La fiction televisiva Lolita Lobosco ambientata a Bari è stata seguita da moltissimi, è piaciuta a molti, ha lasciato perplessi alcuni. C’è, infatti, chi l’ha criticata — anche duramente — per l’immagine di Bari che trasmetteva. Una città sfarzosa di luci con uno straordinario lungomare — una città tutta da bere, per usare un’espressione in voga negli anni ’80 — che però cambia radicalmente quando è vista da vicino, quando è vissuta. Le luci si spengono e la città nuova è riassorbita da quella vecchia. La quotidianità è scandita da un improbabile dialetto ed è allietata da scagliozze, panzerotti e sporcamuso — per non parlare delle orecchiette che sembra costituiscano ormai un fattore costitutivo della identità barese. Si tratterebbe probabilmente di discussioni da bar se il tema affrontato non riguardasse l’immagine che Bari e la Puglia offrono per richiamare turisti e visitatori. Visto che la fiction è stata finanziata anche dalla Apulia Film Commission c’è da chiedersi sulla validità dell’immagine che vogliamo dare di Bari e, complessivamente, della Puglia per attrarre turisti. Il turismo, peraltro, è una voce fondamentale nell’economia della regione. Basti pensare che nel 2019 sono state registrate in Puglia oltre 15 milioni di presenze. I media sono ormai i più efficaci fattori di richiamo. Attirano i romanzi — è sufficiente pensare alla Bari notturna veicolata con efficacia dai noir di Carofiglio — attraggono soprattutto i film e le fiction televisive. Sono soprattutto questi che agendo sull’immaginario collettivo fanno lievitare le aspettative che spingono al viaggio.
Probabilmente — dialetto a parte — lo sceneggiato di cui si discute ripropone alcuni temi classici usati per richiamare il turismo di massa di cui la Puglia sta sempre più beneficiando. Dopo il sole delle nostre spiagge potenti fattori di attrazione sono la storia incarnata nei monumenti e nelle forme anche umili delle città e dei borghi, le tradizioni popolari ed infine il cibo. Una recente ricerca ha mostrato come l’enogastronomia, che è presente nel 52% delle proposte per la Puglia degli operatori turistici, pone la regione al terzo posto in Italia dopo solo Toscana e Veneto..
Non meraviglia quindi la presenza di panzerotti ed orecchiette nella fiction. In passato, tranne qualche esempio di ottima qualità, il cinema ha utilizzato la Puglia solo come sfondo di banali vicende. Ci sono stati i film del tipo La supplente balla nel doposcuola in cui Trani o qualche altra città pugliese incorniciavano le vicende goliardico boccaccesche delle maggiorate di turno o quelli, della categoria dei cinepanettoni, ambientati a Polignano. Nient’altro che le immagini di una regione stereotipata da cartolina illustrata; ma tutto fa brodo. La Puglia, del resto, essendo una nuova arrivata sul mercato turistico di massa deve usare tutto ciò di cui dispone. Il fascino di San Nicola è sempre presente ma non basta certamente a richiamare ed a trattenere i milioni di visitatori che con le navi, con gli aerei o con le auto giungono ogni anno nel capoluogo pugliese. Nel passato in Puglia si veniva, o più spesso si passava, per motivi religiosi. I viaggiatori erano i pellegrini, i crociati o i templari che scendevano per la Via Francigena per andare in Terrasanta. Le tracce di questi viaggi sono ancora nella toponomastica barese.
Nella città vecchia c’è, inosservata, una Via Francigena, mentre la Ruga Francigena, cioè strada Francigena, è stata ribattezzata Via Palazzo di città. Dal ‘700 i viaggiatori che giungevano a Bari erano sempre spinti da motivi religiosi ma provenivano dalla Russia ed erano richiamati da San Nicola. Questa volta a differenza dei crociati i pellegrini non erano in transito ma si fermavano in città. Il fattore religioso di gran parte dei visitatori di Bari è rimasto costante dal ‘700 ad oggi. Le motivazioni delle carovane di fedeli provenienti dall’Abruzzo che attraversavano a piedi tutta la regione per rendere omaggio al santo di Mira non sono diverse da quelle dei pellegrini ortodossi che vengono in aereo da Mosca. Senza il richiamo religioso la Puglia di visitatori negli ultimi tre secoli ne avrebbe avuti veramente pochi. Bari, infatti, è fuori dagli itinerari classici del Grand Tour sette-ottocentesco mentre Lecce ne è toccata solo marginalmente e fa parte del Petit Tour. Probabilmente, il primo a visitare la Puglia con occhio attento, anticipando alcuni dei temi contemporanei, è un prelato scozzese Crauford Tait Ramage che nella prima metà dell’ottocento intraprende un Viaggio nel Regno delle due Sicilie — questo è anche il titolo del suo libro — fermandosi a lungo nel Salento attratto, sembra, dal romanzo Otranto di Walpole. Il sottotitolo del libro dà al lettore il senso del viaggio dell’autore “Vagando in cerca dei suoi antichi resti e delle moderne superstizioni”.
Come ogni vero viaggiatore — moderno o antico — Ramage esplora i paesi della Puglia scoprendone non solo i monumenti ma anche i costumi e, come sottolinea da buon illuminista, le superstizioni. Appaiono perciò nelle sue pagine le tarantate di cui Ramage trova spiegazione in antichi riti orgiastici. Sarà un altro grande esploratore del sud l’antropologo Ernesto De Martino a scoprire ciò che c’era dietro lo sfrenato ballo di Galatina ed a raccontarlo nel suo La terra del rimorso. Oggi, i turisti corrono a vedere la taranta ed anche ad impararla per poterla ballare nelle vacanze estive nel Salento ma quasi nessuno ne conosce più il significato. Il ballo fa parte della Puglia mediatizzata, scontata e “tutta da bere”. Ernesto De Martino è dimenticato anche dai pugliesi al punto che ci sono volute pressioni e proteste perché 2015 venisse apposta una targa di marmo all’ingresso del liceo Scacchi per ricordare che il grande antropologo vi aveva insegnato dal ‘35 al ‘43.
Nell’800 Ramage sarà uno dei pochi a visitare la Puglia che per la maggior parte dei viaggiatori inglesi e francesi rappresenterà solo un passaggio obbligato per la Grecia. John Locke, il filosofo, passando per la Puglia descrisse distrattamente i trulli come semplici ammassi di pietre. Gran parte delle note di viaggio di quanti in quegli anni attraversano la Puglia parlano del sudiciume dei vicoli, della delinquenza e della affabilità della gente — più o meno come nel Lolita Lobosco. Le pagine scritte dall’inglese Janett Ross alla fine dell’800 dopo un viaggio in Puglia sono illuminanti “ ….i miei amici di Firenze mi consigliavano insistentemente di non portare orecchini, fermagli ed orologi d’oro; e molti arrivavano fino a temere che venissi catturata dai briganti, e chissà, forse anche assassinata.
Le seguenti pagine diranno della cortesia e della bontà che ritrovai dovunque; e spero che possano indurre qualche mio compatriota a voler sfidare i pericoli delle Puglie, che consistono solo in cattivi alberghi, e ne saranno ampiamente”. Raccomandazioni, peraltro, non dissimili da quelle che anche i consolati tedeschi davano all’inizio del 2000 ai propri concittadini che passavano per Bari, allora battezzata scippolandia. Della rappresentazione mediatica non se ne può fare a meno per la sua capacità di impatto dovuto anche alla semplificazione del messaggio. Il rischio è ridurre l’immagine di una città o di una regione a ciò che appare sullo schermo.La Puglia ha ben altro da offrire oltre immagini da cartolina ed i consueti e sognati sun, sand and sex.
Nelle sue strade, nelle sue pietre, nei suoi borghi, nelle sue città c’è ed è visibile una storia che lo spettacolo e le narrazioni mediatiche spesso banalizzano. Un viaggio anche breve può significare scoperta, formazione, arricchimento. Roland Barthes ce l’aveva a morte — con buoni argomenti — con le guide turistiche tascabili che, come scrive ne “La guida blu”, riducono l’esperienza del viaggio ad un percorso attraverso il previsto, lo scontato, il già narrato. L’unico consiglio è perciò quello di venirci in Puglia e vivere, anche se per pochi giorni, questa straordinaria terra. Magari mettendo in valigia il Pellegrino di Puglia di Cesare Brandi.