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L'alfabeto delle mafie: "F" come Famiglia

La violenza non è una attività che si passa di padre in figlio né l'attitudine al comando si eredita
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La parola "famiglia" in uso nelle mafie può prestarsi a molteplici equivoci se non attentamente spiegata. La confusione è dovuta al fatto che i mafiosi chiamano così la loro unità di base, cioè il nucleo dei loro aderenti di un territorio ben preciso e sottoposti a una gerarchia, mentre il termine fuori dal linguaggio mafioso fa riferimento a specifici legami di sangue. Infatti, la famiglia mafiosa di Corleone non si è mai identificata con la specifica famiglia di sangue di Salvatore Riina, di Bernardo Provenzano o, prima ancora, di Luciano Liggio, così come la famiglia mafiosa di Brancaccio non si identifica solo con i fratelli Graviano, anche se sia a Corleone sia nel quartiere palermitano di Brancaccio alcuni familiari dei capi-mafia hanno giocato e giocano un ruolo importante.

In Sicilia, il termine "famiglia mafiosa" è accompagnato dal nome…

La parola "famiglia" in uso nelle mafie può prestarsi a molteplici equivoci se non attentamente spiegata. La confusione è dovuta al fatto che i mafiosi chiamano così la loro unità di base, cioè il nucleo dei loro aderenti di un territorio ben preciso e sottoposti a una gerarchia, mentre il termine fuori dal linguaggio mafioso fa riferimento a specifici legami di sangue. Infatti, la famiglia mafiosa di Corleone non si è mai identificata con la specifica famiglia di sangue di Salvatore Riina, di Bernardo Provenzano o, prima ancora, di Luciano Liggio, così come la famiglia mafiosa di Brancaccio non si identifica solo con i fratelli Graviano, anche se sia a Corleone sia nel quartiere palermitano di Brancaccio alcuni familiari dei capi-mafia hanno giocato e giocano un ruolo importante.

In Sicilia, il termine "famiglia mafiosa" è accompagnato dal nome del paese, del quartiere, del territorio dove si esercita il controllo da parte di una cosca e non dal cognome della specifica famiglia di sangue che all'interno di quel nucleo mafioso ne ha il controllo, il comando o l'egemonia. Le più di 200 famiglie mafiose siciliane si identificano tutte con il nome della località dove comandano e non con il nucleo familiare che le guida. Quindi, nell'organizzazione mafiosa con il termine "famiglia" non si fa riferimento a un'entità di sangue o a legami parentali ma a un territorio dominato, a un luogo dove si esercita il potere di un insieme di mafiosi organizzati e gerarchizzati.

Negli Usa, ad esempio, dove in gran parte è stato trasferito- con qualche innovazione- il modello mafioso siciliano, è vero sì che le attuali 5 famiglie newyorkesi portano ancora il nome dei fondatori Gambino, Lucchese, Genovese, Bonanno e Colombo, ma il comando non si è ereditato di padre in figlio (anche se molti parenti stretti ne hanno fatto parte) e nessuno dei capi attuali porta il cognome di colui che diede vita alla famiglia. Unica eccezione è rappresentata da Peter Gotti, successore del capo John Gotti dopo il suo arresto nel 2002, il quale non aveva però legami di parentela con il fondatore Carlo Gambino. Lo stesso Lucky Luciano non era parente del fondatore della famiglia mafiosa di cui divenne capo.

Fu il pentito italo-americano Joe Valachi per primo a usare il termine "famiglia" davanti alla Commissione d'inchiesta del Senato americano che prese il nome dal suo presidente McClellan. Al senatore che gli chiedeva che tipo di famiglia fosse quella dei mafiosi, egli rispose: "Questa è l'espressione che usano, ma non è propriamente la famiglia. Non significa padre o madre o sorella o fratello o qualcosa del genere". L'uso del termine "famiglia" per indicare un insieme di mafiosi organizzati deriva proprio dal modo in cui si divisero il territorio di New York le cinque cosche siculo-americane più importanti, così come è di derivazione americana l'uso del termine "Cosa nostra" come sinonimo di mafia.

D'altra parte quello di mafioso non è un mestiere ereditario, che si trasmette di padre in figlio o solo all'interno della stessa famiglia di sangue. Lo storico Salvatore Lupo lo ha ben precisato: "Dal punto di vista sostanziale è vero che la solidarietà familiare va considerata come il nucleo di molte possibili alleanze in molte sfere dell'azione collettiva, del passato e del presente, ed ancora di più in quelle pericolose come la criminalità; però proprio dal punto di vista sostanziale Cosa nostra sia americana sia siciliana non riposa solo sui collanti di natura familista". D'altra parte se l'organizzazione mafiosa si basasse solo sul nucleo familiare, di sangue o allargato a parenti acquisiti, perché mai ricorrere ancora al rito di iniziazione? Se quello di mafioso fosse un ruolo che si eredita, non ci sarebbe bisogno di nessun giuramento formale, in quanto basterebbe nascere in una determinata famiglia per essere di per sé mafioso.

Vedremo più avanti come oggi in alcune organizzazioni criminali, in particolare nella 'ndrangheta e in parte nella camorra, la famiglia di sangue si è trasformata in un elemento essenziale per l'accesso alla famiglia mafiosa e che negli ultimi decenni  tra i due termini c'è, nei fatti, un rapporto sempre più stretto. Ma nella storia delle tre organizzazioni mafiose questa coincidenza è una evoluzione dettata da particolari circostanze, in gran parte innescate dalla repressione degli ultimi decenni, piuttosto che un elemento di continuità e di identità. Nella 'ndrangheta, ad esempio, la struttura organizzativa basata sulla famiglia di sangue ha assorbito più efficacemente i danni delle rivelazioni dei pentiti e ha reso più difficile accusare i propri parenti, anche se ci sono molti casi in cui ciò è avvenuto lo stesso. Nella mafia calabrese la sovrapposizione tra famiglia di sangue e famiglia criminale è molto più ampia che nelle altre due mafie; nelle 'ndrine il passaggio di testimone tra padre e figlio a tra parenti è molto più frequente che in altre organizzazioni mafiose.

Casal del Principe dall'alto 
In origine, però, sia la camorra che la 'ndrangheta si riconoscevano nell'appellativo di "Onorata società" e non di "famiglia", in quanto consideravano le loro organizzazioni delle comunità di criminali piuttosto che un insieme di parenti. Non si percepivano come strutture monarchiche ma repubbliche di delinquenti in cui valeva, sicuramente, una certa affinità parentale ma essa non era affatto decisiva. Nelle tre mafie italiane esistenti già nell'Ottocento (la camorra attiva già prima dell'Unità d'Italia) la selezione non era per casato familiare, come nella tradizione baronale, ma per meriti acquisiti lungo le strade del crimine. Il manifestarsi della meritocrazia nel campo criminale precedette quella all'interno delle società uscite dalla fine dell'assolutismo regio e del sistema feudale.

E' dimostrato storicamente, ad esempio, che dal 1848 al 1915 nessun capintesta della camorra napoletana era stato preceduto dal padre o da un fratello nel comando della "Bella società riformata", nome con cui si definiva all'epoca la criminalità mafiosa napoletana. E ancora oggi, nonostante l'esistenza di molti clan a spiccate caratteristiche familiari, non si usa solo il cognome del capofamiglia come elemento identificativo, mentre è molto utilizzato il termine "sistema" accompagnato dal nome del quartiere in cui operano i numerosi clan, oppure accanto a clan definiti dal nome del capofamiglia (Mazzarella, Gionta, Nuvoletta) ci sono clan definiti dal nome del luogo di aggregazione (Casalesi, Alleanza di Secondigliano). Insomma, la presenza di diversi congiunti all'interno delle famiglie mafiose non rende le mafie italiane un esempio incontrovertibile di struttura familistica; in ogni caso, il familismo non è la caratteristica identificativa del modello mafioso dalle origini ad oggi, anche se la consanguineità ne rappresenta un dato non trascurabile.

La successione familiare nel modello mafioso

Se prendiamo gli ultimi capi della mafia siciliana, della camorra e della 'ndrangheta, non troviamo casi di successione tra Riina e i figli, i quali anche se sono finiti in galera, non sono diventati capimafia; stessa cosa per i figli di Provenzano, di don Antonio Macrì in Calabria o di Liggio. Solo Matteo Messina Denaro è figlio di un boss mafioso. Il figlio di Cutolo morì ammazzato ma non divenne mai un capo camorrista, e né i figli di Alfieri, né di Nuvoletta né di Bidognetti sono diventati capi camorra, mentre i figli di Sandokan, di Valentino Gionta e i rampolli del clan Giuliano di Forcella sì. La successione può avvenire ma non è la regola: la violenza non è una attività che automaticamente si passa di padre in figlio né l'attitudine al comando si eredita.

Stare in una famiglia mafiosa ti dà dimestichezza con la violenza, con l'omicidio e con l'illegalità ma non ti garantisce di ereditare il mestiere di tuo padre. Se vieni da una famiglia mafiosa, puoi diventare mafioso, ma non essere necessariamente il capo. Il tasso di successione padre-figlio nelle mafie è in genere più basso che in altre attività. "Il figlio del capomafia non è detto che gli succederà, mentre le dinastie monarchiche e imprenditoriali-finanziarie sono più rigidamente determinate dal legame familiare", scrive giustamente Umberto Santino. Il boss pentito Buscetta nelle dichiarazioni rese al giudice Giovanni Falcone sostenne che in linea di massima non si eredita il ruolo di mafioso.

Diverso il caso calabrese, dove il merito criminale non è l'unico per fare ingresso nella 'ndrangheta, poiché i figli maschi dell'uomo d'onore hanno diritto ad essere "battezzati nelle fasce" e quindi ereditano di fatto l'investitura criminale dai titoli conseguiti in precedenza dall'ascendente diretto. Ma se poi da adulti non si dimostrano all'altezza vengono scavalcati da altri.

C'è un caso clamoroso nella storia della camorra napoletana che dimostra quanto sia un danno per l'organizzazione passare il comando dal padre ai figli se essi non hanno le attitudini al comando. Nella scissione del clan Di Lauro di Scampia, che ha provocato una delle guerre più sanguinose degli ultimi anni a Napoli nei quartieri della periferia Nord, è stato evidente il conflitto tra concezione familistica e concezione aziendale all'interno del clan di camorra: il passaggio della leadership tra il boss Paolo Di Lauro e il figlio Cosimo (a causa della latitanza del primo) non è stata accettata dagli altri membri del clan. Infatti non è scontato passare il testimone di padre in figlio se ciò è contrario agli interessi aziendali; essere figlio di un capo non vuol dire essere capace di svolgere bene l'attività di manager delle piazze di spaccio, o in altre attività criminali. Ci sono, è vero, passaggi indolori delle redini del clan di padre in figlio (in genere il primo figlio, al di là delle capacità rispetto agli altri fratelli, come un maggiorascato criminale) ma alcuni clan si sono disgregati proprio a causa di questa successione padre/figlio.

A volte sono le stesse madri che si rendono conto della scarsa predisposizione dei figli alla violenza e al comando: in una intercettazione telefonica la moglie di un capoclan dei Casalesi propone di aprire al figlio un'impresa di pigiami perché non lo riteneva in grado di comandare il clan.

Sebbene il familismo sia stato il topos interpretativo più usato per raffigurare le mafie, i mafiosi non si comportano diversamente nei rapporti familiari di quanto avviene in politica, in economia, in Italia, nelle società europee e anche delle altre parti del mondo. Collocare nella propria scala di affetti e di interessi i familiari prima degli estranei non è un comportamento identificativo delle mafie, o una cosa moralmente sanzionabile, né tanto meno chi lo fa è necessariamente un pessimo cittadino o un potenziale mafioso. I Bush padre e figlio sono stati presidenti degli Stati Uniti; la famiglia Kennedy è stata una specie di dinastia politica; Clinton e la moglie hanno occupato per anni la scena politica americana. In Italia gli Agnelli hanno trasmesso il potere sulla Fiat da quattro generazioni. Fabrizio Barca e altri hanno parlato a ragione di "capitalismo familiare". Nelle professioni oggi il passaggio di padre in figlio sta ridiventando di nuovo un metodo di trasmissione delle opportunità, visto che in gran parte sono bloccati altri canali di ascesa sociale.

Se si paragonano i fenomeni mafiosi alle altre attività d'impresa o alle libere professioni nel campo legale, si può facilmente notare come il familismo mafioso sia meno accentuato del familismo del sistema capitalistico italiano o come sia meno significativo rispetto al passaggio di padre in figlio di molti studi professionali o di insegnamenti universitari. E' riscontrabile facilmente come nel sistema delle piccole e medie imprese, o nella conduzione di negozi e di altre attività professionali, commerciali e artigiane, la presenza dei figli, dei fratelli, delle sorelle, dei cognati è molto frequente; le attività economiche mafiose, sia illegali sia legali, hanno la dimensione di piccole e media attività e seguono la stessa logica.

L'arresto di Cosimo Di Lauro 
E così come nel sistema economico funzionano insieme la cooptazione familiare e quella meritocratica, ciò avviene anche nelle mafie. In ogni caso, il familismo è un problema più generale della società e dell'economia e non una esclusiva caratteristica dei sistemi mafiosi. La differenza fondamentale, oltre all'utilizzo nella famiglia mafiosa di parenti in grado di saper usare all'occorrenza la violenza, è data dal fatto che la famiglia di sangue viene sacrificata qualora dovesse entrare in contrasto con gli interessi della famiglia mafiosa: la famiglia di sangue è gerarchicamente subordinata agli interessi della famiglia criminale nel suo insieme. Quando non si arriva ai casi estremi di scelta tra le due appartenenze, prevale una certa fluidità, una certa osmosi tra i due livelli. Ma a volte entrano in contrasto drammatico le due appartenenze e si scatenano guerre, come abbiamo visto nel caso del clan Di Lauro.

Significativo poi il fatto che molti clan si basano su famiglie con tanti figli coinvolti: Paolo Di Lauro aveva messo al mondo 11 figli, così come il capostipite dei Giuliano, il padre del boss di Forcella Luigi, che era padre anch'egli di 11 figli; sei erano i fratelli Sarno, clan egemone a Ponticelli, e altrettanto i Licciardi di Secondigliano. Il ruolo delle donne di famiglia è decisivo nella camorra, e negli ultimi anni è cresciuto anche in Calabria e Sicilia: in genere esse si sostituiscono ai fratelli, ai mariti, ai padri e ai figli  se  sono impediti dal carcere o da una latitanza. A volte la famiglia numerosa viene considerata una benedizione, un capitale competitivo per le attività imprenditoriali. Un tempo ciò avveniva per le famiglie contadine, dove i tanti figli aiutavano a coltivare.

Più si è numerosi in famiglia e più spazi si occupano nelle imprese illegali di massa. E laddove i figli non sono tanti, si copre il fabbisogno con i cognati, i cugini e altri parenti di sangue o acquisiti. Nei clan prevale la famiglia allargata, cioè non quella patrilineare ma quella dei cognati che si aggiungono a cognati. La famiglia napoletana del mondo criminale o illegale, se presenta ampi tratti disgregativi dal punto di vita sociale e culturale, si presenta come unità imprenditoriale larga e ciò è molto importante dal punto di vista commerciale-imprenditoriale. La famiglia diseducante è al tempo stesso molto efficace dal punto di vista del mercato criminale. E se nella 'ndrangheta si tramanda una tradizione, un mestiere che sempre più si eredita di padre in figlio, nella camorra si tramanda un'opportunità familiare attraverso il crimine.

Il familismo amorale e le mafie

Indubbiamente alla famiglia (e al conseguente familismo) è stato attribuito dagli studi antropologici un ruolo cruciale nel determinare il circolo vizioso dell'arretratezza del Sud d'Italia, dando a questo concetto una chiave interpretativa delle vicende storiche e sociali meridionali, stabilendo un nesso stretto tra familismo e clientelismo e tra familismo e predisposizione al dominio mafioso. Molti studiosi hanno applicato il concetto di familismo amorale alle mafie anche se il termine non venne usato dal suo inventore (lo studioso statunitense Banfield) come sinonimo di famiglia mafiosa, quasi a sostenere che se c'è stata la mafia è perché a base della mentalità e dei valori dei meridionali c'è innanzitutto la famiglia di sangue a cui sono riservati tutti gli affetti e i valori; mentre fuori della famiglia tutto è lecito, anche ammazzare e delinquere.

Questo modo di pensare, cioè di un legame strettissimo tra mentalità familistica e mafie, lo si trova anche in molti dizionari della lingua italiana. Prendiamo il Dizionario Hoepli che così riporta alla voce familismo: "Solidarietà tra appartenenti a un gruppo al di fuori dell'organizzazione sociale, uniti da un patto di sangue a vincoli solitamente consistenti nell'ubbidienza gerarchica e nell'omertà in difesa degli altri affiliati: il fenomeno delle cosche mafiose".

Non sono pochi, infatti, gli studiosi che hanno stabilito un rapporto stretto tra familismo (amorale o meno) e successo delle mafie. Chi più delle mafie può rappresentare al meglio l'esempio concreto del familismo amorale? Nel libro L'Italia fatta in casa degli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino si considera il nesso familismo-mafie come molto significativo per analizzare il sottosviluppo economico e sociale di certe aree d'Italia, come pure altri problemi tipici del Sud, tra i quali appunto quello delle mafie. Insomma per alcuni studiosi il familismo amorale può servire indifferentemente a spiegare l'arretratezza del Sud o le origini delle mafie. ma è una semplificazione che non regge, e che alla lunga si è trasformato in un pregiudizio.

Innanzitutto, se ci fosse un rapporto tra il familismo amorale e lo sviluppo delle mafie, il paese dove è stata "scoperta" tale teoria, cioè Chiaromonte in Basilicata (dove Banfield svolse per nove mesi la sua indagine sul campo e dove inventò il termine "familismo amorale") dovrebbe essere un territorio mafioso per eccellenza, come mafiosa dovrebbe essere tutta la zona attorno dove si presuppone esistessero le stesse condizioni e la stessa mentalità degli abitanti di Chiaromonte. D'altra parte se Banfield parla di una società orientata esclusivamente all'interesse personale, in cui gli individui sono impegnati in una sorta di "lotta hobbesiana" di tutti contro tutti, dove tutti agiscono senza moralità nei confronti degli estranei, dove non esiste alcun riferimento etico se non all'interno della propria famiglia e nessuna forma di solidarietà all'esterno di essa, è facile concludere che di conseguenza a Chiaromonte dovevano essere accaduti numerosi episodi di violenza, un numero elevato di reati, con numerose presenze di criminalità organizzata.

Ma leggendo le statistiche degli omicidi si nota che da quando Banfield mise piede a Chiaromonte (1954), fino al 2014, cioè in 60 anni c'è stato un solo omicidio in quel paese e tre tentati omicidi, tutti risolti con la scoperta degli autori. Come si può descrivere un mondo familiare chiuso e in guerra con tutto il resto dell'umanità e poi verificare che quel paese, che dovrebbe essere intriso di sangue, invece è tra i più tranquilli in Italia?

In secondo luogo se le mafie sono la conseguenza del familismo amorale dovrebbero essere composte solo da famiglie nucleari, cioè nell'onorata società si dovrebbe entrare solo se membri della stessa famiglia di sangue. Ma non è affatto così, come abbiamo visto prima.

Ultima considerazione. I mafiosi non hanno nessuna esitazione a uccidere loro familiari se questo è utile ali fini della tutela del clan e, se richiesto dall'organizzazione, anche se appartenenti alla loro famiglia nucleare (moglie, marito, madre, padre, figli). Ciò viene prescritto apertamente dagli statuti scritti e orali delle organizzazioni mafiose: la famiglia mafiosa viene prima della famiglia di sangue; gli interessi dell'insieme degli appartenenti alle mafie vengono prima delle esigenze dei familiari che ne fanno parte

Uno dei giuramenti a Cosa nostra così recita: "In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario anche il mio stesso sangue". Un'altra formula di giuramento dice: "Prima della famiglia, dei genitori, delle sorelle, dei fratelli, viene l'interesse e l'onore della società. Essa in questo momento è la vostra famiglia". E in un codice della 'ndrangheta così è scritto: "Prima della famiglia, dei genitori, dei fratelli, delle sorelle viene l'interesse e l'onore della società, essa da questo momento è la vostra famiglia e se commetterete infamità, sarete puniti con la morte. Come voi sarete fedele alla società, così la società sarà fedele con voi e vi assisterà nel bisogno, questo giuramento può essere infranto solo con la morte".

Dice Calderone che quando giurò da mafioso gli venne detto: "Non puoi tradire Cosa nostra, perché è al di sopra di tutto. Viene prima di tuo padre, e di tua madre. E di tua moglie e dei tuoi figli. La pretesa di Cosa nostra è totale sull'individuo che ne fa parte. Egli entra in una famiglia che è più importante della famiglia di sangue". E Calderone continua: "Quando loro hanno deciso, non sono più padrone di me stesso. Possono ordinarmi di uccidere una persona conosciuta, un parente, una persona cara, e io non avrei scelta: lo dovrò fare. Se hanno deciso di eliminare mio fratello, quasi certamente chiederanno ad altri di farlo, ma io dovrò accettare la decisione. O si china la testa o si fa la guerra."

Vediamo cosa dice un altro mafioso: "Se uno fa un giuramento e accetta certe regole, le deve rispettare. Se mi dicevano che mio fratello era un infame, io lo uccidevo. Ci sono stati padri che hanno ammazzato i figli, e l'incarico gli veniva affidato proprio per metterli alla prova. Alcuni, saputo del tradimento, hanno chiesto di sparare di persona, dimostrando che Cosa nostra veniva prima del proprio sangue".

La regola d'obbedienza è così forte che "se il capo chiama, bisogna sempre essere disponibili al punto da lasciare anche la moglie che sta partorendo!" ricorda un pentito di mafia. E continua: "La parentela, l'amicizia non valgono niente di fronte alla fedeltà a Cosa nostra. Se è in gioco l'interesse della famiglia mafiosa, tutti questi sentimenti scompaiono, passano in secondo piano". Anche nella Sacra corona unita il giuramento fa riferimento all'obbligo di considerare la famiglia nucleare subordinata a quella mafiosa: "Giuro di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, nell'esclusivo interesse dell'organizzazione".

Gianluca Bidognetti, figlio del boss dei Casalesi, partecipa attivamente alla caccia alla madre pentita, ferisce la cugina e tenta di uccidere la sorella della madre nel tentativo di avere notizie sul suo rifugio. E la madre, Anna Carrino, per anni compagna del boss Francesco Bidognetti, da cui aveva avuto tre figli, in un'intervista alla trasmissione televisiva Anno Zero dice: "Per i camorristi il legame con la camorra è più forte di quello con i figli". Nel clan Sarno di Ponticelli si verifica l'uccisione di Giuseppe Schisa (che in carcere aveva manifestato l'intenzione di pentirsi) con la collaborazione logistica del fratello Roberto. Non parliamo poi dei tantissimi episodi in cui pubblicamente parenti stretti di pentiti hanno rinnegato i loro cari. Maurizio Prestieri, un boss legato a Paolo Di Lauro, racconta che per gli ex affiliati del clan che volevano passare alla parte vincente degli scissionisti, vigeva una regola semplice: "Devi uccidere un tuo parente, ne scegli uno e spari. Solo così ti prendono nel loro clan perché sono sicuri che non stai barando". Il criminologo Howard Abadinsky così commenta: "I mafiosi si uccidono tra di loro a tradimento, all'occorrenza anche tra fratelli, in barba al supposto familismo, e magari si mettono d'accordo con gli assassini dei loro congiunti".

George Simenon, che niente sapeva di Cosa nostra americana né tantomeno delle mafie italiane, se non quello che leggeva sui giornali, decise di ambientare un suo romanzo negli Usa e tra i criminali mafiosi di origine italiana. Ebbene lui colse subito il fatto che laddove prevale la violenza assassina essa non risparmia i propri familiari. Ne I fratelli Rico racconta appunto di un omicidio di un giovane boss che stava per tradire l'organizzazione avallato e agevolato da uno dei fratelli. Nel film Il padrino, Michel Corleone fa uccidere il cognato e perfino il fratello Fredo.

George Simenon 

Le organizzazioni mafiose esigono l'interezza della persona che ne fa parte allo stesso modo delle organizzazioni militari o religiose. George Simmel ha spiegato il meccanismo: il simbolismo dei riti sono modalità atte a esaltare un sentimento di appartenenza e devozione e, contemporaneamente, a richiedere un sentimento di appartenenza totale ed esclusiva, compatibile con altre appartenenze e affetti ma, nel momento del bisogno, esclusiva. Certo alcuni mafiosi hanno insistito con questo stretto legame della mafia con l'idea di famiglia, come ad esempio Joe Bonanno nelle sue memorie, ma tale concetto fa parte solo di quella nobilitazione della violenza di cui i mafiosi sono grandi esperti.

Nella storia di ieri, di oggi e forse di domani, le strutture e i sistemi familiari, le lotte e le strategie delle famiglie hanno avuto un ruolo primario nelle strategie di conquista e di mantenimento del potere dei ceti alti della società, molto meno nei ceti popolari. Nei ceti economicamente più deboli alla famiglia ci si appoggia per sopravvivere, nei ceti alti per incrementare maggiormente potere e ricchezza. Il familismo nelle realtà povere è stato tutt'al più strumento di difesa, mentre in quelle ricche strumento di conquista. E questo non valeva solo per l'Italia come ha dimostrato Paul Ginsborg nel suo libro Famiglia Novecento. Le mafie in genere copiano i comportamenti dei ceti dominanti della società e sanno usare anche le strategie matrimoniali a tali fini: i matrimoni combinati per consolidare i vincoli tra famiglie potenti non sono certo un'invenzione dei mafiosi!