✕

Il libro, "Mio fratello": la vita rivoluzionaria di Peppino Impastato

La storia colma di pagine inedite e di particolari mai rivelati dell'attivista antimafia più coraggioso, raccontata dal fratello Giovanni
2 minuti di lettura

Se uno nasce a Cinisi, a due passi da Palermo, in una famiglia di agricoltori legati alla mafia del paese, solo una cosa può fare: il mafioso, appunto. O, almeno, stare zitto. E andarsene, magari, prima che sia troppo tardi. Peppino Impastato non seguì nessuna di queste regole: restò fino all'ultimo giorno, si ribellò al padre e ai suoi amici di Cosa nostra, fece i nomi e cognomi dei boss. Peggio, cominciò a prenderli in giro dai microfoni di una radio locale, cioè di una "baracchetta" che trasmetteva nel raggio di qualche chilometro ma che, giorno dopo giorno, faceva proseliti. Soprattutto fra i più giovani. 

Troppo per don Tano Badalamenti, il capomandamento di Cinisi. Sappiamo bene come andò a finire: il corpo di Peppino massacrato da un'esplosione, il goffo tentativo di far passare il delitto come un suicidio o, cosa ancor più infamante, di un tentativo di attentato andato a male. La verit&agrav…

Se uno nasce a Cinisi, a due passi da Palermo, in una famiglia di agricoltori legati alla mafia del paese, solo una cosa può fare: il mafioso, appunto. O, almeno, stare zitto. E andarsene, magari, prima che sia troppo tardi. Peppino Impastato non seguì nessuna di queste regole: restò fino all'ultimo giorno, si ribellò al padre e ai suoi amici di Cosa nostra, fece i nomi e cognomi dei boss. Peggio, cominciò a prenderli in giro dai microfoni di una radio locale, cioè di una "baracchetta" che trasmetteva nel raggio di qualche chilometro ma che, giorno dopo giorno, faceva proseliti. Soprattutto fra i più giovani. 

Troppo per don Tano Badalamenti, il capomandamento di Cinisi. Sappiamo bene come andò a finire: il corpo di Peppino massacrato da un'esplosione, il goffo tentativo di far passare il delitto come un suicidio o, cosa ancor più infamante, di un tentativo di attentato andato a male. La verità, molti anni dopo, è venuta a galla e adesso il fratello di Impastato, Giovanni, ci racconta tanti episodi minimi - che minimi non sono affatto - nel suo libro Mio fratello, tutta una vita con Peppino, da qualche mese in libreria.

"Basta bugie. Lo zio Cesare è morto. Non riusciamo a pensare ad altro, io e Peppino. Paura, nemici in agguato nel buio, occhi che ci osservano, terrore per i rumori, terrore per il silenzio, terrore per le tenebre, terrore per la troppa luce che mostra dove sei... Tutti tacciono. Noi non sappiamo neanche se dobbiamo andare a scuola, domani. Se possiamo andarci. Uccideranno anche nostro padre? Uccideranno anche gli altri parenti?".

Un racconto colmo di pagine inedite e di particolari mai rivelati quello di Giovanni Impastato, che comincia negli anni del fascismo con il padre Luigi inviato al confino e suo cognato, Cesare Manzella, il boss del paese, ucciso nei primi anni Sessanta in un agguato. Manzella era stato uno dei primi a capire che con il traffico di droga si poteva fare una montagna di soldi e accrescere il potere all'interno delle "famiglie".

È in questa famiglia che nasce Peppino, e cinque anni più tardi arriva anche Giovanni, dopo che un altro fratello che portava lo stesso nome era morto ancora piccolissimo. E' qui che nasce la storia rivoluzionaria, drammatica, coraggiosa di Impastato, il ragazzo destinato a diventare il più contagioso degli attivisti della lotta antimafia. E che non si interrompe certo con la sua uccisione ma continua per altri quarant'anni intrecciandosi a quella del nostro Paese, disvelandone spesso complicità e opacità.

E' la storia dei "Cento passi", quelli che per convenzione distanziavano casa Impastato da quella di don Tano Badalamenti. "Il mio futuro, con Peppino vivo, sarebbe stato più ritirato e rilassato, sarei rimasto al bancone del mio negozio, avrei certo coltivato le mie idee ma con meno impegno, avrei forse manifestato qualche volta, di sicuro sarei rimasto di più con la mia famiglia" ha raccontato Giovanni qualche settimana fa in un'intervista su Robinson. "La mia indole era diversa, avevo anche io le mie idee ma il furore di Peppino non era il mio. Più che la sua morte a caricarmi fu l'idea che volessero farlo passare per terrorista. Questo non potevo accettarlo. Prima da fratello, poi da compagno".

Così il libro di Giovanni diventa una sorta di diario intimo del rapporto tra due giovani diversi, certo, ma fratelli convinti di poter cambiare il loro destino. E poi c'è Felicia, la madre che non si è mai arresa lottando fino all'ultimo per sapere chi gli aveva ammazzato il figlio. La donna che caccia il marito mafioso, quella davanti alla quale tutti abbassavano lo sguardo. Per imbarazzo, per rispetto, forse perché lei era migliore di tanti di loro.

Nel libro Giovanni Impastato ricorda l'impegno politico di Peppino, le battaglie con Democrazia Proletaria e poi quelle all'Università e contro la terza pista dell'aeroporto di Punta Raisi. Fino a Radio Aut, quell'incredibile esperienza che, inevitabilmente, accelerò la sua morte. Ma che, seppur con tanti anni di ritardo, ha trasformato Giuseppe Impastato, detto Peppino, in un'icona per la Sicilia. 

 

La scheda

Mio fratello, tutta una vita con Peppino

Giovanni Impastato

Libreria Pienogiorno

pagg. 281, euro 18