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Era di maggio. Tra Roma e Palermo, le ultime ore di Giovanni Falcone

Il viaggio del magistrato verso la fine, mentre nei palazzi della Capitale si decide il nuovo Capo dello Stato: la cronistoria del giorno che ha sconvolto la Repubblica
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IL CIELO in questo sabato di maggio annuncia l'estate. A Roma come a Palermo. Nella capitale il meteo recita cielo sereno e temperatura media di 20 gradi, l'ideale per godersi il weekend. Mille chilometri più a sud, a Palermo, la città è quasi vuota e  le spiagge sono già affollate. Probabilmente anche a Montecitorio qualcuno tra i mille grandi elettori chiamati a scegliere il nuovo presidente della Repubblica si rammarica per non aver potuto spendere il fine settimana al mare o in montagna. La lunga corsa al Quirinale è cominciata dieci giorni prima e, adesso, pare in una irrisolvibile fase di stallo. Il giorno prima è caduta l'ultima-in ordine di tempo- candidatura eccellente: quella del giurista socialista Giuliano Vassalli.

Così alle 9 e 30 di questo sabato 23 maggio 1992 il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, dichiara aperta la seduta per il quindicesimo scrutinio. A quell'ora, se tutto fosse an…

IL CIELO in questo sabato di maggio annuncia l'estate. A Roma come a Palermo. Nella capitale il meteo recita cielo sereno e temperatura media di 20 gradi, l'ideale per godersi il weekend. Mille chilometri più a sud, a Palermo, la città è quasi vuota e  le spiagge sono già affollate. Probabilmente anche a Montecitorio qualcuno tra i mille grandi elettori chiamati a scegliere il nuovo presidente della Repubblica si rammarica per non aver potuto spendere il fine settimana al mare o in montagna. La lunga corsa al Quirinale è cominciata dieci giorni prima e, adesso, pare in una irrisolvibile fase di stallo. Il giorno prima è caduta l'ultima-in ordine di tempo- candidatura eccellente: quella del giurista socialista Giuliano Vassalli.

Così alle 9 e 30 di questo sabato 23 maggio 1992 il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, dichiara aperta la seduta per il quindicesimo scrutinio. A quell'ora, se tutto fosse andato come era programmato, Giovanni Falcone sarebbe già dovuto essere a Palermo. Sarebbe dovuto partire, il giudice che ha svelato struttura e capi della mafia siciliana e che da sette mesi lavora come direttore degli affari generali al Ministero di Grazia e Giustizia, il giorno prima. Di venerdì, come ogni weekend. Solo che alla moglie, Francesca Morvillo, hanno spostato la data di un esame per il concorso in magistratura della cui commissione fa parte. Così, quel sabato mattina, mentre alla Camera dei deputati Marco Pannella chiede la parola in apertura di seduta, Giovanni Falcone  riordina le carte che si porterà a Palermo e che guarderà nel fine settimana. Il programma è cambiato. E il giudice lo ha comunicato al suo autista, Giuseppe Costanza, che ha il compito di andarlo a prendere con l'auto blindata all'aeroporto di Punta Raisi e che, quel sabato mattina, aspetta la telefonata del magistrato per prendere l'auto e avviarsi verso l'aerostazione.

Giovanni Falcone e la scorta 
"Onorevole Pannella la prego vivamente di non insistere nel chiedere la parola...", Oscar Luigi Scalfaro sa bene che il lavorio tra i partiti e tra le correnti dei partiti per la scelta di un candidato al Quirinale è di nuovo entrato nel vivo. Sa che nella roulette è entrato anche il suo di nome, messo sul tavolo proprio dal leader radicale Marco Pannella. E sa altrettanto bene che, fuori dal palazzo, l'opinione pubblica non è disposta a tollerare ulteriori ritardi. Da qualche  mese il pool Mani pulite a Milano ha alzato il velo sulla corruzione tra le forze politiche, i partiti perdono credibilità e consensi giorno dopo giorno e sulla scena si affacciano forze nuove che annunciano quello che sarà il tramonto della prima Repubblica. "Glielo chiedo proprio per favore, onorevole Pannella, considerata la situazione nella quale ci troviamo...", aggiunge Scalfaro prima di indire la votazione.

La 'chiama' dei grandi elettori comincia alle 10, ma i deputati, i senatori, i delegati delle Regioni che stanno a Montecitorio sanno bene che anche stavolta la fumata sarà nera. La Dc ha già bruciato il suo segretario Arnaldo Forlani- impallinato dai franchi tiratori- e anche il socialista Vassalli non ha superato l'ostacolo. Giulio Andreotti, che per la settima volta nella sua lunga quanto fastosa e discussa carriera politica guida il governo, pensa che sia arrivato il momento di provarci. Di provare a farsi eleggere al Colle. I suoi fedelissimi-  Paolo Cirino Pomicino su tutti- consumano le suole su e giù per il transatlantico alla ricerca di voti per il capo. Lui, il capo, il divo Giulio come lo chiamano, ha fatto la sua mossa. Ha chiamato al telefono il segretario del partito socialista, Bettino Craxi, per chiedergli un incontro. Craxi sa che Andreotti vuole l'assicurazione che i gruppi parlamentari socialisti lo appoggeranno, ma sa che  lui, quell'appoggio, non può garantirlo.

Paolo Cirino Pomicino e Giulio Andreotti 
Così, chiama Claudio Martelli, vice segretario del partito e, soprattutto, vice presidente del Consiglio e ministro della Giustizia: "Andreotti vuole chiederci i voti che noi non possiamo assicurargli. Secondo me è opportuno che sia tu- che sei il suo vice- a dirglielo". È passato da poco mezzogiorno e - a Montecitorio- Oscar Luigi Scalfaro dichiara chiusa la quindicesima votazione per l'elezione del capo dello Stato. "Comunico il risultato della votazione", l'erre arrotata del presidente della Camera rotola lungo l'emiciclo rassegnato a un altro tentativo andato a vuoto. "Presenti 942, votanti 941. Astenuti 1.....hanno ottenuto voti: Conso 235, Miglio 74, Ettore Gallo 51, Cossiga 23, Spadolini 22, Aniasi 20, Scalfaro 17, Riz 13, Andreotti 11....non essendo stata raggiunta da alcun candidato la maggioranza assoluta bisognerà procedere ad un sedicesimo scrutinio che avrà luogo domani, domenica 24 maggio 1992 alle ore 17". Giulio Andreotti e Claudio Martelli hanno convenuto di incontrarsi quel sabato pomeriggio, alle 17 e 30, in una saletta del gruppo parlamentare democristiano.

Claudio Martelli e Bettino Craxi 
Lungo l'autostrada che corre sulla costa tra Punta Raisi e Palermo, il mare molto spesso non si vede oscurato com'è dalla fila di costruzioni  abusive a due passi dalla spiaggia. Sono quelli che i palermitani, chiamano i 'villini', le case di villeggiatura della media, piccola e piccolissima borghesia. Da qualche parte in quella selva di cemento ha fatto base il commando mafioso incaricato di realizzare il progetto stragista del capo dei capi, Totò Riina: far saltare l'autostrada e uccidere Giovanni Falcone. I mafiosi hanno messo a punto il piano il 20 febbraio in una riunione dalle parti della 'circonvallazione', la strada che corre intorno a Palermo. Due giorni prima di questo sabato di maggio che sa di estate, Nino Gioè - uno degli uomini che fanno parte del commando - strisciando su uno skateboard lungo un cunicolo sotto l'autostrada ha collocato l'esplosivo.

I macellai di Riina hanno deciso di colpire venerdì 22 maggio, perché - loro lo sanno dal momento che per mesi hanno seguito spostamenti e abitudini del giudice, hanno fatto le prove di velocità con le auto in autostrada per capire in quale momento far scoppiare la bomba al tritolo - in quel giorno è previsto il ritorno di Falcone a Palermo per il weekend. Invece, il giudice ha rinviato di un giorno il viaggio. I killer sono lì, in agguato. Poco dopo le 16, da Roma, Giovanni Falcone ha telefonato all'autista, a Palermo, dicendogli che il suo volo sarebbe atterrato a Punta Raisi poco dopo le 17 e 30. Costanza avverte la scorta e prepara l'auto blindata. Non sa che anche nel centro di Palermo ci sono gli occhi dei mafiosi che osservano. Raffaele Ganci, boss della Noce, avverte gli uomini del commando. "L'auto blindata è partita". Sono le 16 e 30, gli assassini entrano in azione. Giovanni Brusca, che sarà poi arrestato e collaborerà con la giustizia, insieme a Nino Gioè, che si suiciderà in carcere, si appostano su una collinetta dalla quale si vede l'autostrada, all'altezza dello svincolo per Capaci.

L'arresto di Giovanni Brusca 
Brusca ha in mano il telecomando che deve azionare l'esplosivo. A Gioacchino La Barbera e a Giovan Battista Ferrante spetta il compito di segnalare l'arrivo del giudice all'aeroporto e di seguire l'auto blindata e quelle della scorta. Alle 17 e 43 il Falcon sul quale viaggiano Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo tocca la pista dell'aeroporto di Punta Raisi. Sotto bordo aspettano l'autista Giovanni Costanza e gli uomini della scorta: Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. La vedetta dei mafiosi a Punta Raisi avverte il commando: "E' atterrato". Giovanni Brusca ha già il telecomando in mano.

Roma, ore 17 e 30. Il cielo è ancora limpido come al mattino, solo s'annuncia un ponentino rinfrescante. Seduto dietro una scrivania in uno degli uffici del gruppo parlamentare Dc a Montecitorio c'è Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, l'uomo che regge i fili della politica italiana- e non solo- sin dal dopoguerra. Qualche mese prima, a marzo, a Palermo la mafia ha ucciso il suo proconsole siciliano Salvo Lima, l'uomo che gli ha portato in dote i voti per scalare la Democrazia Cristiana e che ha garantito almeno fino agli anni Ottanta- come da sentenza passata in giudicato - la convivenza tra il partito che governa da sempre l'Italia e Cosa nostra. Lima, probabilmente, ha pagato con la vita la decisione della Cassazione di confermare le pene comminate ai boss nel maxi-processo istruito da Falcone.

Giulio Andreotti e Salvo Lima 
Malgrado tutto, Giulio Andreotti pensa davvero di potercela fare ad essere eletto presidente della Repubblica. Ha bisogno però dei voti dei socialisti. Davanti a lui, dall'altro lato della scrivania, c'è Claudio Martelli, vice segretario del Psi, vice presidente del Consiglio e ministro della Giustizia. E' un fedelissimo, il delfino, del segretario del partito Bettino Craxi e , tuttavia, ha spesso assunto posizioni autonome e coraggiose, a cominciare dal referendum sul nucleare che a Craxi tanto bene non andava. Soprattutto, Claudio Martelli - appena insediatosi al ministero- ha scelto, sono parole sue, "di prendere il migliore di tutti per fare la lotta alla mafia". Così ha chiamato a dirigere gli Affari penali del ministero proprio Giovanni Falcone. Senza peraltro che nessuno, tantomeno Andreotti, si sia opposto alla sua decisione.

In quei mesi Falcone e Martelli hanno messo in pedi l'impalcatura tecnico-giuridica che metterà all'angolo le truppe di Cosa nostra: dalla superprocura alla Dia. Martelli sa che quel pomeriggio il suo compito è dire la verità a Andreotti: "I socialisti non possono assicurarti i loro voti". Ma da Craxi, Martelli ha saputo anche che in corsa, davvero in corsa, per il Quirinale ci sono due nomi: Mino Martinazzoli e Oscar Luigi Scalfaro. E ha avanzato un dubbio: "Perché non c'è un candidato laico?"

Non è la prima volta che Giovanni Falcone decide di mettersi alla guida della blindata e così quando alle 17 e 51 di quel sabato col sole ancora alto nel cielo di Palermo, il giudice gli chiede le chiavi dell'auto l'autista non dice nulla. Dall'aeroporto di Punta Raisi escono l'auto con a bordo gli agenti di scorta, la 'Croma' con Falcone alla guida, Francesca Morvillo accanto a lui e l'autista sul sedile posteriore e dietro un'altra auto di scorta. Sull'autostrada tutto è apparentemente tranquillo, le auto viaggiano a 130 chilometri orari senza sirena. Su una strada laterale corre un'altra macchina con a bordo i sicari mafiosi incaricati di seguire il giudice  e avvertire gli altri assassini appostati sulla collinetta.

L'attentato di Capaci 

Nell'ufficio del gruppo parlamentare democristiano Giulio Andreotti l'ha presa alla larga. "Caro Claudio - dice rivolto a Martelli - io ritengo di essermi comportato in maniera leale con voi socialisti....ho lealmente sostenuto Arnaldo Forlani che voi avevate deciso di appoggiare per il Quirinale...". Martelli sa dove andrà a parare la vecchia volpe. Sa che chiederà il sostegno del suo partito. E sa che lui dovrà dirgli di no.

Il corteo di auto al centro del quale c'è la blindata guidata da Falcone è a sette chilometri da Palermo. C'è una breve salita lungo la quale il sole quando declina acceca dolcemente, poi c'è lo svincolo per Capaci e sul bordo dell'autostrada un cementificio. Ma Falcone non ci arriverà. Alle 17 e 55 del sabato tragico, Nino Gioè avvista il corteo di auto e dice tre volte a Brusca "Vai". 'U verru', il porco - il soprannome con il quale il boss di San Giuseppe Jato è evocato dai nemici e pure dagli amici- preme il pulsante del telecomando. E' l'inferno.

L'attentato di Capaci 

Il telefono che squilla interrompe l'esercizio oratorio attraverso il quale Giulio Andreotti stava giungendo al punto. Il presidente del Consiglio si interrompe, chiede scusa a Martelli e risponde. Passano pochi secondi e sul suo volto, notoriamente refrattario alle emozioni, si disegna una smorfia preoccupata. Il ministro della Giustizia che siede davanti a lui sgrana gli occhi. Andreotti mette una mano sulla cornetta e gli sussurra: "C'è stato un attentato a Palermo, un attentato a Falcone. Ma pare sia solo ferito". Purtroppo, Falcone morirà appena giunto in  ospedale e nella strage perderanno la vita anche la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Nella saletta di Montecitorio Claudio Martelli è già scattato in piedi ed è corso via. La mafia ha consumato la sua vendetta. Ma non solo. Ha messo ancora una volta- e con la tradizionale prepotenza- le mani nell'ordito della prima Repubblica morente e della seconda già in avanzata gestazione.