Sospetti, tracce di dna, un identikit ritrovato. C'è una donna nel commando delle stragi del 1993
di Salvo Palazzolo , Luca Serranò , di Salvo Palazzolo, Luca SerranòAll'inizio, è saltato fuori un Dna femminile. Era il 2015, i magistrati di Caltanissetta avevano tirato fuori da un armadio blindato della procura una scatola con due buste sigillate da un timbro, "Gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo". "Reperto 4 A" e "Reperto 4 B": sono due guanti in lattice che il 23 maggio 1992 vennero ritrovati a 63 metri dal cratere di Capaci, assieme a una torcia e a un tubetto di mastice. Affidati a uno dei maggiori esperti del settore, Nicoletta Resta, professore associato di Genetica medica dell'Università di Bari, sono saltati fuori due profili genetici. Un Dna maschile all'interno del "Reperto 4 A", che però non è di nessuno dei mafiosi condannati all'ergastolo. E un Dna femminile nell'altro reperto. "Forse, quei guanti erano lì per caso", ha detto qualcuno. Forse. Ma accanto ai guanti c'era una torcia, e dentro la torcia una batter…
All'inizio, è saltato fuori un Dna femminile. Era il 2015, i magistrati di Caltanissetta avevano tirato fuori da un armadio blindato della procura una scatola con due buste sigillate da un timbro, "Gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo". "Reperto 4 A" e "Reperto 4 B": sono due guanti in lattice che il 23 maggio 1992 vennero ritrovati a 63 metri dal cratere di Capaci, assieme a una torcia e a un tubetto di mastice. Affidati a uno dei maggiori esperti del settore, Nicoletta Resta, professore associato di Genetica medica dell'Università di Bari, sono saltati fuori due profili genetici. Un Dna maschile all'interno del "Reperto 4 A", che però non è di nessuno dei mafiosi condannati all'ergastolo. E un Dna femminile nell'altro reperto. "Forse, quei guanti erano lì per caso", ha detto qualcuno. Forse. Ma accanto ai guanti c'era una torcia, e dentro la torcia una batteria, su cui è rimasta impressa l'impronta di Salvatore Biondo, uno degli stragisti di Falcone.
E il Dna femminile è misto ad altri codici genetici. Ecco cosa è scritto nella consulenza: "I risultati mostrano chiaramente un profilo misto derivante da almeno tre individui diversi dove però la componente attribuibile ad uno o più soggetti di sesso femminile risulta essere maggiormente rappresentata". Un bel mistero, per la scienza e per chi non ha mai smesso di indagare sui misteri delle stragi di mafia.
Le carte dei Servizi segreti
Per certo, negli squadroni della morte di Cosa nostra non c'è mai stata una donna. Ma quella traccia di Dna femminile non è solo una suggestione. Una relazione del segretario generale del Cesis (l'organismo di coordinamento dei servizi segreti) che risale alla stagione delle bombe mafiose del 1993 esplose fra Roma, Milano e Firenze, parlava di presenze femminili. Una figura veniva segnalata in via Fauro, nello scenario del fallito attentato a Maurizio Costanzo, a Roma, il 15 maggio 1993. Nell'appunto del segretario del Cesis Giuseppe Tavormina all'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino (protocollo numero 2119.18.3/453/4 del 6 agosto 1993) si dà atto che fra le "risultanze emerse in sede di gruppo di lavoro interforze" ci sono degli identikit "ricostruiti dalle testimonianze, che riguardano due uomini e una donna", così è scritto.
L'identikit ritrovato
Nel 2020, da un archivio dei carabinieri di Firenze, sono riemersi l'identikit di una donna e il racconto di un testimone. "Età 25 anni, corporatura magra, capelli scuri, corti e lisci, alta circa 1,70". Tre giorni dopo la bomba che devastò un'ala degli Uffizi e uccise cinque persone - era il 27 maggio - il portiere di un palazzo di via dei Bardi raccontò che poco prima dell'esplosione era stato svegliato dalle voci di due giovani in strada, che tentavano di aprire il portone, avevano perso una busta gialla. Da una finestra, vide una Mercedes con targa "Ro" da cui scese una donna che indossava un tailleur scuro. Poco più in là, un Fiorino bianco, come quello guidato dai boss, poi saltato in aria in via dei Georgofili. "La donna disse ai due giovani: Ci vogliamo muovere o no?".
La sospettata
Sono indicazioni precise su cui lavora anche la procura di Firenze, che ha un fascicolo sulle "presenze altre" nelle stragi del 1993: oggi, il procuratore reggente Luca Turco e l'aggiunto Luca Tescaroli hanno una sospettata, è un'imprenditrice di 58 anni con precedenti per traffico di stupefacenti, nel 1993 portava i capelli biondi. Si chiama Rosa Belotti, suo marito (Rocco Di Lorenzo) è ritenuto vicino al clan camorristico dei La Torre: a marzo i carabinieri del Ros hanno perquisito la loro abitazione di Albano Sant'Alessandro, in provincia di Bergamo. Per i magistrati, lei avrebbe portato la Fiat Uno carica di esplosivo fino in via Palestro. E potrebbe avere avuto un ruolo anche a Firenze. Adesso, è indagata per concorso in strage. I magistrati hanno anche diffuso l'identikit della "biondina" realizzato nel 1993 sulla base delle indicazioni fornite dai testimoni in via Palestro, alla ricerca di nuove informazioni.
Il buco nella ricostruzione
Per le stragi del 1993, i mafiosi pentiti che hanno collaborato con la giustizia non hanno mai parlato di presenze esterne. E solo mafiosi sono stati condannati dai giudici di Firenze. Ma, ora, la relazione della commissione antimafia solleva altri dubbi. "Abbiamo elementi di prova per sostenere che quella sera c'erano soggetti esterni a Cosa nostra", dice senza mezzi termini l'ex senatore Giarrusso. Il gruppo di lavoro che presiedeva ha anche ascoltato nuovamente il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. L'ex sicario del clan Graviano faceva parte del commando, assieme a Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano, ma la sera della strage restò a casa, a Prato. E oggi si chiede anche lui il perché del "buco di due ore" fra la partenza dei suoi complici e l'esplosione. Cosa fecero davvero Lo Nigro e Giuliano? Chi incontrarono?
La versione ufficiale, consacrata nei processi, dice che il 27 maggio, a mezzanotte, Lo Nigro e Giuliano, alla guida di un Fiorino rubato e di una Fiat Uno, andarono in via dei Georgofili. Un testimone vide parcheggiare il Fiorino alle 0,40. Parlò di un uomo, che però non corrisponde alla descrizione di Lo Nigro, indicato come il mafioso alla guida del mezzo. "Anche sulla quantità di esplosivo ci sono incongruenze", spiega l'ex senatore Giarrusso: "Gli esperti hanno parlato di 250 chili, una quantità maggiore di quella indicata da Spatuzza". Misteri su misteri.