Impegnato quasi da sempre in una lotta da pari calibro con il Prosciutto di Parma, il San Daniele Dop è uno dei simboli più fulgidi del Friuli Venezia Giulia. La sua denominazione si limita al solo territorio di San Daniele del Friuli, nomen omen, eppure è grande la sua fama tanto quanto è piccolo il paese tra i più colpiti del terremoto del 1976 (molti i salumifici colpiti in quella tragica occasione). E quanto è lunga la sua storia.
Le indagini archeologiche condotte nella Chiesa di San Daniele in Castello hanno evidenziato, infatti, che i maiali in questa zona erano utilizzati per uso alimetnare già fra l’XI e l’VIII secolo a.C. e ben presto, nel basso medioeo, cominciarono a svilupparsi allevamento e norcineria, tanto da diffondere sempre più questa tipologia di carne nella zona. Una delle prime attestazioni letterarie è invece del primo rinascimento, quando un medico, Geremia Simeoni, lo cita nel suo "De Conservanda Sanitate", sottolineando come secondo lui, e le conoscenze scientifiche dell'epoca, solo le carni magre del maiale, trattate nel sale, fossero veramente sane e utilizzabili. Un ulteriore accenno di quanto sia antica la lavorazione che utilizziamo ancora oggi e quanto già ne fosse diffusa la consumazione. Ancora una consumazione povera però, come si intravede tra le righe scritte da Simeoni; fatto che cambiò in poco più di un secolo, se è vero (e lo è) che erano ben trenta le cosce consumate durante il Concilio di Trento e nel 1798 gli ufficiali di Napoleone rubarono questi preziosi prodotti di norcineria insieme ai volumi della Biblioteca Guarneriana in uno dei saccheggi a danno degli ordini religiosi.
La storia contemporanea del San Daniele nasce nel 1961, quando si forma ufficialmente il Consorzio di Tutela a opera di un piccolo gruppo di promotori che comincia a lavorare per l'obiettivo della registrazione e della conoscenza del marchio, nell'ottica di una crescente tutela della tradizione. Il lavoro va avanti per i successivi 9 anni e il 4 luglio 1970 venne approvata la legge n.507, atta proprio ad adottare "provvedimenti di tutela della denominazione “prosciutto di San Daniele”. Viene stabilito che la specifica qualificazione riservata al prosciutto dipende dalle sue caratteristiche organolettiche e merceologiche, qualità che sono condizionate dall’ambiente e dai metodi di produzione" e l'anno dopo arrivò il marchio con cui ancora oggi riconosciamo il Prosciutto friulano. Un ulteriore passo si fa con la nuova legge di tutela 14 Febbraio 1990, n 30, viene confermata l’apposizione del sigillo o del timbro a fuoco che attesta la data di inizio lavorazione e si ribadisce che le fasi di preparazione, salatura e stagionatura devono avvenire nella zona; contestualmente viene vietato l’uso improprio del nome di San Daniele e solo dopo la marchiatura è possibile commercializzare la coscia. In piena cridi da vodi, l'ultima svolta storica: il Consorzio aggiorna le regole di lavorazione della Dop mettendo al centro l'ecosostenibilità della lavorazione e il welfare.
San Daniele: le immagini del centro friulano
San Daniele del Friuli, il borgo ripreso dall'alto con il drone