Va' Sentiero #8. Mal di Sardegna
di Yuri Basilicò , di Yuri BasilicòPerciò ogni stato, romano o bizantino o piemontese, è sempre parso straniero o nemico al popolo sardo. A ogni stato, esso si è sentito estraneo, da ogni stato estromesso.
Emilio Lussu
Va' Sentiero #8. Mal di Sardegna
Ogni tanto l’odore dolciastro e acidulo d’una carogna punge le narici; del sentiero, da chilometri nessuna traccia. Tutto intorno e a perdita d’occhio è un muro di macchia mediterranea, crepato solo dal passaggio d’un animale. Non spira un alito di vento. Roventi come sifoni appuntiti, i rovi arrivano al petto: abbastanza per soffocare il movimento ma non per offrire riparo dal sole. Il crepitare frenetico delle cicale sovrasta il nostro ansimare.
D’un tratto fra i cespugli avvistiamo un vecchio stazzu (ovile) disperso nel niente. Mentre lo costeggiamo un uccello scuro si leva in cielo gracchiandoci il suo disappunto; sul retro scorgiamo una canna dell’acqua e ci precipitiamo al rubinetto, ma il rigolo che ne esce è un brodo caldo e imbevibile, buono appena per sciacquarsi il collo. Mi chino per farlo e all’improvviso pare di udire una folata di vento - eppure l’aria è immobile: sono invece centinaia di mosche che, allarmate dalla mia presenza, ronzano come elettroni impazziti intorno alla carcassa sventrata d’un cinghiale. Ecco spiegato il corvo, penso, e sento qualcosa percorrermi veloce la nuca, troppo freddo per essere l’acqua che zampilla dalla pompa.
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Quella delle maschere di su boi e su omadori è una tradizione pagana che la censura cattolica non è riuscita a estirpare. Alcuni uomini (su boi, i buoi) intingono le mani nella brace umida del sughero e spalmano quella poltiglia nera sui visi e le braccia. Quindi si buttano sulle spalle delle casacche di pelle scura, appendono al collo un grosso campanaccio e infilano la testa dentro quella d’un bue. Altri (su omadori, i domatori) vestono un mantello di lana bianca e una maschera severa e squadrata, ricavata dall’osso del bacino; nelle mani stringono una corda e un bastone appuntito alla cui estremità è legato un frustino.
Assistiamo a una dimostrazione organizzata in nostro onore da un gruppo folkloristico locale. Nient’altro che una messinscena: eppure quando attaccano le danze la loro violenza mi trova impreparato. I figuranti sono posseduti da una forza bruta, digrignano i denti bianchi sui visi anneriti, le bocche contorte in urla oscene; se le danno per davvero, su boi e su omadori, e fanno una certa impressione. Al termine della lotta i domatori agguantano gli uomini-bestia al lazo e prendono a frustarli, costringendoli a rotolarsi per terra finchè quelli non si placano e giacciono immobili e muti; poi lentamente sfilano la testa bovina e ritrovano infine le umane sembianze. Ancora una volta, nel mito eterno, la luce ha trionfato sulle tenebre. Gli attori si abbracciano e tutti applaudiamo; ma in cuore mi rimane un sentimento oscuro, esoterico, abbastanza potente da farmi paura.
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Perciò attraversare il centro di Orgosolo fa un certo effetto: le strade sono colorate di murales che raffigurano episodi di lotta sociale d’ogni dove e quando, sembra di camminare in un fumetto. Il fatto più rappresentato è la Rivolta di Pratobello. Nel giugno del ‘69, l’esercito fu mandato a prendere il controllo dell’altopiano di Pratobello per farne un poligono di tiro. Da sempre l’altopiano rappresentava per le genti di Orgosolo una risorsa fondamentale, dove pascolare le greggi: così l’intera popolazione, donne alla testa, vi si riversò occupandolo a oltranza, finché ai militari giunse l’ordine di ritirarsi. Coi Sardi non si scherza.
Martino, uomo di presenza netta e impenetrabile, ci accompagna tra i vicoli dipinti. Egli mi pare incarnare perfettamente lo spirito sardo che ho imparato a conoscere: orgoglioso, ospite asciutto e privo di quella cerimonialità meridionale di cui è talora difficile intuire le intenzioni. Ci offre una birra al bar e, ogni volta che vuotiamo il bicchiere, posa sul tavolo un’altra Ichnusa; non c’è verso di fermarlo e a mezzogiorno siamo tutti alticci.
I sardi, rifletto, interpretano la convivialità in modo assai diverso da quello frivolo e un po’ di maniera che si indossa in città; la loro è una socialità più profonda ed esigente come lo è quella dei bambini; per certi versi disarmante nell’essere così schietta, proprio come a volte i bambini. Sembrano vivere più semplicemente, ma meno alla leggera.
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Come quella volta, allo stazzu, avverto un brivido solcarmi veloce il retro del cranio.
Foto - Sara Furlanetto
Video - Andrea Buonopane
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