Alfabeto delle mafie: "I" come imprenditori
di Isaia Sales , di Isaia SalesTra le vittime dei mafiosi il numero di operatori economici è superiore a quello dei rappresentanti delle forze di sicurezza e della magistratura. Infatti, secondo i calcoli di WikiMafia, tra le categorie più colpite ci sono quelle dei lavoratori (192) e degli imprenditori (ben 88), seguiti dai commercianti (66), sindacalisti (43) e liberi professionisti (26), che insieme formano più del 40% delle 1006 vittime innocenti delle quattro organizzazioni mafiose italiane. I magistrati colpiti sono 15 e 171 i membri delle forze dell’ordine. Se poi volessimo indicare la professione ufficiale dei tanti ammazzati tra gli appartenenti alle famiglie e ai clan mafiosi, il numero di imprenditori salirebbe significativamente.
Tra le vittime dei mafiosi il numero di operatori economici è superiore a quello dei rappresentanti delle forze di sicurezza e della magistratura. Infatti, secondo i calcoli di WikiMafia, tra le categorie più colpite ci sono quelle dei lavoratori (192) e degli imprenditori (ben 88), seguiti dai commercianti (66), sindacalisti (43) e liberi professionisti (26), che insieme formano più del 40% delle 1006 vittime innocenti delle quattro organizzazioni mafiose italiane. I magistrati colpiti sono 15 e 171 i membri delle forze dell’ordine. Se poi volessimo indicare la professione ufficiale dei tanti ammazzati tra gli appartenenti alle famiglie e ai clan mafiosi, il numero di imprenditori salirebbe significativamente.
La verità che non si vuole ammettere è che con i mafiosi la violenza è entrata a pieno titolo nelle relazioni di mercato facendosi beffa delle sue presunte regole “morali”, che cioè il mercato è uguale a democrazia, che il mercato è contrapposto a illegalità, che la criminalità è distruttrice di ricchezza e quindi non da considerare come forza economica, secondo i canoni classici del capitalismo moderno dettate da Adam Smith e John Stuart Mill. È l’ipocrisia sulla validità delle regole del mercato, la quale ha tenuto nascosto che anche nelle economie produttive le forze violente non sono respinte di per sé ai margini. L’economia legale non scaccia automaticamente l’economia criminale, tra le due non c’è totale incompatibilità, l’una non contrasta l’altra, anzi la convivenza e il loro reciproco adattamento sembrano essere le caratteristiche del loro rapporto. L’economia criminale è contro le leggi degli Stati, ma non contro quelle dei mercati. L’economia è molto più aperta della rigida regolazione della legge. Si può fare economia anche fuori o addirittura contro la legge: le mafie ne sono la più autentica e duratura dimostrazione.
E sui mercati legali i mafiosi seguono le stesse modalità d’azione degli imprenditori non di origine criminale. Pur essendo avvantaggiati dal poter usare la violenza nel competere (o dal poter usufruire di immensi capitali senza ricorrere ai presti bancari, o di intimidire i lavoratori nel rivendicare paghe adeguate al lavoro svolto) debbono sottostare, comunque, ad alcune regole per ricevere appalti, procurarsi merci, assicurarsi fette di mercato per i prodotti trasformati, clienti per i loro negozi o per le loro strutture di accoglienza. Quindi, il carattere imprenditoriale dell’attività mafiosa si esercita, anche se con modalità diverse, sia sui mercati illegali sia sui mercati legali. Con la differenza che all’interno dei mercati illegali si usa di più la violenza, mentre sui mercati legali in linea di massima si fa ricorso maggiormente alla corruzione da parte dei mafiosi.
Si potrebbe quasi affermare che il cuore delle attività mafiose non è l’omicidio in sé ma i traffici, gli affari e le attività che producono reddito e fanno circolare i soldi. Si ricorre all’omicidio per garantirsi maggiori profitti o togliere via ostacoli che possono danneggiarli o per salvaguardare la sopravvivenza e la continuità dell’organizzazione. L’omicidio è solo un mezzo non il fine di un’organizzazione mafiosa. Il fine è fare soldi, arricchirsi. E questo fine si manifesta su entrambi i mercati, quello legale e quello illegale. Diceva il magistrato Rocco Chinnici che mafia è “tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza”.
Il rapporto tra mafie ed economia, infatti, è antico. Si può dire che è all’origine stessa delle mafie. Le mafie hanno avuto sempre a che fare, nel corso della loro lunga storia, con le attività economiche. Cambiano nel tempo i settori coinvolti, l’entità del ruolo svolto, ma non l’interesse precipuo dei mafiosi alla ricchezza, a chi la produce, a chi la commercializza, a chi l’accumula e a chi la reinveste. E non cambia neppure il metodo: la violenza. È questo il capitale che i mafiosi hanno sempre utilizzato per produrre e assicurarsi ricchezza. È un “bene” la violenza che nella società capitalistica ha trovato e ha prodotto un mercato.
Mafie ed economia, dunque, sono, alla luce degli studi storici, due fenomeni assolutamente interconnessi per cui risulta ben strano sentire affermare che solo in epoca recente i mafiosi si sarebbero interessati alle attività economiche e si sarebbero trasformati in imprenditori. Le mafie che oggi sono presenti nell’economia e vi intervengono massicciamente non sono una novità, rappresentano solo la continuazione di un interesse che è consustanziale all’essere mafioso.
Se prima della nascita delle mafie si poteva in linea di massima affermare che i criminali, i fuorilegge, i banditi, i briganti, i pirati si occupavano solo di attività predatorie, dopo l’apparire dei mafiosi sulla scena della storia tutto ciò non è stato più vero. Le mafie sono appunto il superamento della criminalità esclusivamente di tipo predatorio: esse non si limitano a depredare ma a reinvestire. E il reinvestimento dei profitti accumulati avviene sia sui mercati illegali (per consolidarli) sia su quelli legali (per nascondere la ricchezza illegale, legittimarla e accrescerla). La criminalità di tipo mafioso è la prima criminalità nella storia delle società moderne che supera la barriera morale, sociale, giuridica che era stata costruita per separare i ricavi predatori da quelli produttivi, supera cioè permanentemente la barriera tra economia e criminalità, riproponendo in maniera del tutto nuova il rapporto nel mercato tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Oltrepassando nei fatti il pensiero economico classico basato su di una netta distinzione tra i due campi.
Di questa sconvolgente novità gli economisti fanno fatica ad occuparsi. E, soprattutto, si fa fatica a comprendere che è stato il ruolo assunto nel traffico internazionale delle droghe dai mafiosi italiani a cambiarne il ruolo economico. Oggi alcuni clan registrano profitti tali da poter controllare diversi settori economici in diverse zone del Paese, e non solo nel Sud.
Con una originalità da segnalare: i mafiosi quando arrivano sul mercato legale non abbandonano mai quello illegale. Essi si muovono su entrambi i mercati e legano indissolubilmente l’uno all’altro, trasformando ciascuno dei due campi in supporto all’altro. È la prima volta in maniera così aperta che si presentano sul mercato imprenditori che strategicamente e stabilmente operano su entrambi i campi. Se lasciassero le attività criminali per dedicarsi solo a quelle legali, non sarebbero più mafiosi.
È come dire che l’impresa mafiosa è “impresa di due mondi”, l’unica che coinvolge abitualmente e strutturalmente il mondo legale e quello illegale: è un’impresa economica dalla duplicità strutturale, e dimostra che i due mondi possono essere l’uno la continuazione dell’altro.
Il riconoscimento del ruolo delle mafie nel calcolo del Pil
La confusione e l’imbarazzo che regna negli ambienti economici nazionali e internazionali su come classificare il crimine (e in particolare quello di tipo mafioso) è dimostrata da una clamorosa decisione dell’Unione Europea. Dal 2014 i Paesi dell’Europa, su indicazione di Eurostat, l’Istituto statistico europeo, hanno potuto inserire alcune attività illegali nel calcolo del Pil, in particolare la prostituzione, il traffico di droghe e il contrabbando di sigarette. Lo scopo era di poter fornire “stime esaustive” che comprendano “tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”. Si voleva, cioè, dare una fotografia il più possibile reale delle condizioni economiche delle nazioni europee membri dell’Unione, anche per consentire una comparazione più facile tra esse, un confronto ad “armi pari”. Prima del 2014, infatti, la prostituzione era inserita nel calcolo del Pil da Germania, Grecia e Ungheria, il traffico di droga dall’Olanda. In Italia c’era una generica indicazione nel conteggio dell’Istat della economia sommersa, cioè di attività economiche reali ma non “registrabili” perché sfuggenti ad ogni controllo, e imperniate su raggiri fiscali o contributivi. L’adeguamento del 2014, dunque, era apparso uno strumento necessario, anche in considerazione del fatto che è proprio in base al Pil, in particolare al rapporto tra deficit e Pil, che all’epoca si stabiliva se un Paese era da considerarsi “virtuoso”, meritando, così di partecipare ai benefici che tale virtuosità comportava all’interno dell’Unione Europea, o, al contrario, passibile di sanzioni. Le attività criminali sono arrivate addirittura a dare il loro contributo “ufficiale” all’economia e, sembra incredibile, alla “virtuosità” dei Paesi europei.
Da quell’anno in poi, la prostituzione, la droga e il contrabbando contribuiscono a pieno titolo al benessere dei Paesi europei che decidono di conteggiarne le attività nel Pil. Queste tre attività sono illegali nella stragrande parte dei Paesi membri, ma essendo considerate attività economiche “consenzienti”, in cui, cioè, la domanda e l’offerta si incontrano senza costrizioni, fanno parte del benessere europeo. Nel 2014 questi tre reati hanno consentito all’Italia una crescita del Pil di circa un punto percentuale (0,9%), equivalente a circa 16 miliardi di euro, in cui il traffico di droga fa la parte del leone, con più di 10 miliardi di euro, a fronte dei 3 miliardi e mezzo della prostituzione e dei 300 milioni del contrabbando. Una sorta di riconoscimento del peso delle mafie nella economia italiana. Non vi è dubbio, infatti, che tali organizzazioni criminali agiscano in condizione di monopolio sul territorio della nostra penisola (e non solo) per il traffico di droga e per il contrabbando e “consentano” la prostituzione, richiedendo il pizzo alle organizzazioni criminali straniere che trafficano migranti. È come se l’Europa avesse sancito che nella dimensione imprenditoriale non esiste un confine sicuro, certo e invalicabile, tra attività legali e quelle illegali. E che non basta la morale, la religione o le leggi degli Stati a porre limiti e barriere.
L’economia è molto più aperta della rigida regolazione della legge, come abbiamo già visto. Si può fare economia anche fuori o addirittura contro la legge: la classificazione ai fini del Pil di attività monopolizzate da organizzazioni criminali lo ha sancito in maniera inequivocabile. Siamo di fronte a una legittimazione del ruolo economico delle attività mafiose. Con un piccolo particolare, mai da dimenticare: queste attività sono formalmente e giuridicamente illegali, cioè contro le leggi degli stessi Stati che pure le calcolano nel loro Pil, nella loro ricchezza. Le mafie dal 2014 fanno parte della ricchezza dell’Unione Europea! Una legittimazione di questo tipo ha davvero dell’incredibile. E complica il ragionamento su cosa sia il crimine e su cosa siano le mafie.
Imprenditori vittime e imprenditori complici
Abbiamo visto il numero di imprenditori uccisi perché si erano ribellati alle richieste estorsive o avevano rifiutato di essere soci o complici in alcune attività economiche con mafiosi. Ma molti processi ci hanno squadernato una situazione opposta. Tanti imprenditori ricorrono a mafiosi per prestiti, per competere in gare d’appalto truccate, per intimidire competitori di mercato, per abbassare i costi di produzione. (come, ad esempio, affidare loro lo smaltimento di rifiuti nocivi o tossici). I casi sono tali e tanti da non essere più qualificabili come eccezioni bensì come prassi comune. Nell’espansione al Centro-Nord di molte attività mafiose, la componente economica è assolutamente prevalente.
La relazione finale della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi (febbraio 2018) ha dedicato un corposo capitolo alla presenza delle mafie nel Centro-Nord. Leggiamo quanto viene scritto a proposito: “L’ampia ricognizione svolta nel corso delle missioni in tutte le regioni settentrionali ha confermato la presenza pervasiva dei clan nel tessuto produttivo delle aree più dinamiche e ricche del Paese che nel modus operandi mostrano una notevole flessibilità riuscendo a trarre vantaggi sia dalle fasi di espansione che da quelle di recessione economica. In particolare, desta preoccupazione quanto riferito da diverse procure sui rapporti di reciproca convenienza che ormai caratterizzano l’infiltrazione della criminalità organizzata nel sistema delle imprese legali. Sono gli imprenditori a cercare il contatto con esponenti della ‘ndrangheta nell’illusione di un rapporto temporaneo, finalizzato a superare una crisi di liquidità, a recuperare crediti di ingente valore o fronteggiare la concorrenza e che ben presto si ritrovano con l’azienda “spolpata” o scalata dai mafiosi. Al nord le mafie hanno trovato la disponibilità e la complicità di imprenditori e professionisti locali e un terreno di illegalità economica diffuso.
Le capacità relazionali delle mafie e in particolare il capitale sociale della ‘ndrangheta, quel patrimonio di conoscenze e contatti che si estende su vari livelli (dal poliziotto al funzionario di banca, dal medico al dirigente della Pubblica amministrazione fino al politico) ha permesso di acquisire il controllo, diretto o indiretto, di società operanti in vari settori (edilizia, trasporti, giochi e scommesse, raccolta e smaltimento rifiuti), di inserirsi anche nei lavori per la realizzazione di grandi opere e di conquistare posizioni rilevanti nei sistemi di welfare locale. Emerge insomma “un’evidente liaison tra la criminalità economica e la criminalità mafiosa, liaison che nasce proprio sul territorio e perché i meccanismi utilizzati sono i tipici meccanismi della criminalità economica: evasione fiscale, frodi fiscali, corruzioni, riciclaggio”. L’analisi della Commissione antimafia è stata confermata da sentenze di tribunali del Nord, in particolare quelle che portano il nome di “Crimine infinito” (Tribunale di Milano) ed Aemilia (Tribunale di Reggio Emilia).
Le mafie nel settore dei rifiuti
Un altro esempio da manuale dei rapporti ambigui tra economia legale e criminale è quello dei rifiuti nocivi trasportati in Campania e interrati nelle sue campagne. L’insieme della vicenda sta a dimostrare come sia possibile in pochi anni trasformare una delle pianure più belle, più ricche, più affascinanti dal punto di vista ambientale (e luogo di produzioni di alcuni dei prodotti più famosi del made in Italy) in una terra di veleni, attraverso la complicità di una parte non secondaria degli imprenditori italiani.
La Campania non è, comunque, l’unica regione che ha sofferto conseguenze gravi a causa di una convergenza di interessi tra imprenditori del Centro-Nord con camorristi e mafiosi nel campo dei rifiuti. Partiamo dai dati. In Italia ogni anno si producono all’incirca 38 milioni e mezzo di metri cubi di rifiuti urbani, che vengono quasi tutti smaltiti legalmente. Si producono poi all’incirca 160 milioni di metri cubi di rifiuti speciali e pericolosi. Di questi solo 140 milioni vengono smaltiti in impianti a norma di legge; e gli altri 20 milioni di metri cubi che fine fanno? Dove vengono interrati o nascosti?
È molto probabile che la Campania rappresenti solo il caso più clamoroso (sicuramente non l’unico) del commercio illegale di rifiuti nocivi, i cui luoghi di smaltimento non sono stati ancora del tutto scoperti. D’altra parte, negli ultimi anni sono state concluse dalla magistratura italiana centinaia e centinaia di inchieste sui rifiuti o, meglio, sulla gestione degli scarti di processi industriali. Sono state impegnate tantissime Procure, arrestate e denunciate migliaia di persone, coinvolte quasi mille aziende di 19 regioni. I clan criminali interessati sono stati più di 40, anche se molte inchieste hanno riguardato imputati senza alcun precedente penale, cioè persone che svolgevano attività illegali attorno ai rifiuti senza condizionamento di nessun clan mafioso. Dall’analisi di queste inchieste risulta come il problema dell’illegalità attorno al ciclo dei rifiuti non sia solo un problema meridionale, o esclusivamente criminale, né tanto meno solo campano. Da Firenze a Torino, da Prato ad Ancona, da Milano a Taranto, da Gela a Bergamo, da Messina a Cremona, da Brescia a Treviso, dal Veneto alla Lombardia, dalla Liguria al Piemonte, tante città, tante regioni, tanti territori sono stati e sono al centro di traffici illegali sui rifiuti nocivi, di occultamento di essi in discariche, dentro cave e in altri luoghi.
È evidente, dunque, che l’economia illegale attorno ai rifiuti nocivi sia un problema dell’Italia intera e non solo più meridionale e campano. Le opere pubbliche sono sempre più occasione di interramento di rifiuti anche al Nord, soprattutto se si tratta della costruzione di strade. Come è avvenuto in Lombardia con la Bre-Be-Mi, l’asse viario Brescia-Bergamo-Milano. Ha dichiarato a tale proposito il magistrato della Direzione nazionale antimafia, Roberto Pennisi: “Brescia è uno dei punti sensibili del nostro territorio dal punto di vista dei traffici di rifiuti, se non altro perché nel territorio bresciano si concentra un quantitativo estremamente rilevante di attività produttive e di attività produttive che producono rifiuti, tant’è vero che l’unico scopo al quale fino a questo momento è servita la BreBeMi è stato per interrare rifiuti.” Mischiare terra e immondizia nelle opere pubbliche fa risparmiare sui costi per l’impresa costruttrice. Smaltire i rifiuti speciali e nocivi sotto i piloni delle autostrade, mischiandoli con il cemento, è un affare.
Il caso della costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria
Indubbiamente è l’edilizia il settore economico legale dove si registra la più consistente presenza mafiosa e il maggior numero di vittime tra gli operatori. Perché tanta presenza mafiosa? Innanzitutto, perché è un settore economico a forte regolazione politico-amministrativa. Le principali opportunità sono offerte dalle opere pubbliche finanziate dallo Stato attraverso i vari enti che ne fanno parte, e le autorizzazioni per le attività private sono regolate da atti che dipendono dalla decisione politica (comuni, province, regioni, ministeri, enti vari). Inoltre, il valore dei suoli è stabilito dal piano regolatore comunale. È, dunque, quello edilizio, il settore portante di quell’economia politica che un tempo vedeva primeggiare le partecipazioni statali e che oggi è rappresentata in gran parte dalle opere pubbliche.
L’altro motivo di una massiccia presenza delle mafie nelle attività edilizie è dovuto al fatto che si tratta di un settore a bassa tecnologia e ad alta intensità di lavoro, dove è più bassa la soglia di ingresso per nuove ditte, e dove ci si può improvvisare imprenditori possedendo solo capitali liquidi anche senza straordinari mezzi tecnici e culturali a disposizione.
Insomma, quello edilizio è un settore economico che si muove dentro un mercato protetto, in cui è alto l’apporto di capitale e bassa è la capacità gestionale e di innovazione. Settore a dominio pubblico, in cui vige l’assegnazione dei lavori tramite il sistema degli appalti che è assolutamente aggirabile, dove più forte è la possibilità di condizionamento delle decisioni, alto il tasso di corruzione, bassissimi i controlli della autorità preposte alla verifica dei lavori eseguiti. Settore dove il costo della corruzione e della presenza mafiosa è scaricabile sulla collettività aumentando le tariffe e i prezzi o abbassando la qualità del prodotto finale.
La presenza nel settore delle mafie è databile dal secondo dopoguerra, ma il periodo di affermazione non è lo stesso per tutte le criminalità mafiose italiane. Nel caso della mafia siciliana si può parlare di una presenza già dall’inizio degli anni Sessanta, a partire dal sacco edilizio di Palermo che distrusse uno delle città liberty più belle al mondo; per la ’ndrangheta calabrese si deve aspettare la costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e del centro siderurgico a Gioia Tauro; per le bande di camorra il terremoto che colpì la Campania e la Basilicata nel 1980.
Quello edilizio è un settore nel quale è difficile distinguere il confine tra estorsione e attività d’impresa, perché le modalità di presenza e di condizionamento sono le più variegate possibili e cambiano nel tempo: è possibile, ad esempio, che sulla stessa opera pubblica le famiglie mafiose possono, contemporaneamente, riscuotere una tangente, mettere loro uomini a lavorare nei cantieri (sotto forma di guardiania), indicare ditte di loro fiducia per i subappalti, rifornire materiale come cemento e mattonelle, o fare direttamente loro alcuni lavori (movimento terra, escavazioni, ecc.).
L’aspetto predatorio e l’aspetto produttivo si confondono
In linea di massima, però, la modalità di operare presuppone una funzione regolatrice da parte dei clan delle varie fasi di svolgimento di un’opera pubblica, dall’assegnazione dell’appalto, alla ripartizione delle tangenti per evitare guerre tra i clan, dall’attribuzione dei subappalti a tutte le altre fasi la cui regolazione centrale è fondamentale per l’esecuzione dei lavori. Perciò la mafia siciliana aveva inventato il cosiddetto "tavolino», un coordinamento tra i soggetti delle opere pubbliche (politici, funzionari pubblici, imprenditori, mafiosi) per trovare una ragionevole composizione di interessi. Il meccanismo del tavolino lo troviamo in tutte le inchieste che hanno riguardato la presenza di famiglie mafiose nella realizzazione di grandi opere pubbliche, anche in Campania e in Calabria.
La cosa sorprendente è che al tavolino troviamo sempre seduti i rappresentanti delle grandi aziende nazionali del settore, quasi tutte del Centro-Nord. Ci sono pochissimi esempi in cui una grande impresa del settore edile abbia lasciato l’opera, abbia rinunciato al finanziamento per non voler pagare tangenti o per non essere coinvolta in rapporti con mafiosi. Le grandi aziende edili del Centro-Nord hanno considerato le mafie un costo d’impresa, compatibile con la tangente che già pagavano alla politica e alla burocrazia. Spesso hanno ritenuto che pagare potesse accelerare i tempi di realizzazione dell’opera e che ciò li mettesse al riparo da fastidi e da attentati. Un calcolo economico al di sopra di ogni altra considerazione morale, civile, o di altro tipo.
Perché il mondo delle grandi imprese italiane ha sempre rifiutato di fare una battaglia frontale di denuncia del sistema spendendo il proprio prestigio e la propria forza associativa per abbatterlo, per modificarlo, per condizionarlo? Perché questa alternativa è stata scartata? Perché mai le ragioni del profitto hanno annullato totalmente la possibilità di ergersi a forza di pulizia in un mondo degli affari completamente corrotto ed esposto ai condizionamenti mafiosi?
Certo, bisogna tenere conto delle intimidazioni, degli attentati, degli omicidi subiti nei propri cantieri, della distruzione di macchinari di notevole costo. E dunque bisogna tenere conto dei sentimenti umani di paura. Inoltre, è diffuso tra le imprese, e a ragione, che lo Stato non sia in grado di garantire la sicurezza dei lavori e l’incolumità fisica dei mezzi e delle persone impegnate. In molte inchieste giudiziarie risulta che sono stati gli imprenditori a cercare i mafiosi molto prima di qualsiasi loro azione intimidatrice. In linea di massima non si può parlare minimamente di contributo della grande impresa edile italiana a combattere il fenomeno mafioso o a tentare di ridimensionarlo sulla base di un calcolo costi-benefici.
Alcune sentenze scioccanti
Scioccante a tele riguardo ciò che scrisse il magistrato di Catania, Luigi Russo, in una sentenza del 1991, a proposto del pagamento del pizzo alla mafia e del coinvolgimento di alcuni imprenditori edili di Catania, conosciuti come “i cavalieri del lavoro”: “Si può anche non pagare, ma chi non paga deve sapere bene cosa gli succede prima o poi… se tutti facessero così dalla Sicilia sparirebbero le imprese e migliaia di piccole aziende andrebbero in fiamme". Questa originale valutazione di un magistrato (pagare i mafiosi è obbligo per chi fa impresa!) è stata avallata in Sicilia da diversi esponenti della borghesia delle professioni, trasformando il principio di convivenza quasi in prescrizione giuridica. E 10 anni dopo, nel 2001, il Tribunale di Palermo conferma questa giurisprudenza della convivenza con una sentenza ancora più scioccante: si sostiene in sostanza che il coinvolgimento degli imprenditori nell’aggiustamento delle gare d’appalto in accordo con i mafiosi non vuol dire né adesione a Cosa Nostra né dare un contributo al consolidamento dell’organizzazione criminale! Gli imprenditori coinvolti erano stati raccomandati da Bernardo Provenzano in persona attraverso un “pizzino” nel quale il capo di Cosa Nostra chiedeva per le imprese della ditta Cavallotti un’assegnazione preferenziale di un lotto di lavori pubblici. Per i giudici fare affari con la mafia non è reato!
Quando arriva a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa per insediarsi come prefetto in attesa di quei poteri speciali che mai gli saranno attribuiti per l’aperta ostilità della Dc siciliana e andreottiana, il direttore de L’Ora registra questo parere di un noto avvocato in un ristorante alla moda: “Il generale Dalla Chiesa può diventare una sciagura per Palermo. Se si mette a fare il superpoliziotto contro i trafficanti di droga, finisce che rovina questa città. Si immagini tutti quelli che oggi campano con i proventi della droga buttati sul mercato dei disoccupati. Metterebbero a sacco le nostre case. Non potremmo più uscire di casa, ci scipperebbero, scassinerebbero negozi, ville, uffici. Non ci sarebbe più pace, mi creda. I ristoranti non sarebbero più sicuri, le nostre mogli non potrebbero più uscire in pelliccia. No, deve stare attento a quello che fa, questo generale piemontese”! Queste valutazioni non sono rimaste confinate al Sud d’Italia, ma sono diventate comuni a diversi imprenditori del centro-Nord e a molti professionisti che ruotano attorno ai circuiti economici.
In una ricerca svolta da Assolombarda nel 2015 si evidenziava che “se al Sud l'infiltrazione mafiosa in un'impresa è parte della 'tradizione', al Nord avviene ed è avvenuta per 'convenienza'. Non sono solo gli ambiti tradizionali come il movimento terra o l'edilizia a vivere il perenne rischio di infiltrazione. Dall'analisi dei dati emerge come logistica, produzione e vendita sono ugualmente sotto tiro. Lo stesso accade per la gestione del personale, per la scelta dei prodotti da acquistare e nella gestione dei servizi. Per quanto riguarda il Nord è comune a tutti gli intervistati l'ammissione di una profonda ignoranza soprattutto riguardo i rischi. Così gli imprenditori si lasciano avvicinare: un quinto pensando di incrementare il profitto, un quarto pensando di poter sopravvivere alla crisi, un altro quinto con l'idea di battere la concorrenza. La mafia si presenta alle imprese con un volto diverso da quello del boss o da quello della violenza”.
Ancora oggi a 162 anni dall’Unità d’Italia, lo Stato non è in condizioni di difendere compiutamente gli imprenditori sani che non vogliono entrare nei circuiti mafiosi nè colpire adeguatamente quelli che lo fanno o bloccare i reinvestimenti dei capitali mafiosi nell’economia. Sono questi aspetti che pesano enormemente sull’economia italiana e non solo (e non più) su quella meridionale.