Era di maggio. Tra Roma e Palermo, le ultime ore di Giovanni Falcone
di Enrico Del Mercato , Grafica di Corrado Moretti e Paola CiprianiIL CIELO in questo sabato di maggio annuncia l'estate. A Roma come a Palermo. Nella capitale il meteo recita cielo sereno e temperatura media di 20 gradi, l'ideale per godersi il weekend. Mille chilometri più a sud, a Palermo, la città è quasi vuota e le spiagge sono già affollate. Probabilmente anche a Montecitorio qualcuno tra i mille grandi elettori chiamati a scegliere il nuovo presidente della Repubblica si rammarica per non aver potuto spendere il fine settimana al mare o in montagna. La lunga corsa al Quirinale è cominciata dieci giorni prima e, adesso, pare in una irrisolvibile fase di stallo. Il giorno prima è caduta l'ultima-in ordine di tempo- candidatura eccellente: quella del giurista socialista Giuliano Vassalli.
Così alle 9 e 30 di questo sabato 23 maggio 1992 il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, dichiara aperta la seduta per il quindicesimo scrutinio. A quell'ora, se tutto fosse an…
IL CIELO in questo sabato di maggio annuncia l'estate. A Roma come a Palermo. Nella capitale il meteo recita cielo sereno e temperatura media di 20 gradi, l'ideale per godersi il weekend. Mille chilometri più a sud, a Palermo, la città è quasi vuota e le spiagge sono già affollate. Probabilmente anche a Montecitorio qualcuno tra i mille grandi elettori chiamati a scegliere il nuovo presidente della Repubblica si rammarica per non aver potuto spendere il fine settimana al mare o in montagna. La lunga corsa al Quirinale è cominciata dieci giorni prima e, adesso, pare in una irrisolvibile fase di stallo. Il giorno prima è caduta l'ultima-in ordine di tempo- candidatura eccellente: quella del giurista socialista Giuliano Vassalli.
Così alle 9 e 30 di questo sabato 23 maggio 1992 il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, dichiara aperta la seduta per il quindicesimo scrutinio. A quell'ora, se tutto fosse andato come era programmato, Giovanni Falcone sarebbe già dovuto essere a Palermo. Sarebbe dovuto partire, il giudice che ha svelato struttura e capi della mafia siciliana e che da sette mesi lavora come direttore degli affari generali al Ministero di Grazia e Giustizia, il giorno prima. Di venerdì, come ogni weekend. Solo che alla moglie, Francesca Morvillo, hanno spostato la data di un esame per il concorso in magistratura della cui commissione fa parte. Così, quel sabato mattina, mentre alla Camera dei deputati Marco Pannella chiede la parola in apertura di seduta, Giovanni Falcone riordina le carte che si porterà a Palermo e che guarderà nel fine settimana. Il programma è cambiato. E il giudice lo ha comunicato al suo autista, Giuseppe Costanza, che ha il compito di andarlo a prendere con l'auto blindata all'aeroporto di Punta Raisi e che, quel sabato mattina, aspetta la telefonata del magistrato per prendere l'auto e avviarsi verso l'aerostazione.
La 'chiama' dei grandi elettori comincia alle 10, ma i deputati, i senatori, i delegati delle Regioni che stanno a Montecitorio sanno bene che anche stavolta la fumata sarà nera. La Dc ha già bruciato il suo segretario Arnaldo Forlani- impallinato dai franchi tiratori- e anche il socialista Vassalli non ha superato l'ostacolo. Giulio Andreotti, che per la settima volta nella sua lunga quanto fastosa e discussa carriera politica guida il governo, pensa che sia arrivato il momento di provarci. Di provare a farsi eleggere al Colle. I suoi fedelissimi- Paolo Cirino Pomicino su tutti- consumano le suole su e giù per il transatlantico alla ricerca di voti per il capo. Lui, il capo, il divo Giulio come lo chiamano, ha fatto la sua mossa. Ha chiamato al telefono il segretario del partito socialista, Bettino Craxi, per chiedergli un incontro. Craxi sa che Andreotti vuole l'assicurazione che i gruppi parlamentari socialisti lo appoggeranno, ma sa che lui, quell'appoggio, non può garantirlo.
I macellai di Riina hanno deciso di colpire venerdì 22 maggio, perché - loro lo sanno dal momento che per mesi hanno seguito spostamenti e abitudini del giudice, hanno fatto le prove di velocità con le auto in autostrada per capire in quale momento far scoppiare la bomba al tritolo - in quel giorno è previsto il ritorno di Falcone a Palermo per il weekend. Invece, il giudice ha rinviato di un giorno il viaggio. I killer sono lì, in agguato. Poco dopo le 16, da Roma, Giovanni Falcone ha telefonato all'autista, a Palermo, dicendogli che il suo volo sarebbe atterrato a Punta Raisi poco dopo le 17 e 30. Costanza avverte la scorta e prepara l'auto blindata. Non sa che anche nel centro di Palermo ci sono gli occhi dei mafiosi che osservano. Raffaele Ganci, boss della Noce, avverte gli uomini del commando. "L'auto blindata è partita". Sono le 16 e 30, gli assassini entrano in azione. Giovanni Brusca, che sarà poi arrestato e collaborerà con la giustizia, insieme a Nino Gioè, che si suiciderà in carcere, si appostano su una collinetta dalla quale si vede l'autostrada, all'altezza dello svincolo per Capaci.
Roma, ore 17 e 30. Il cielo è ancora limpido come al mattino, solo s'annuncia un ponentino rinfrescante. Seduto dietro una scrivania in uno degli uffici del gruppo parlamentare Dc a Montecitorio c'è Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, l'uomo che regge i fili della politica italiana- e non solo- sin dal dopoguerra. Qualche mese prima, a marzo, a Palermo la mafia ha ucciso il suo proconsole siciliano Salvo Lima, l'uomo che gli ha portato in dote i voti per scalare la Democrazia Cristiana e che ha garantito almeno fino agli anni Ottanta- come da sentenza passata in giudicato - la convivenza tra il partito che governa da sempre l'Italia e Cosa nostra. Lima, probabilmente, ha pagato con la vita la decisione della Cassazione di confermare le pene comminate ai boss nel maxi-processo istruito da Falcone.
In quei mesi Falcone e Martelli hanno messo in pedi l'impalcatura tecnico-giuridica che metterà all'angolo le truppe di Cosa nostra: dalla superprocura alla Dia. Martelli sa che quel pomeriggio il suo compito è dire la verità a Andreotti: "I socialisti non possono assicurarti i loro voti". Ma da Craxi, Martelli ha saputo anche che in corsa, davvero in corsa, per il Quirinale ci sono due nomi: Mino Martinazzoli e Oscar Luigi Scalfaro. E ha avanzato un dubbio: "Perché non c'è un candidato laico?"
Non è la prima volta che Giovanni Falcone decide di mettersi alla guida della blindata e così quando alle 17 e 51 di quel sabato col sole ancora alto nel cielo di Palermo, il giudice gli chiede le chiavi dell'auto l'autista non dice nulla. Dall'aeroporto di Punta Raisi escono l'auto con a bordo gli agenti di scorta, la 'Croma' con Falcone alla guida, Francesca Morvillo accanto a lui e l'autista sul sedile posteriore e dietro un'altra auto di scorta. Sull'autostrada tutto è apparentemente tranquillo, le auto viaggiano a 130 chilometri orari senza sirena. Su una strada laterale corre un'altra macchina con a bordo i sicari mafiosi incaricati di seguire il giudice e avvertire gli altri assassini appostati sulla collinetta.
Nell'ufficio del gruppo parlamentare democristiano Giulio Andreotti l'ha presa alla larga. "Caro Claudio - dice rivolto a Martelli - io ritengo di essermi comportato in maniera leale con voi socialisti....ho lealmente sostenuto Arnaldo Forlani che voi avevate deciso di appoggiare per il Quirinale...". Martelli sa dove andrà a parare la vecchia volpe. Sa che chiederà il sostegno del suo partito. E sa che lui dovrà dirgli di no.
Il corteo di auto al centro del quale c'è la blindata guidata da Falcone è a sette chilometri da Palermo. C'è una breve salita lungo la quale il sole quando declina acceca dolcemente, poi c'è lo svincolo per Capaci e sul bordo dell'autostrada un cementificio. Ma Falcone non ci arriverà. Alle 17 e 55 del sabato tragico, Nino Gioè avvista il corteo di auto e dice tre volte a Brusca "Vai". 'U verru', il porco - il soprannome con il quale il boss di San Giuseppe Jato è evocato dai nemici e pure dagli amici- preme il pulsante del telecomando. E' l'inferno.
Il telefono che squilla interrompe l'esercizio oratorio attraverso il quale Giulio Andreotti stava giungendo al punto. Il presidente del Consiglio si interrompe, chiede scusa a Martelli e risponde. Passano pochi secondi e sul suo volto, notoriamente refrattario alle emozioni, si disegna una smorfia preoccupata. Il ministro della Giustizia che siede davanti a lui sgrana gli occhi. Andreotti mette una mano sulla cornetta e gli sussurra: "C'è stato un attentato a Palermo, un attentato a Falcone. Ma pare sia solo ferito". Purtroppo, Falcone morirà appena giunto in ospedale e nella strage perderanno la vita anche la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Nella saletta di Montecitorio Claudio Martelli è già scattato in piedi ed è corso via. La mafia ha consumato la sua vendetta. Ma non solo. Ha messo ancora una volta- e con la tradizionale prepotenza- le mani nell'ordito della prima Repubblica morente e della seconda già in avanzata gestazione.