L’alfabeto delle mafie. ‘P’ come Pentiti
di Isaia SalesSecondo la relazione del Ministero dell’Interno del 2021 (l’ultima trasmessa al Parlamento) sono 949 i pentiti protetti dallo Stato italiano. Si tratta di persone che hanno abbandonato l’organizzazione criminale di cui facevano parte contribuendo a svelare i nomi degli altri componenti, documentando fatti delittuosi di cui non si conoscevano gli autori o autoaccusandosi di diversi atti criminali, compresi gli omicidi. Quasi il 99% di essi appartengono ad organizzazioni mafiose. I più numerosi sono ex membri di clan di camorra che arrivano al 40% del totale dei pentiti, quelli appartenenti a Cosa nostra non superano il 25%, quelli di ‘ndrangheta si mantengono attorno al 15% mentre i membri delle mafie pugliesi si attestano sul 10% del totale; il resto riguarda affiliati ad altre mafie nazionali e straniere.
Il numero più consistente riguarda, dunque, ex camorristi, circostanza che dimostra ancora una volta il carattere di massa dell’organizzazione napoletana e campana e per questo moti…
Secondo la relazione del Ministero dell’Interno del 2021 (l’ultima trasmessa al Parlamento) sono 949 i pentiti protetti dallo Stato italiano. Si tratta di persone che hanno abbandonato l’organizzazione criminale di cui facevano parte contribuendo a svelare i nomi degli altri componenti, documentando fatti delittuosi di cui non si conoscevano gli autori o autoaccusandosi di diversi atti criminali, compresi gli omicidi. Quasi il 99% di essi appartengono ad organizzazioni mafiose. I più numerosi sono ex membri di clan di camorra che arrivano al 40% del totale dei pentiti, quelli appartenenti a Cosa nostra non superano il 25%, quelli di ‘ndrangheta si mantengono attorno al 15% mentre i membri delle mafie pugliesi si attestano sul 10% del totale; il resto riguarda affiliati ad altre mafie nazionali e straniere.
Il numero più consistente riguarda, dunque, ex camorristi, circostanza che dimostra ancora una volta il carattere di massa dell’organizzazione napoletana e campana e per questo motivo più esposta al rapido sgretolarsi del senso di appartenenza, mentre tra le tre maggiori mafie italiane quella calabrese presenta un numero più limitato di pentiti, anche se i dati smentiscono il luogo comune di una ‘ndrangheta totalmente chiusa al pentimento. Attualmente sono più di 150 i pentiti di ‘ndrangheta sotto protezione.
Da segnalare anche un numero non trascurabile di donne pentite (oltre il 5% del totale) che rivestivano un ruolo di primo piano nelle rispettive organizzazioni e non si limitavano ad essere madri, mogli, figlie, suocere, sorelle, nuore o parenti di criminali, a dimostrazione di un’inedita presenza femminile alla guida di alcune famiglie mafiose.
Ci sono, poi, 56 testimoni di giustizia, cioè persone che, pur non appartenendo ad organizzazioni criminali, hanno deciso di testimoniare contro di esse, avendo assistito ad azioni delittuose o essendo a conoscenza di particolari notizie sulle loro attività. Aggiungendo i familiari dei collaboratori e dei testimoni di giustizia che li hanno seguiti nelle loro scelte, si arriva a 4755 persone protette, alle quali una apposita struttura del Ministero degli Interni provvede a ridare una nuova identità, a trovare un alloggio e un lavoro in luoghi lontani dalla precedente residenza, a inserire i figli a scuola, a garantirne la sicurezza. Ad essi lo Stato paga una indennità tra i 1000 e i 1500 euro al mese, più 500 euro per ogni familiare a carico, più le spese per alloggio e per le varie esigenze di vita quotidiana.
Risultano, dunque, del tutto false le notizie relative a cospicue indennità percepite dai pentiti, tali da rendere estremamente conveniente sul piano economico il “tradimento” dei loro ex sodali. Il caso più clamoroso ha riguardato Balduccio Di Maggio, colui che aiutò gli investigatori ad arrestare il capo dei corleonesi Salvatore Riina e ad arrestarlo. Ricevette una taglia di 500 milioni di lire che utilizzò per tornare a delinquere e provare a scalzare la famiglia Brusca dal controllo della zona di S. Giuseppe Jato. L’altro caso ha riguardato Francesco Marino Mannoia (il principale raffinatore di droga della mafia siciliana degli anni Settanta/Ottanta) che ha potuto cumulare l’appannaggio dello Stato italiano con quello riscosso dall’FBI per il contributo offerto a smantellare una rete di narcotrafficanti tra la Sicilia e gli Usa. Gli avevano ammazzato un fratello prima del pentimento e dopo gli uccisero la madre, la sorella e la zia. Ma il pentito che ha pagato il prezzo più alto in omicidi dei propri familiari è stato Tommaso Buscetta a cui hanno ucciso due figli, fratelli, cognati, amici, prima e dopo le sue rivelazioni a Giovanni Falcone nel 1984, quando fu estradato in Italia.
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Certo, ci sono stati pentiti che sono poi tornati alle loro attività criminali, ma si è trattato di pochi casi e sempre individuati in tempo dagli inquirenti. E ci sono stati diversi casi di espulsione dal programma di protezione dovuti proprio all’inadempienza da parte degli interessati delle regole imposte da un programma di tutela e di reinserimento così delicato. Per questi motivi, la richiesta di entrare a far parte del programma di tutela dello Stato è valutata da una apposita commissione nazionale in cui sono inseriti magistrati specializzati nelle indagini sulle mafie. Il periodo medio di tutela e di collaborazione con la giustizia è di sei anni e due mesi, ma in alcuni casi si superano ampiamente i 10 anni.
Come si può immaginare, la gestione di un numero così cospicuo di persone a cui far cambiare identità, a cui trovare nuove abitazioni fuori dai loro territori, a cui assicurare l’iscrizione dei figli a scuola (in media i minorenni figli di pentiti sono un quarto dei protetti e pongono problemi seri di adattamento alle nuove condizioni) non è affatto semplice e diverse volte si sono manifestati conflitti e lamentele da parte degli interessati. E qualche falla si è manifestata anche nel sistema di sicurezza e di tutela: nel 2018 a Pesaro è stato ammazzato Marcello Bruzzese, il fratello di un boss della ‘ndrangheta, nonostante fosse sottoposto a misure di protezione.
Le caratteristiche di massa del pentitismo mafioso
Il numero attuale di collaboratori di giustizia è sceso sotto la soglia di mille, che rappresenta il dato più basso degli ultimi 20 anni. La punta massima è stata raggiunta prima nel 2003 (con 1119 pentiti) e poi nel 2016 (con 1277), mentre dal 2019 in poi si è assistito a un graduale calo.
Il fenomeno del pentitismo nelle mafie italiane è stato di tali proporzioni da non poterlo mettere a confronto con fenomeni analoghi nella criminalità organizzata nel resto del mondo. Né lo si può paragonare con altri periodi nella lunga storia delle mafie italiane, caratterizzate da un silenzio assoluto dei mafiosi sulle vicende interne alle loro organizzazioni. Poi a metà degli anni Ottanta del Novecento c’è stato un rapido cambiamento che ha assunto un carattere travolgente, con modalità tipiche di una vera e propria dissociazione di massa.
C’è stato un prima e un dopo nelle vicende del pentitismo mafioso e questo spartiacque è rappresentato dalla metà degli anni Ottanta del Novecento con il maxiprocesso di Palermo del 1986, che portò per la prima volta alla condanna di decine e decine di mafiosi rompendo la lunga impunità di cui avevano goduto nel passato. Ma quando Buscetta comincia a collaborare con Falcone, dando uno straordinario contributo di conoscenza dall’interno della mafia siciliana, già altri pentiti di camorra avevano aiutato a smantellare l’organizzazione di Raffaele Cutolo in Campania (la cosiddetta Nuova camorra organizzata) e quella dei suoi avversari Carmine Alfieri, Antonio Bardellino e Luigi Giuliano (detta Nuova famiglia). Il pentito di camorra Pasquale Galasso fornì informazioni preziose a questo fine. E il pentito Serafino Castagna aveva negli anni precedenti svelato numerosi particolari sconosciuti sulla ‘ndrangheta calabrese, seguito poi negli anni Novanta da collaboratori importanti come Antonio Zagari e Filippo Barreca. Quindi il fenomeno del pentitismo non riguardò solo la mafia siciliana e si presentò con la stessa radicalità (e nello stesso periodo storico) nelle quattro diverse organizzazioni territoriali.
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La svolta degli anni Ottanta/Novanta
Certo, pentiti c’erano stati anche prima delle rivelazioni di Tommaso Buscetta (rivelazioni fatte, ricordiamolo, prima che si avviasse la legge premiale per i pentiti di mafia). Da menzionare il caso di Leonardo Vitale nel 1973, nipote di un importante capomafia che aveva rivelato segreti importanti su come era organizzata Cosa nostra e sul ruolo di primo piano che vi rivestivano già all’epoca Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, ma non fu creduto dai magistrati e dai poliziotti, anzi fu fatto ricoverare in manicomio da cui uscì qualche anno dopo e immediatamente ammazzato. Anche durante il fascismo c’era stata una importante “confessione” di un esponente della mafia di Castelvetrano, il medico militare Melchiorre Allegra che aveva raccontato con largo anticipo di un’organizzazione centralizzata, basata su un giuramento di sangue e su altre caratteristiche che Buscetta confermerà 50 anni dopo.
Il silenzio dei mafiosi sul loro modo di organizzarsi era stato così incidente sul livello di conoscenza del fenomeno, che prima delle dichiarazioni di Buscetta si poteva tranquillamente sostenere da parte delle istituzioni repressive dello Stato che la mafia non era un fenomeno unitario e non esisteva un coordinamento tra i singoli membri. Insomma, nel 1984 la mafia siciliana era un fenomeno quasi sconosciuto agli inquirenti nei suoi livelli organizzativi a più di 150 anni dalla sua nascita.
Dirà Giovanni Falcone: “Prima di lui non avevamo che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con Buscetta abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di cosa nostra. Ma soprattutto ci ha fornito una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare coi gesti”. D’altra parte, si può incidere sulla qualità della repressione di organizzazioni segrete solo violando la loro segretezza, e ciò possono aiutare a farlo solo i membri dell’organizzazione stessa.
Per capire la radicale trasformazione avvenuta nel mondo mafioso con il pentitismo è importante ricordare qualche dato: quando comincia il maxiprocesso di Palermo nel 1986 i pentiti di Cosa nostra erano solo 5, dieci anni dopo arriveranno a 423 (solo nella mafia siciliana). Si realizza, cioè, una vera e propria implosione del mondo mafioso e delle sue caratteristiche storiche. In pochi anni furono arrestati migliaia di mafiosi, centinaia di essi latitanti da tempo immemorabile. Furono processati e condannati centinaia di boss. La svolta avvenne, dunque, nel decennio Ottanta/ Novanta del Novecento e non sembra ad oggi essersi del tutto arrestata, anche se in calo, come abbiamo visto. Qual è la causa di questo radicale e inaspettato sconvolgimento del mondo mafioso rappresentato da un così alto numero di pentiti? Per di più su di un tema identitario dell’essere mafioso, cioè la consegna del silenzio assoluto al di fuori dell’organizzazione e soprattutto nei confronti dei rappresentanti delle forze dell’ordine? Il pentitismo è stato sicuramente il cambiamento più strutturale all’interno delle mafie nella loro lunga storia.
Il pentitismo dei terroristi
Prima del pentimento di Tommaso Buscetta e di Salvatore Contorno, che diedero vita alla stagione “dirompente” del pentitismo mafioso, il fenomeno di accusare propri sodali coinvolti in azioni delittuose aveva riguardato quasi esclusivamente appartenenti ad organizzazioni terroristiche, sia di estrema sinistra sia di estrema destra. Infatti, la prima legge in Italia che consentiva una riduzione di pena per i “collaboratori di giustizia” (è questo il termine corretto per definire i pentiti) è del 1980 e fu varata all’indomani dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse proprio per favorire le rivelazioni dei terroristi pentiti sui loro ex commilitoni. La prima legge, invece, che concedeva rilevanti sconti di pena ai mafiosi collaboranti con la giustizia è del 1991, nel periodo in cui Giovanni Falcone da direttore degli affari generali del Ministero della giustizia (chiamato a quel ruolo da Claudio Martelli) organizzò la strategia legislativa e organizzativa per combattere più seriamente e continuativamente le mafie.
Da sottolineare che la legislazione antimafia fu in gran parte modellata su quella antiterroristica: il reato di associazione mafiosa, gli sconti di pena per i collaboratori e, poi, l’isolamento in carcere vengono ripresi quasi interamente dalla legislazione e dall’organizzazione degli apparati dello Stato contro il terrorismo. Con la differenza macroscopica che il terrorismo si era manifestato in Italia a partire dagli anni Settanta del Novecento, mentre le mafie erano presenti con i loro delitti già un secolo e mezzo prima della entrata in vigore di una legislazione antimafia. Il terrorismo in Italia sarà responsabile, direttamente e indirettamente di 500 morti (comprese le vittime di stragi) mentre le mafie hanno commesso tra i 40.000 e i 50.000 delitti in tutta la loro storia. Ebbene, lo Stato si organizzò meglio contro il terrorismo mentre fece più fatica (e impiegò più tempo) ad organizzarsi conto il fenomeno mafioso.
Ciò che unisce terrorismo e mafie, al di là del discrimine principale (i terroristi non sono caratterizzati da un interesse economico personale nell’agire criminale) è la segretezza delle loro organizzazioni e un insieme di credenze e ideologie che assumono per essi un valore identitario che li fa ritenere a se stessi come una particolare élite del crimine (i mafiosi) o della lotta contro il sistema (i terroristi). In ogni caso, il pentimento dei mafiosi ha alcuni punti in comune con quello dei terroristi, e lo vedremo in seguito.
Anche la differenza di atteggiamento verso il pentitismo dei terroristi e verso quello dei mafiosi da parte del mondo politico, degli opinionisti e perfino della Chiesa cattolica merita una particolare attenzione. Nel primo caso ci fu unanimità nel sostegno umano, culturale e legislativo ai pentiti del terrorismo rosso e nero, mentre ci fu una vera e propria battaglia d’opinione contro il pentitismo mafioso. Un’inaudita violenza verbale si scatenò contro la legislazione penale a favore di coloro che denunciavano i loro “fratelli” mafiosi. Anche la Chiesa, sempre pronta a riconoscere e favorire qualsiasi pentimento anche di feroci assassini, fu spietata contro i mafiosi che prendevano le distanze dal loro mondo. La spiegazione è semplice: i terroristi pentiti potevano tutt’al più denunciare loro sodali, mentre quelli mafiosi potevano accusare anche uomini politici, imprenditori, magistrati e uomini delle istituzioni repressive che li avevano agevolati: questa è la differenza. E se anche si considerasse il pentimento dei mafiosi sempre strumentale (e così non è), finalizzato cioè solo ad ottenere dei benefici di legge o a vendicarsi dei loro nemici, si dovrebbe prendere atto che quel pentimento è costato diverse vite umane di propri familiari. Ed è una verità difficilmente contestabile che i pentiti di mafia sono aumentati quando lo Stato ha reagito, sono diminuiti quando lo Stato ha allentato la pressione, e sono stati quasi inesistenti quando lo Stato per tutto un periodo storico garantiva l’immunità agli assassini mafiosi.
Perché tanti pentiti in quel periodo storico?
A cosa è dovuto il fatto che un così alto numero di persone improvvisamente si è mostrato disponibile a parlare, a fare nomi, a indicare particolari sconosciuti, con alcune caratteristiche quasi di confessione? Sicuramente in alcuni pentiti hanno prevalso motivi di opportunità (riduzioni di pena, particolari condizioni carcerarie). Ma molti pentiti hanno cominciato a parlare prima che la legge del 1991 consentisse per essi riduzioni di pena e protezione. E c’è stato naturalmente l’obiettivo di colpire con la confessione gli avversari, tentando di usare la magistratura nella guerra contro altri clan. Anche questa valutazione non è del tutto infondata, ma in ogni caso perché prima ciò non era mai avvenuto, almeno con tali caratteristiche di massa?
Alla luce dei fatti non reggono, dunque, alcune spiegazioni semplicistiche sul fenomeno, tra queste la guerra spietata dei corleonesi contro i loro avversari, che era arrivata a considerare bersagli possibili tutti i familiari dei loro avversari (anche se non membri della mafia) compresi donne, anziani e bambini. La spietatezza dei corleonesi ha indubbiamente accelerato un processo in corso, non lo ha da sola determinato. Tanto è vero che dopo il maxiprocesso i pentiti più numerosi non verranno dagli avversari dei corleonesi ma dall’interno degli stessi sodali di Riina e Provenzano. E abbiamo già visto che la motivazione dei grandi benefici economici riservati dallo Stato ai pentiti non corrisponde minimamente al vero. In ogni caso, in cambio di uno stipendio modesto, tanti di loro sono stati costretti a cambiare radicalmente vita, abitudini, luoghi di residenza e rinunciare ai tanti benefici di guadagni e di rispetto che erano loro garantiti dall’appartenenza alla mafia.
Si è anche detto che senza le qualità umane e professionali di un magistrato del livello di Giovanni Falcone, mai Buscetta si sarebbe deciso a parlare e affidarsi allo Stato italiano. Anche ciò è vero, ma non dimentichiamo che dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino che aumenterà in maniera esponenziale il numero dei pentiti.
Più che di una singola motivazione, dunque, si deve parlare di diverse concause per spiegarci un fenomeno, il pentitismo di massa in alcune delle organizzazioni più ermetiche della storia del crimine nel mondo. Queste concause sono di natura soggettiva e di natura oggettiva. Sicuramente ha pesato la spietatezza dei corleonesi che hanno consentito a molti pentiti di motivare la loro diserzione come un tradimento di Riina e dei suoi dei principi fondanti dell’essere mafioso. Sicuramente ha funzionato la concessione di benefici penali (e di protezione per sé e dei propri familiari) per spingere tante persone che si sentivano in pericolo di morte a collaborare con gli apparati di sicurezza dello Stato, unici in grado di garantire loro la sopravvivenza. La parte “strumentale” del pentimento è del tutto evidente e voluta dal legislatore: d’altra parte, la convenienza reciproca è alla base di qualsiasi legislazione premiale. Il ruolo soggettivo di Falcone che stabilisce un rapporto di reciproca fiducia con Buscetta, convincendolo di aver fatto il passo giusto, è un altro elemento storico di cui sicuramente tenere contro. Ma è indubbio che l’elemento decisivo è il convincimento di molti mafiosi che una fase storica era finita perché lo Stato italiano aveva finalmente deciso di fare la guerra alle mafie.
Republica delle Idee 2023 - U' siccu. L'ultimo dei corleonesi. La storia di Matteo Messina Denaro
Lo Stato era diventato un vero avversario deciso a combattere i suoi nemici, ma che rispetto a Riina e Provenzano, offriva anche una possibilità di arrendersi senza essere ammazzati e salvare anche i propri familiari dalla vendetta. In una parte del mondo mafioso si ebbe la consapevolezza che si avevano solo due scelte: essere ammazzati da Riina o consegnarsi allo Stato, perché lo Stato aveva deciso di fare lo Stato, duro e al tempo stesso pronto a dare una mano a chi gli dava una mano. Infine, si può rintracciare nel pentimento mafioso il senso di un tradimento dei “valori” in cui credevano, o che si erano illusi che la mafia rappresentasse. Nel pentimento mafioso si manifesta una improvvisa consapevolezza che la mafia non era affatto quello che i suoi membri si raccontavano. Questo aspetto è comune ai pentiti del terrorismo che tradiscono la loro organizzazione perché si sentono traditi da essa. In ogni caso si tratta di un crollo della credibilità dell’ideologia in cui credevano, quindi, assume anche i contorni di un pentimento ideologico.
Insomma, quella svolta nell’atteggiamento verso lo Stato di tanti mafiosi era dettata dal cambiamento radicale del posizionamento dello Stato e dei suoi apparati verso il fenomeno mafioso: guerra e non convivenza, comprensione in cambio di collaborazione. Quando lo Stato combatte sul serio, il potere dei suoi nemici si ridimensiona.
Campagna di massa contro i pentiti
Indubbiamente, la legge sui pentiti e quella sulle intercettazioni sono stati gli strumenti più efficaci per scardinare dall’interno il mondo mafioso e proprio per questo motivo sono state norme poi ampiamente contestate e messe in discussione, non tanto per la loro inefficacia ma proprio per la loro dimostrata efficacia. Ed è un qualcosa di difficilmente spiegabile il fatto che alcune delle leggi più scardinanti del potere delle mafie sono state così ampiamente combattute e aspramente avversate (ancora oggi) da una parte consistente del mondo politico. Ciò è avvenuto in particolare quando i pentiti hanno cominciato a rivelare particolari inerenti ai rapporti delle famiglie mafiose con il mondo politico, istituzionale ed economico. A quel punto si è scatenata una vera e propria delegittimazione dei pentiti con una campagna di stampa, televisiva e culturale davvero impressionante.
Insomma, non si è andati mai così vicini a sconfiggere le mafie come nel periodo 1992/1994. Perché non ci siamo riusciti nonostante l’evidenza che una adeguata reazione dello Stato può mettere in ginocchio qualsiasi organizzazione criminale?
Che i mafiosi reagissero contro i pentiti era del tutto normale aspettarselo. Le crudeltà di cui furono capaci contro i loro familiari appartengono alla stessa storia delle rappresaglie naziste. Su questo aspetto Riina si è mostrato all’altezza della crudeltà dei gerarchi nazisti e fascisti. Il sequestro del figlio tredicenne del pentito Santino Di Matteo, la lunga prigionia e la sua uccisione sciolto nell’acido colloca i mafiosi tra i vertici nella storia della disumanità e della vendetta. Poi i mafiosi (ma anche i camorristi e gli ‘ndranghetisti) cambieranno strategia e proveranno prima a creare falsi pentiti in grado di screditare la categoria e invalidare diversi processi, e poi a blandirli assicurando loro più benefici economici dello Stato e una garanzia di non toccare i loro familiari, riammettendoli addirittura nello loro file. Ma tutto ciò non sarebbe stato sufficiente, se accanto alla loro azione non si fosse scatenata una reazione dei politici, e dei partiti contro il pentitismo. C’erano stati evidenti errori nella gestione dei pentiti, tra questi il caso più clamoroso aveva riguardato il noto presentatore televisivo Enzo Tortora condannato ingiustamente al carcere per accuse non adeguatamente vagliate. Ma non furono gli errori nella gestione dei pentiti di alcuni magistrati a giustificare l’improvviso cambiamento di valutazione del fenomeno del pentimento dei mafiosi, che nel giro di pochi anni passò dall’essere la più grande occasione storica di debellare la mafia a permanente occasione di attacco alla magistratura e al movimento antimafia.
Entra in campo Silvio Berlusconi
Non c’è stato fenomeno più rilevante nella lotta alla mafia del pentimento dei suoi appartenenti e non c’è stato fenomeno più avversato dal mondo politico dopo la caduta della prima repubblica. Fu indubbiamente Silvio Berlusconi ad aprire le danze contro i pentiti di mafia e al tempo stesso contro gli altri pentiti che avevano consentito ai giudici di Milano di avviare i primi processi contro la corruzione dentro la pubblica amministrazione, con migliaia di politici, imprenditori e burocrati coinvolti. E lo fece proprio nella campagna elettorale che lo portò alla presidenza del consiglio nel 1994. In un dibattito con Occhetto disse “basta con i pentiti. La legge è da rifare “. La campagna di delegittimazione era cominciata e durò per tutto il lungo periodo di sua presenza sulla scena politica italiana. Berlusconi usò in quella occasione un argomento dimostratosi poi ampiamente falso: la diversità della legislazione statunitense sui pentiti, più garantista rispetto a quella italiana. Ma è esattamente il contrario, perché negli Usa la discrezionalità del giudice è imparagonabile e il regime pattizio consente ai collaboratori di giustizia benefici ampiamente maggiori della legge italiana varata nel 1991. Gli fece eco Salvatore Riina che nel primo processo in cui comparve dopo il suo arresto, immediatamente partì all’attacco dei pentiti. Già Falcone qualche anno prima si era trovato ad essere accusato da una lettera anonima (attribuita a un suo collega del tribunale di Palermo) di aver usato impropriamente i pentiti per assicurarsi una fulgida carriera. Anche il procuratore generale della Corte di Cassazione aggiunse nel 2020 il suo nome al lungo elenco di coloro che ritenevano la legge sui pentiti un “male” perché induceva alla “delazione prezzolata di losche figure”.
Dirà Tommaso Buscetta: “Con le mie rivelazioni ho messo in ginocchio Cosa nostra, ma lo Stato non gli ha voluto dare il colpo di grazia”. Sarebbe stato più giusto dire che il colpo di grazia non fu dato (in quel periodo storico favorevole) per il fatto che andarono al governo persone che con la mafia avevano rapporti consolidatisi nel tempo.
In conclusione, il periodo del pentitismo di massa può essere considerato come una delle tante occasioni perse nella lotta per estirpare la mafia dal nostro paese. E le cause sono tutte politiche.