L'intercettazione che ha svelato tutte le trame della 'ndrangheta stragista

L'intercettazione che ha svelato tutte le trame della 'ndrangheta stragista

La conversazione di un affiliato non pentito è la "prova regina" a sostegno di una ricostruzione che già la Corte d'Assise in primo e in secondo grado ha confermato, condannando all'ergastolo il boss palermitano Giuseppe Graviano e il mammasantissima calabrese, Rocco Santo Filippone. Ma è anche un nuovo punto di partenza.

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Nella storia della 'ndrangheta, i magistrati ormai lo sanno, tocca sempre distinguere quello che è da quello che appare, o meglio che si vuole che appaia. Ecco perché l'ultima conversazione intercettata finita agli atti del processo d'appello 'ndrangheta stragista', che conferma dalla viva voce di un affiliato non pentito la partecipazione dei calabresi alla strategia stragista, è dirimente. Non si tratta solo della "prova regina" a sostegno di una ricostruzione che già la Corte d'Assise in primo e in secondo grado ha confermato, condannando all'ergastolo il boss palermitano Giuseppe Graviano e il mammasantissima calabrese, Rocco Santo Filippone. È soprattutto un nuovo punto di partenza.

Un progetto eversivo scritto da autori diversi

"Stragi di Stato": così in quella chiacchierata intercettata vengono definite le bombe degli anni Novanta. E nel mondo dei clan calabresi, parole ed espressioni non vengono mai usate per caso. Dietro si spalancano mondi. Regola numero uno per comprendere la struttura intima di un'organizzazione criminale che ha fatto della messinscena e della compartimentazione delle informazioni, all'interno e all'esterno, la propria migliore e più efficace strategia difensiva.

È così che la mafia capace di partecipare da protagonista ad uno dei primi progetti di golpe dell'Italia repubblicana, è riuscita a raccontarsi per anni come un'associazione di pastori e contadini con l'hobby del narcotraffico. È così che è riuscita a nascondere per decenni il proprio ruolo da protagonista nelle stragi.

Anni di sangue e di bombe, ricostruiti dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, a cui i clan calabresi hanno partecipato con la consapevolezza - e questa è la novità - di essere parte di un progetto eversivo che andava ben oltre la cancellazione del "carcere duro" e dell'ergastolo ostativo. Un dettaglio che alcuni collaboratori, siciliani e calabresi, hanno rivelato, in molti per averlo intuito o scoperto, ma che adesso si dimostra patrimonio degli elementi di vertice dell'organizzazione. E apre nuovi scenari. 

"Pino e compagnia bella li hanno messi all'epoca nella commissione per le stragi di Stato insieme a Testuni", ascoltano i carabinieri nel 2021. Le cimici sono piazzate in un frantoio sperduto fra le campagne della Piana di Gioia Tauro. C'è un vecchio arnese della 'ndrangheta di zona che discute con due affiliati più giovani, ma diventati di rango per fedeltà, ancor prima che per sangue o parentela. Lui si chiama Francesco Adornato e come associato dei Piromalli la prima condanna l'ha incassata nel 1988.

Quasi trentatré anni dopo i carabinieri lo intercettano. Sta ancora parlando di cose del clan e per il casato dei Piromalli è un momento delicato, che in tanti aspettano. Pino "Facciazza" Piromalli che comanda sul suo casato e su tutta la 'ndrangheta del mandamento tirrenico, la zona che va dalla provincia nord di Reggio Calabria al vibonese, dopo più di due decenni di carcere sta per uscire. "In quel momento storico, non era secondo a nessuno", dirà anni dopo il senatore prima di Forza Italia, poi Fratelli d'Italia, Giancarlo Pittelli, imputato per concorso esterno come consigliere dei clan e grande tessitore delle loro trame.

Le "stragi di Stato" come mezzo. Il "colpo di Stato" come fine

A dispetto della lunga permanenza dietro le sbarre continua ad essere il massimo vertice, l'interlocutore di ultima istanza per tutti i clan della zona. E lo è dagli anni Novanta, quando ha deciso per tutto il suo mandamento che al progetto delle stragi i clan avrebbero aderito. Le contrarietà dei Mancuso, con quel Luigi che diceva "perché ci dobbiamo imbrattare" e "con questi ambienti dobbiamo trattare",  passano in cavalleria. Anche lui - dice Adornato - alla fine si è adeguato. "Dice noi dobbiamo dare ascolto ai siciliani".

E altro non avrebbe potuto fare perché quello di Limbadi, su cui i Mancuso governano, è un cosiddetto "crimine distaccato" della Piana e alle decisioni della casa madre, dunque dei Piromalli, il vibonese si deve adeguare. A partire dall'assenso alla strategia di sangue degli anni Novanta, che non è arrivato - conferma Adornato - solo dai Piromalli.

"Ci sono state tante commissioni, anche la jonica ne ha fatta una", spiega sempre Adornato. E altrettante, se non di più, sono state le riunioni per comunicare le decisioni. Almeno un paio nel vibonese, hanno raccontato i pentiti, una a Polsi nel '91 in cui, ancor prima che solo si immaginassero nuove formazioni politiche, passò l'ordine di votare in futuro il "partito degli uomini".  Fra gli invitati, c'era - dicono i pentiti - anche Amedeo Matacena jr, ex deputato di Forza Italia, trent'anni dopo morto da latitante a Dubai, dove sfuggiva da anni a una condanna come referente politico del clan Rosmini. E durante tutte quelle riunioni  è stato comunicato l'assenso della direzione strategica della 'ndrangheta alla partecipazione alla stagione stragista.

È il vertice massimo dell'organizzazione criminale. Fra i pochi autorizzati a conoscerne l'esistenza, si trova conferma in un vecchio verbale di un pentito che risale agli anni Novanta, Annunziatino Romeo, la chiamano la Camera e per ogni mandamento ci sono due rappresentanti.  Le famiglie? Solo quelle che pesano e hanno pesato per davvero nella storia dei clan calabresi: i Piromalli nella Tirrenica, i De Stefano per il mandamento di Reggio Calabria, i Barbaro-Papalia, i Nirta-Pelle e i Morabito "Tiradritto" nella Jonica.

Gente che poi sul territorio parla attraverso i propri emissari - mai un capo vero si mostra e parla nella storia recente della 'ndrangheta - e fa arrivare gli ordini. È successo anche negli anni Novanta, a quella riunione al Sayonara durante la quale Nino Pesce "Testuni" comunica ai vertici militari la decisione della commissione. Ecco perché Adornato è al corrente del progetto. E trentatré anni dopo lo spiega: "Ora ci dicono loro di ammazzare un Ministro prima di fare il colpo di stato".

La grammatica dei clan

Il vecchio luogotenente dei Piromalli non è fine conoscitore della politica, né un alto stratega. È espressione di vertice della 'ndrangheta militare, a stento - dimostrano le conversazioni intercettate - usa un italiano corrente, eppure parla di un "colpo di Stato".

È un indizio, come in passato lo è stata l'apparizione di espressioni come "Falange armata" nel racconto di collaboratori - a partire da Consolato Villani, esecutore degli attentati del '93-94 con cui la 'ndrangheta ha versato il proprio contributo di sangue e destabilizzazione alla stagione degli attentati continentali e autore reo confesso di una rivendicazione - che mai hanno saputo spiegarne neanche il significato letterale. E anche quella è una parte della medesima storia che parla di un piano eversivo messo in cantiere ancor prima che esplodessero le bombe a Milano, Roma e Firenze.

Di un progetto di attentato ai suoi danni ha più volte parlato l'ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, che anche in aula ha ricordato gli spari contro la sua villa "nel momento in cui fu varato il decreto che Cossiga chiamava il decreto di arresto (dei mafiosi che stavano per essere scarcerati)" e quel progetto di attentato "che era stato preparato a Messina nel gennaio del '93 in cui dovevo saltare in aria durante un comizio". E anche Elio Ciolini, quel progetto - spiega l'ex procuratore generale di Palermo, oggi senatore Roberto Scarpinato - lo aveva anticipato con una serie di lettere al giudice Leonardo Grassi nel '92.

Eversione nera

Chi è Ciolini? Legato ad ambienti piduisti e dell'eversione nera, a più riprese informatissima gola profonda, più volte bollato come depistatore in grado di mischiare verità e clamorose menzogne, di certo megafono di ambienti di potere, come dimostrano quelle agende zeppe di numeri di servizi statunitensi, francesi e italiani trovate quando è stato arrestato, più volte è finito al centro di indagini e processi anche per accuse infondate e depistaggi. Ma negli anni Novanta più di qualcosa l'ha anticipata.

 "Il 18 marzo Ciolini - afferma Scarpinato - aggiunse che il piano eversivo era di 'matrice masso-politico mafiosa' , come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un'operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l'omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti".

Ancora prima era stato in grado di fare una curiosa preveggenza. Il 4 marzo sempre al giudice Grassi aveva annunciato che "nel periodo marzo-luglio" si sarebbero verificati "esplosioni dinamitarde e omicidi politici" con un obiettivo "creare intimidazione nei confronti di quei soggetti e istituzioni - Stato forze di polizia etc -affinché non abbiano la volontà di farlo e distogliere l'impegno dell'opinione pubblica dalla lotta alla mafia con un pericolo diverso e maggiore".  L'omicidio Lima, le stragi di Capaci e via D'Amelio si inseriscono esattamente in quella finestra temporale.

L'"eliminazione" di Martelli arriva invece per via politica, con l'avviso di garanzia per lo scandalo del conto "Protezione", servito al partito socialista per far transitare sette milioni di dollari provenienti dall'Eni e dirottati sul Banco Ambrosiano, con coordinate che - è emerso poi - sarebbero dovute finire in mano a Licio Gelli. Lo stesso che alla procura di Roma si preoccupa di spifferare il nome di Martelli in relazione a quella vicenda.  "Poco dopo - ricorda Scarpinato - arriva comunicato della Falange armata secondo cui Martelli deve ringraziare che per lui non fosse stato necessario seguire la via della eliminazione fisica, essendo stato sufficiente eliminarlo politicamente".

Il filo rosso della Falange Armata

Ma cos'è la Falange Armata? Negli anni di attività, è servita a firmare omicidi, attentati, bombe, depistare indagini che avevano imboccato la pista giusta e gettare ombre. In generale, a creare caos. Ma soprattutto è una sigla che passa di mano come un'eredità e nasconde un'identità collettiva.

Al processo 'ndrangheta stragista si è iniziato a ricomporla, incrociando le dichiarazioni dei collaboratori - inclusi quelli che quella sigla l'hanno utilizzata, pur senza conoscerne il significato - con una ricostruzione cronologica precisa di tutte le rivendicazioni. E i principali dati che emergono sono due. Dall'omicidio Mormile che la vede esordire, agli omicidi della Uno Bianca che la vede comparire, passando per l'attentato costato la vita al giudice Scopelliti in Calabria e a Salvo Lima in Sicilia e la strage di Capaci, l'obiettivo è sempre stato lo stesso: firmare e confondere. Secondo: la sigla non è patrimonio esclusivo delle mafie, è prodotto di ambienti dei servizi.

Lo dice il pentito Vittorio Foschini, che racconta come l'educatore carcerario Umberto Mormile sia stato ucciso nel ' 90 perché aveva scoperto i rapporti fra il superboss di 'ndrangheta Domenico Papalia e l'intelligence "che, dando il nulla osta all'omicidio, si raccomandarono di rivendicarlo con una sigla terroristica che loro stessi indicarono". I proiettili si accompagnano  a una valanga di fango su Mormile, utile a nascondere per decenni il vero movente dell'omicidio. Stesso proposito che emerge quando viene utilizzata in Sicilia, dove - racconta Filippo Malvagna - diventa eredità che arriva nelle mani di Totò Riina, che a Enna ordina di usarla per "fare un po' di confusione " perché "non si doveva capire da dove provenisse tutto questo terremoto", dall'omicidio di Salvo Lima alle stragi.

Eccola un'ulteriore conferma dell'impianto accusatorio e allo stesso tempo una delle tracce per l'indagine che forse verrà. E che anche Francesco Adornato involontariamente conferma quando spiega ai suoi che la 'ndrangheta si è "messa con i siciliani e compagnia bella". E dietro quel compagnia bella - spiega in aula il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo - ci sono altri mondi. Su cui probabilmente già si sta investigando.

I pezzi mancanti

La vera ragione di quella stagione - è l'ipotesi di fondo di 'ndrangheta stragista - è un progetto politico che aveva come obiettivo l'individuazione di nuovi e più affidabili interlocutori politici, in grado di garantire gli equilibri di potere occulto maturati negli anni della strategia della tensione. L'esito ultimo - hanno confermato i giudici di primo grado - è stata la creazione e l'affermazione di Forza Italia.

Ma al piano non hanno lavorato solo 'ndrangheta e mafia siciliana. Anzi, la "Cosa Nostra", da intendersi per come la intendevano pentiti come Leonardo Messina e ancor prima Tommaso Buscetta, cioè quell'impasto unico dei vertici di tutte le mafie. A quel grumo di potere si è iniziato a dare un volto, ma è ancora mosaico a cui - futura strada investigativa? -  mancano alcune tessere, a partire dall'identificazione della componente jonica.

Inchiesta e istruttoria hanno tracciato la pista. E adesso si sa che per completare il quadro di quegli anni di sangue tocca seguire la strada che porta alla componente della 'ndrangheta che nella Locride aveva le radici e a Milano costruiva le basi dei rapporti con la politica e l'imprenditoria, in primo luogo con i socialisti e Silvio Berlusconi che in quegli ambienti muoveva i primi passi.

Erano gli stessi anni in cui il futuro capo di Forza Italia in Calabria "accompagnato da Bettino Craxi", dice il pentito Girolamo Bruzzese, incontrava i clan in un agrumeto della Piana e dal clan Piromalli, che lì aveva il proprio feudo, comprava le antenne tv. E da Reggio Calabria, rivela il pentito Moio, c'era un flusso continuo di denari verso Milano dove i Papalia li trasformavano in cemento - reale e figurato - per i cantieri di Berlusconi. Anche dalla Sicilia - ha spiegato Graviano in aula a Reggio Calabria - arrivavano milioni finiti "a Milano 3, le televisioni, Canale 5, tutto". Coincidenze? Lo diranno forse le indagini che verranno. Di certo c'è che a Firenze, dove Berlusconi e Marcello Dell'Utri sono indagati da tempo, si sta scavando su curiose transazioni che sarebbero avvenute proprio in quegli anni. E forse sulla traccia quell'Ufficio non è il solo. Del resto, poco prima della sentenza di appello, lo stesso Graviano ha approfittato della sua ultima possibilità per fare dichiarazioni prima della pronuncia del giudice per comunicare: "Sui soldi che mio nonno ha dato agli imprenditori del Nord, la procura di Firenze conferma le mie parole".

Una nuova chiave di lettura

Ma nel sistema di potere che ha concepito le stragi e la strategia eversiva di cui sono solo la parte più visibile, ci sono altre componenti che in " 'ndrangheta stragista" e altre inchieste sono emersi. Ci sono gli ambienti piduisti, che in Licio Gelli - nome ricorrente nella storia di clan e di trame degli ultimi decenni del Novecento - hanno una costante e nella sua creatura, la P2, un'eredità che negli anni Novanta aveva logge gemelle nella jonica, dice il pentito Marcello Fondacaro, e riecheggia in un'intercettazione divenuta pietra miliare.

Parla Luni Mancuso, uomo di vertice del suo clan, argomenta che ormai "la 'ndrangheta è per i poveracci e siamo tutti massoneria", con evoluzione spiegata in questi termini: "Una volta c'era la 'Democrazia' (il riferimento è alla Democrazia cristiana, ndr), è caduta e hanno fatto un nuovo partito Forza Italia... Bisogna modernizzarsi, non stare con le vecchie regole! Il mondo cambia e bisogna cambiare tutte cose. Oggi la chiamiamo massoneria, domani la chiamiamo P4, P6, P9". Ancora una volta, forse coincidenze, forse no. Probabilmente tracce.

E poi si sono ambienti dei servizi, che nella storia della Cosa Nostra delle mafie finiscono per essere anelli di congiunzione, non solo fra le singole componenti mafiose e apparati, ma anche con ambienti di Gladio e dell'eversione nera, che con soggetti come Pierluigi Concutelli, Stefano Delle Chiaie e Franco Freda, fin troppe volte sono finiti al centro di storie e trame che spesso si incrociano.

Alcuni se li è già ingoiati la storia, come Concutelli di recente, o quel generale dei carabinieri Francesco Delfino, " fratello di uno dei tre cervelli della 'ndrangheta in Calabria ", dice l'ex pentito Annunziatino Romeo, "un reclutatore" per il collaboratore, Giacomo Ubaldo Lauro, che racconta come arrivasse dai calabresi l'esplosivo per la strage di piazza della Loggia a Brescia, dove "Delfino aveva il compito di intervenire in caso di disguidi" e in zona riappare decenni dopo come l'uomo che arresta Balduccio Di Maggio che - ha detto Giuseppe Graviano al processo 'ndrangheta stragista - "io ho fatto venire a Milano".  Un'operazione di cui parla anche il pentito Tullio Canella, secondo cui Riina fu "venduto" ai carabinieri da Bernardo Provenzano, "che con loro aveva rapporti" e Delfino era " l'uomo di contatto fra Cosa Nostra e i servizi".

Ma quella degli anni Novanta non era stagione in cui a giocare potesse essere un uomo solo. Ci sono altri a cui potrebbe già partita la caccia per dare a schemi e personaggi che per decenni si ripetono, uguali a se stessi, da Nord a Sud, un'inedita e unitaria chiave di lettura.