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Silvio Berlusconi. Una storia calabrese

A chiamare nuovamente in causa l'ex presidente del Consiglio sono tre pentiti, i cui verbali sono stati depositati dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo al processo d'appello "Nndrangheta stragista".
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Si accredita come "fondatore del centrodestra" e da grande patron di Forza Italia guida le trattative per collocare i suoi nel futuro governo. Ma lontano dal salotto di Arcore, sulla riva calabrese dello Stretto, il nome di Silvio Berlusconi torna nelle carte giudiziarie e risuona - ancora - nelle aule di un tribunale. A chiamarlo nuovamente in causa sono tre pentiti, i cui verbali sono stati depositati dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo al processo d'appello "Ndrangheta stragista".

Il convitato di pietra

Un procedimento in cui il fondatore di Forza Italia è convitato di pietra. E non solo perché il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, che sulla riva calabrese dello Stretto ha guadagnato il settimo ergastolo come mandante degli attentati calabresi che provano la partecipazione della 'Ndrangheta alla strategia stragista, proprio in aula a Reggio Calabria ha rotto un silenzio quasi trentennale per puntare il dito contro Silvio Berlusc…

Si accredita come "fondatore del centrodestra" e da grande patron di Forza Italia guida le trattative per collocare i suoi nel futuro governo. Ma lontano dal salotto di Arcore, sulla riva calabrese dello Stretto, il nome di Silvio Berlusconi torna nelle carte giudiziarie e risuona - ancora - nelle aule di un tribunale. A chiamarlo nuovamente in causa sono tre pentiti, i cui verbali sono stati depositati dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo al processo d'appello "Ndrangheta stragista".

Il convitato di pietra

Un procedimento in cui il fondatore di Forza Italia è convitato di pietra. E non solo perché il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, che sulla riva calabrese dello Stretto ha guadagnato il settimo ergastolo come mandante degli attentati calabresi che provano la partecipazione della 'Ndrangheta alla strategia stragista, proprio in aula a Reggio Calabria ha rotto un silenzio quasi trentennale per puntare il dito contro Silvio Berlusconi. "Il traditore", lo ha chiamato, dopo aver raccontato di affari e incontri avvenuti anche negli anni della sua latitanza milanese. O perché in quel processo sono emersi gli elementi che qualche mese fa hanno portato la squadra mobile a bussare alla porta di una serie di familiari e storici fiancheggiatori di Graviano alla ricerca del libro contabile che darebbe conto del fiume di miliardi, che dalla Sicilia - ha affermato in aula il boss - fin dagli anni Ottanta è finito nelle casse del nascente impero di Berlusconi.

C'è un'ulteriore ragione. Più profonda. Più inquietante. La stagione degli attentati continentali del '93 - ha ipotizzato la procura antimafia di Reggio Calabria e confermato in primo grado la Corte d'Assise - è stata parte di una strategia eversiva con cui mafie, eversione nera, settori dei servizi e della massoneria hanno imposto "nuovi e più affidabili referenti politici disposti a scendere a patti con la mafia, che - scrivono i giudici della Corte d'Assise - furono individuati nel neopartito Forza Italia di Silvio Berlusconi". Socialisti e democristiani lo erano stati prima di lui.

Il progetto politico-eversivo

Ma in quegli anni in Italia la Prima Repubblica si accartocciava, in Europa si ballava attorno alle macerie del muro di Berlino. Gli equilibri nazionali e internazionali costruiti all'ombra della diplomazia dei due blocchi contrapposti non avevano più ragion d'essere. Mafie, pezzi servizi e cocci di Gladio, eversione nera e settori piduisti della massoneria, che al mantenimento di quel sistema hanno per decenni organicamente lavorato, non hanno inteso farsi mettere da parte. E Forza Italia è stato lo strumento che ha permesso loro di rimanere al potere.

A dispetto di quanto emerso in passato in alcune inchieste siciliane, non si è trattato - afferma la sentenza di primo grado del processo 'Ndrangheta stragista - di un affare della sola Cosa Nostra. Ma di un progetto di sistema, in cui la 'Ndrangheta ha avuto un ruolo da protagonista, prima delle bombe a Milano, Roma e Firenze. E anche per ricostruire la storia calabrese di Berlusconi bisogna fare più di un passo indietro e riavvolgere il nastro almeno fino al 1978.

Nell'agrumeto dei clan insieme a Craxi

Parola del pentito Girolamo Bruzzese, uomo dei clan della Piana, che non più tardi di un anno fa ha dichiarato di aver personalmente assistito a un incontro fra i massimi vertici della 'Ndrangheta della Piana e Berlusconi. Era "il 78-79, poco dopo l'omicidio di Aldo Moro", sottolinea. Il padre Domenico Bruzzese, elemento di vertice del clan Franconeri all'epoca latitante, si nascondeva nell'agrumeto di un uomo vicino ai clan, Peppe Piccolo. "Mentre ero lì, vidi giungere nell'agrumeto Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, che ho riconosciuto per averli visti in televisione. Al loro arrivo, mio padre mi fece allontanare su richiesta di Peppe Piromalli". Uno degli uomini di vertice della 'Ndrangheta tutta.

Quella mattina del 78-79, dice Bruzzese, era lì insieme a "Ciccio Albanese, Domenico Giovinazzo, tale "Ciccantoni Braghetta" (di cui non conosco il nome, vicino agli Alvaro, poi ucciso mentre andava verso Palmi), Pasquale Sciotto, Peppe Raso detto "Avvocato", Peppe Pesce, Vincenzo Rositano. Non ricordo con esattezza se fosse presente anche Peppe Mancuso". In estrema sintesi, l'élite dei clan del "mandamento tirrenico", uno dei tre centri di comando della 'Ndrangheta

Solo dieci anni più tardi, ha messo a verbale il pentito, gli sarebbe stata rivelata la ragione di quel summit. "Mentre io e mio padre ci trovavamo detenuti nello stesso carcere, mi racconto che Craxi e Berlusconi si erano recati al summit perché Craxi voleva lanciare politicamente Berlusconi e quindi per concordare un appoggio anche da parte delle cosche interessate alla spartizione dei soldi che lo Stato avrebbe riversato nel Mezzogiorno". E poi in quel periodo il futuro fondatore di Forza Italia ne aveva di affari in preparazione in Calabria. L'impero Fininvest - anche grazie ai decreti ad personam con cui Craxi negli anni successivi avrebbe permesso all'allora Cavaliere di costruire il proprio impero televisivo - era in costruzione.

La costruzione dell'impero tv sulle antenne del clan Piromalli

Per aggirare le normative nazionali, Berlusconi doveva acquisire frequenze locali, meglio ancora se regionali, su cui mandare in onda in simultanea - ecco il trucco - il medesimo programma. In Calabria, l'affare è stato fatto grazie a Angelo Sorrenti "un imprenditore dei Piromalli" nato antennista, portato alla corte di Publitalia e scelto come referente calabrese per la costruzione di Fininvest. È stato lui - e ci sono i contratti a provarlo - a portare in dote al gruppo la rete di antenne e ripetitori calabresi.

Che quello fosse affare di 'Ndrangheta poi, lo confermano anche altri pentiti, a partire da Marcello Fondacaro, medico diventato imprenditore della sanità in Calabria come nel trapanese, massone d'alto rango, inserito anche nella loggia Giustinianea a Roma e in una serie di logge coperte in Calabria,  che fra grembiuli e triangoli si muoveva come limpida espressione del clan Piromalli. "Berlusconi - ha messo a verbale - giunse in Calabria per acquisire tutte le antenne esistenti sul territorio e consentire la diffusione dei propri canali televisivi". A confermarglielo lo stesso Sorrenti, che "mi disse di aver ricevuto la richiesta di acquisizione di antenne da tale Galliani e Angelo Matacena".

Affari in corso esattamente negli stessi anni in cui - parola di Graviano - le famiglie siciliane inviavano miliardi poi serviti per "investimenti immobiliari, le televisioni, tutto". La prova, ha spiegato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo -  di un "comune denominatore imprenditoriale tra la famiglia Graviano, come lui stesso ha raccontato, e la famiglia Piromalli. E questo comune denominatore imprenditoriale è il gruppo Fininvest".

L'erede di Craxi nel rapporto con massoneria e clan

Ma il future re delle televisioni private per i clan calabresi - confermano di recente sia Fondacaro, sia Bruzzese, avevano in passato anticipato altri pentiti - era un punto di riferimento necessario anche su altri fronti. "Nel 91/92", dunque anni prima della formale nascita di Forza Italia, "sentii in ambienti massonici, che la massoneria e la 'Ndrangheta avevano interesse nella figura di Berlusconi" perché "era stato individuato quale erede naturale del partito socialista, che avrebbe agito secondo le direttive che avrebbe ricevuto da Bettino Craxi nel suo luogo di latitanza". Il beneficio per le mafie? "Una legislazione più favorevole soprattutto in materia di trattamento detentivo - dice secco Fondacaro - Per i calabresi e i siciliani dei contesti di cui parlo, la prospettiva dell'appoggio a Berlusconi era soprattutto questa".  E le mafie delle due sponde la perseguivano insieme.

Altro e tanto può dire Fondacaro "dell'appoggio alla creazione di Forza Italia e del sostegno elettorale al suddetto partito politico da parte delle logge massoniche calabresi, fino alle elezioni del 1994". Per inciso, periodo assai delicato nel mondo dei grembiuli, con l'allora Gran Maestro del Goi Giuliano Di Bernardo che andava via sbattendo la porta dopo aver realizzato che "in Calabria su 32 logge, 28 erano controllate dalla 'ndrangheta". E che in Sicilia la situazione non era poi così diversa. "Mi sono reso conto che le regole della massoneria nell'Isola erano subordinate a quelle dei clan".

I verbali depositati di Fondacaro - al momento - non vanno oltre. Ulteriori contenuti potrebbero essere rivelati in seguito, compatibilmente con l'attività di indagine che anche Firenze sta portando avanti sulle stragi, probabilmente anche perché, a detta del Gran Maestro Di Bernardo, "la stagione stragista potrebbe essere maturata a contatto con ambienti massonici, sebbene in ambiti separati. L'intera situazione, che passava dagli attentati del '92, ai movimenti separatisti, oltre che dall'infiltrazione della 'Ndrangheta era in qualche modo legata". E di quegli ambienti Fondacaro sa.

La strategia dei clan per sostenere Forza Italia

Ma sull'appoggio dei clan calabresi a Berlusconi più di un dettaglio emerge dalle dichiarazioni del pentito Bruzzese. Rivelazioni recenti perché, quando nel 2004 ha iniziato a collaborare, "temevo per i miei congiunti, anche perché Berlusconi era al comando dello Stato".  E l'elezione di Giuseppe Chiaravalloti alla presidenza di Regione Calabria "mi aveva fatto comprendere che tutte le cosche della 'Ndrangheta ancora mantenevano gli accordi dell'epoca".  

Quale? "Nel 1994 so per certo che ci sono stati incontri tra i Piromalli, i Mancuso, i Pesce, i De Stefano per fornire sostegno al partito di Forza Italia per raccogliere voti per le elezioni politiche", dice Bruzzese. Ma tracce di altre riunioni - è emerso nel lungo processo di primo grado - si ritrovano nelle dichiarazioni di altri pentiti.

A partire dall'ex collaboratore Pasquale Nucera. Era il 28 settembre del 1991, Forza Italia non esisteva, ma a Polsi già si parlava di nuovi partiti.  "Erano presenti gli esponenti dell'élite della 'ndrangheta reggina, ma anche rappresentanti delle famiglie calabresi impiantate in Canada, Australia e Francia, Rocco Zito per Cosa nostra americana, i camorristi napoletani, ma anche un colletto bianco delle mafie, Giovanni Di Stefano".

Più di recente è diventato noto come "avvocato del diavolo", per aver assunto senza avere  neanche uno straccio di laurea la difesa di noti criminali di guerre. Del suo passato, lo si sa impegnato in traffici di scorie e di armi nei Balcani, perno delle forniture militari ai paesi sottoposti a embargo, legato a finanzieri serbi e  a soggetti vicini all'ex Presidente serbo Milosevic, come al comandante Arkan. Nel '91, afferma Nucera, Di Stefano è l'uomo che a Polsi arriva per portare un messaggio.

"Bisognava appoggiare il nuovo "partito degli uomini" che doveva sostituire la D.C. in quanto questo ultimo partito non garantiva gli appoggi e le protezioni del passato". E la cosa, spiega l'ex collaboratore, era legata ad un progetto preciso: "'Ndrangheta, Cosa nostra, le logge massoniche deviate, i servizi deviati sono inglobati in un unico progetto criminale. C'era l'idea di fare un partito politico dove mandare la gente al Governo. Venne fatta una riunione a Polsi e si accennò questo discorso". Concretizzato, supportato e proseguito. Almeno stando a quanto dichiarato di recente da un altro collaboratore, Antonio Parisi, siciliano d'origine, ma affiliato al clan dei calabresi di Coco Trovato a Milano.

Reggio Calabria, la finta bomba in Comune e due nastri compromettenti

"Esistono due audiocassette che documentano un incontro avvenuto in un casolare nelle colline sopra Archi, a Reggio Calabria, fra Berlusconi, uomini della 'Ndrangheta e dei servizi, una donna dei servizi. Come politici c'era anche Giuseppe Valentino (ex senatore di An)". Sulla data non riesce ad essere preciso. "Posso dire che è stata un anno prima dell'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale". Si chiamava Franco Fortugno ed è stato ucciso il 16 ottobre del 2005 a Locri. Un anno prima, l'allora premier Silvio Berlusconi è arrivato in visita a Reggio Calabria.

È successo esattamente qualche giorno dopo la finta bomba al Comune di Reggio Calabria - interpretata come pericolosa minaccia dei clan grazie a tre informative dell'ex Sismi Marco Mancini, ufficialmente impegnato nel contrasto al terrorismo internazionale ma curiosamente di stanza in città - che ha rilanciato le quotazioni dell'allora sindaco Giuseppe Scopelliti. "Uno che tutta l'Archi (feudo storico del potentissimo casato mafioso dei de Stefano) l'ha preso e gli ha detto: 'fai il sindaco'", ha detto il pentito Consolato Villani. Uno dei principali strumenti della strategia delle famiglie mafiose reggine per trasformare la pubblica amministrazione in una stazione appaltante per la 'Ndrangheta, ha ricostruito il processo Gotha.

"In quella riunione si è parlato anche della finta bomba" aveva detto Parisi sotto interrogatorio. Ma non solo. Durante quell'incontro, proverebbero i due audio in possesso "di Vittorio Jerinò e di un suo parente", si sentirebbe "Berlusconi ordinare cosa si dovesse fare, anche chi si doveva eliminare, tutto. Si parlava anche di affari". Che si sappia, la caccia a quei nastri continua. La ricostruzione della storia calabrese di Berlusconi, che per le stragi continentali è indagato a Firenze, pure.