✕

Va' Sentiero #8. Mal di Sardegna

La spedizione  attraversa tutto l’entroterra sardo: viaggio in una terra magica e crudele che ti entra sotto la pelle, in direzione ostinata e contraria
5 minuti di lettura

Perciò ogni stato, romano o bizantino o piemontese, è sempre parso straniero o nemico al popolo sardo. A ogni stato, esso si è sentito estraneo, da ogni stato estromesso.

Emilio Lussu

Va' Sentiero #8. Mal di Sardegna

Ogni tanto l’odore dolciastro e acidulo d’una carogna punge le narici; del sentiero, da chilometri nessuna traccia. Tutto intorno e a perdita d’occhio è un muro di macchia mediterranea, crepato solo dal passaggio d’un animale. Non spira un alito di vento. Roventi come sifoni appuntiti, i rovi arrivano al petto: abbastanza per soffocare il movimento ma non per offrire riparo dal sole. Il crepitare frenetico delle cicale sovrasta il nostro ansimare. 

Io e Andrea, videomaker della spedizione, vaghiamo da ore in questo labirinto per tracciare una via che esiste solo sulla cartina e che malediciamo di continuo. Qua e là, protetti dalla selva impenetrabile, svettano i Tacchi d’Ogliastra, enormi composizioni di calcare rossastro in equilibrio precario: coni, sfere, fusti obliqui - sembrano la trasposizione d’un quadro di Kandinskij. La loro bellezza contrasta con la crudeltà dell’ambiente che ci avvolge. Ogni tanto ci fermiamo a guardarli, ma il sole di giugno morde il collo e continuiamo così metro su metro, per inerzia, gli arti graffiati e la pelle sudata coperta di polvere. Poi l’acqua nelle borracce finisce. Questo pensiero, come una spina nel piede, si insinua nella fatica ogni passo di più. Mancano almeno quindici chilometri alla frazione di Jerzu.

D’un tratto fra i cespugli avvistiamo un vecchio stazzu (ovile) disperso nel niente. Mentre lo costeggiamo un uccello scuro si leva in cielo gracchiandoci il suo disappunto; sul retro scorgiamo una canna dell’acqua e ci precipitiamo al rubinetto, ma il rigolo che ne esce è un brodo caldo e imbevibile, buono appena per sciacquarsi il collo. Mi chino per farlo e all’improvviso pare di udire una folata di vento - eppure l’aria è immobile: sono invece centinaia di mosche che, allarmate dalla mia presenza, ronzano come elettroni impazziti intorno alla carcassa sventrata d’un cinghiale. Ecco spiegato il corvo, penso, e sento qualcosa percorrermi veloce la nuca, troppo freddo per essere l’acqua che zampilla dalla pompa. 

Diverse ore più tardi guadagniamo finalmente una vecchia sterrata; abbiamo quasi quaranta chilometri nelle gambe. Mentre avanziamo esausti, in lontananza si alza una colonna di polvere: un 4x4 si sta avvicinando, dev’essere un pastore diretto allo stazzu. Quando ci affianca, la macchina accosta e dal finestrino un uomo dagli zigomi cotti dal sole ci scruta in silenzio, senza fretta. Poi scende dalla vettura, si leva la coppola, scarica un piccolo frigorifero da campo e ci tende una bottiglia di vetro verde smeraldo piena d’acqua, che svuotiamo avidi e increduli. Lui sorride mesto, senza sprecare movimenti. “A si biri melluse”: arrivederci in condizioni migliori. Riprende la bottiglia vuota, fa un cenno di saluto col capo e rimette il cappello. 

-

Quella delle maschere di su boi e su omadori è una tradizione pagana che la censura cattolica non è riuscita a estirpare. Alcuni uomini (su boi, i buoi) intingono le mani nella brace umida del sughero e spalmano quella poltiglia nera sui visi e le braccia. Quindi si buttano sulle spalle delle casacche di pelle scura, appendono al collo un grosso campanaccio e infilano la testa dentro quella d’un bue. Altri (su omadori, i domatori) vestono un mantello di lana bianca e una maschera severa e squadrata, ricavata dall’osso del bacino; nelle mani stringono una corda e un bastone appuntito alla cui estremità è legato un frustino.

Durante il carnevale a Escalaplano su boi corrono forsennati per le vie del paese, soffiando in un grosso corno per simulare il muggito della bestia e terrorizzare chi ne incrocia lo sguardo. Queste maschere rappresentano il mondo di sotto che si rovescia, l’incubo ancestrale del caos: i loro antagonisti, potremmo sintetizzare, sono gli esorcisti del caso.

Assistiamo a una dimostrazione organizzata in nostro onore da un gruppo folkloristico locale. Nient’altro che una messinscena: eppure quando attaccano le danze la loro violenza mi trova impreparato. I figuranti sono posseduti da una forza bruta, digrignano i denti bianchi sui visi anneriti, le bocche contorte in urla oscene; se le danno per davvero, su boi e su omadori, e fanno una certa impressione. Al termine della lotta i domatori agguantano gli uomini-bestia al lazo e prendono a frustarli, costringendoli a rotolarsi per terra finchè quelli non si placano e giacciono immobili e muti; poi lentamente sfilano la testa bovina e ritrovano infine le umane sembianze. Ancora una volta, nel mito eterno, la luce ha trionfato sulle tenebre. Gli attori si abbracciano e tutti applaudiamo; ma in cuore mi rimane un sentimento oscuro, esoterico, abbastanza potente da farmi paura. 

-

I paesi dell’entroterra sardo non si distinguono per bellezza. È raro imbattersi in un centro storico all’italiana, nel colonnato d’una chiesa o in un palazzo affrescato. A differenza della Sicilia, dove il susseguirsi delle dominazioni ha lasciato vestigia che oggi ne fanno la fortuna turistica, in Sardegna i vari conquistatori (dai Romani ai Savoia) non hanno mai davvero colonizzato il cuore dell’isola: troppo aspro il paesaggio, troppo insofferenti gli abitanti. Queste terre hanno pagato il loro orgoglio con la povertà. Quando l’eco del boom economico è arrivata sin qui, il cemento ha seppellito le vecchie case di calce e di pietra, come a nascondere una vergogna per le umili origini.

Perciò attraversare il centro di Orgosolo fa un certo effetto: le strade sono colorate di murales che raffigurano episodi di lotta sociale d’ogni dove e quando, sembra di camminare in un fumetto. Il fatto più rappresentato è la Rivolta di Pratobello. Nel giugno del ‘69, l’esercito fu mandato a prendere il controllo dell’altopiano di Pratobello per farne un poligono di tiro. Da sempre l’altopiano rappresentava per le genti di Orgosolo una risorsa fondamentale, dove pascolare le greggi: così l’intera popolazione, donne alla testa, vi si riversò occupandolo a oltranza, finché ai militari giunse l’ordine di ritirarsi. Coi Sardi non si scherza. 

“Per secoli abbiamo vissuto, sudato, cresciuto i nostri figli qui: in una terra tanto cruda, inospitale, magra d’acqua. E’ tutto ciò che abbiamo sempre avuto. Capisci, quel che ci lega a questo luogo non è qualcosa contro cui possano i manganelli o i carri armati. Molti banditi, anche in anni recenti, sono stati presi a poca distanza dal paese proprio per quell'attaccamento atavico alla terra; non si può raccontare a parole, smetterebbe di essere vero”.

Martino, uomo di presenza netta e impenetrabile, ci accompagna tra i vicoli dipinti. Egli mi pare incarnare perfettamente lo spirito sardo che ho imparato a conoscere: orgoglioso, ospite asciutto e privo di quella cerimonialità meridionale di cui è talora difficile intuire le intenzioni. Ci offre una birra al bar e, ogni volta che vuotiamo il bicchiere, posa sul tavolo un’altra Ichnusa; non c’è verso di fermarlo e a mezzogiorno siamo tutti alticci.

I sardi, rifletto, interpretano la convivialità in modo assai diverso da quello frivolo e un po’ di maniera che si indossa in città; la loro è una socialità più profonda ed esigente come lo è quella dei bambini; per certi versi disarmante nell’essere così schietta, proprio come a volte i bambini. Sembrano vivere più semplicemente, ma meno alla leggera. 

-

Sto suonando assorto la chitarra nel patio del santuario di Nostra Signora del Rimedio, appena fuori Orosei, approfittando di un momento di solitudine; il luogo, completamente deserto, ricorda il villaggio dell’alcalde nel telefilm di Zorro. A un tratto mi rendo conto che, a pochi metri, un signore dal viso paonazzo mi ascolta con le mani gonfie intrecciate sul ventre, appoggiato a una colonna del porticato. È uno dei fedeli che gestiscono la struttura, venuto a riempire un paio di damigiane di acquavite “per un amico. Mi aiuti a travasarle?”. Entrati nella fornitissima cantina, per prima cosa riempie due bicchieri di filu ferru: “Un tempo si usava sotterrare le botti e il filo di ferro legato al tappo, spuntando da terra, serviva a ritrovarle. Lo facevano così che il re non le scoprisse”. “Il re?”, chiedo spaesato. “Sì il re, i carabinieri. Non abbiamo mai avuto grande simpatia per il re”. 

Travasiamo e di continuo si beve e si rabbocca; non protesto più nemmeno, è perdita di tempo. Il mio ospite chiude l’ultima damigiana e comprensivo mi porge una sedia. Accasciato dal filu ferru, balbetto qualche considerazione di rito sulla bellezza del santuario, dicendomi stupito del fatto che la struttura sia completamente aperta e sguarnita, alla mercè di chiunque. Lui ci pensa su e poi, con la sua parlata assertiva: “Per chi che ne può aver bisogno, questo posto è sempre aperto; poi magari lo scemo può capitare. Anni fa, alcuni ragazzotti sono entrati in chiesa di notte, sapendo che non chiudiamo. C’era poco da rubare, ma hanno tirato giù la Vergine dal piedistallo, spogliata e stesa per terra. Per scherzo”. Segue un silenzio che mi risveglia completamente. “Tre su quattro sono morti.” Lo dice senza intonazione. “Non so cosa sia stato, la Vergine o chi per lei, e nemmeno mi interessa. Qui ci sono leggi che vengono prima di qualsiasi re”. 

Come quella volta, allo stazzu, avverto un brivido solcarmi veloce il retro del cranio.

Foto - Sara Furlanetto

Video - Andrea Buonopane 

Per maggiori informazioni sulla spedizione Va’ Sentiero visita:

www.vasentiero.org 

Facebook  

Instagram