come aveva suggerito di introdurre qualche anno fa Alberto Monticone, l'ex presidente dell'Azione cattolica. Insomma, è ancora lunga la strada per la elaborazione e l'attuazione di una vera e propria teologia della liberazione delle mafie da parte del mondo cattolico nel suo insieme, ma la via è intrapresa, anche se a livello locale si continuano a manifestarsi atteggiamenti sconcertanti.
Per esempio il funerale religioso del boss Vittorio Casamonica a Roma nel 2015, proprio nella città sede del Vaticano, durante il quale il prete celebrante ha sostenuto di non essersi accorto di nulla; non si era accorto, cioè, che stava celebrando i funerali di un notissimo mafioso. Eppure erano stati affissi enormi manifesti davanti alla Chiesa inneggianti al boss (ritratto con un enorme crocefisso al petto, che sormonta la basilica di S. Pietro e il Colosseo e la scritta: "Hai conquistato Roma ora conquisterai il Paradiso"), un elicottero sorvolava la zona e gettava fiori sui presenti, una banda intonava la musica de Il Padrino, e la bara era stata collocata dentro un enorme cocchio trainato da un numero cospicuo di cavalli. E il parroco di una chiesa intitolata a S. Giovanni Bosco (che ha impegnato tutta la sua esistenza per l'educazione) non solo non ha avuto la forza di dire di no, ma anzi ha affermato che lo avrebbe rifatto. Eppure nella stessa chiesa fu vietata la cerimonia religiosa per Piergiorgio Welby, afflitto da sclerosi multipla e militante del Partito Radicale, deceduto grazie all'assistenza di sanitari che diedero seguito alla sua volontà di porre fine alla lunga agonia. Ad un giornalista che ha chiesto al cardinale Camillo Ruini, all'epoca vicario del pontefice per la diocesi di Roma, se era pentito di aver negato il funerale a Welby, il porporato ha risposto: "Negare a Piergiorgio Welby il funerale religioso è stata una decisione sofferta, che ho preso perché ritenevo contraddittoria una scelta diversa. Su questo non ho cambiato parere. Ho comunque pregato parecchio perché il Signore lo accolga nella pienezza della vita". Ciò vuol dire che il caso era stato affrontato direttamente dalla curia romana e non affidata al prete della chiesa di don Bosco. Perché non si è fatto lo stesso per Vittorio Casamonica? Al boss Casamonica il funerale religioso, al mite Welby no.
Il funerale di Vittorio Casamonica: le note del Padrino e un tiro a sei cavalli