Nuovi linguaggi, per avvicinare tutti i tipi di pubblico. Ma anche più sostenibilità, ambientale ed economica. A dispetto dei i numeri dei contagi che tornano a crescere, musei e parchi archeologici italiani del centro-sud provano a guardare al futuro post pandemia, ai cambiamenti già in atto e a quelli da fare. L'idea che ne viene fuori alla fine, è quella di una piccola rivoluzione che porta le istituzioni culturali a riscoprire l'importanza del territorio e del senso di comunità, a mettere insieme il locale con il globale, a cambiare linguaggi, investire sulla formazione e sul digitale. Ma anche ad immaginare modi per contenere spese e consumi e di mettere in mostra la montagna di oggetti e di arte chiusa nei depositi.
Era un'Italia, quella pre pandemia 2018, nella quale solo il 34% dei residenti secondo l'Istat poteva dire di aver visitato almeno 1 museo nell'arco dell'anno. Tant'è, nei mesi di chiusura le cose sono cambiate, come viene fuori anche dalla ricerca di Civita presentata da Simonetta Giordani "gli sforzi dedicati alla comunicazione digitale durante il lockdown hanno migliorato le performance anche dopo la riapertura". Anche se tantissimo resta ancora da fare, "bisogna imparare a pensare in digitale", immaginare nuovi modelli di business, far rientrare la "cultura nel perimetro della sostenibilità per far sì che anche le aziende investano". Molto aiuto, sottolineano in tanti direttori, è arrivato proprio dalla riforma Franceschini.
Alessandro d'Alessandro, che guida il Parco archeologico di Ostia, ricorda "la sfida più grande", quella dei fondi che potrebbero arrivare grazie al Pnrr, da usare per l'accessibilità, l'efficientamento energetico, la digitalizzazione: "Forse la metà di noi non sa cosa c'è esattamente nei suoi depositi". E se Eva degl'Innocenti, direttrice del Marta di Taranto, ricorda quanto sia importante per una realtà difficile come la sua ricostruire il rapporto con la comunità locale, anche Paolo Giulierini, direttore del Mann di Napoli, invita a puntare su territorio e comunità: il museo deve proporsi come il centro del quartiere", dice, allearsi con istituzioni, imprese, commercio, anche per "creare lavoro".
Intanto però c'è da fare fronte alle difficoltà pratiche. Perché la pandemia, ricorda Stephane Verger direttore del Museo Nazionale romano, ha fermato i concorsi per i custodi: "Ci troviamo tutti in una situazione molto complicata". Oltre che con musei "concepiti in un'epoca nella quale c'era tanto personale e non mancavano le risorse". Come se ne esce? Intanto "riorganizzando i percorsi" per semplificarli e per renderli anche più facili da capire. La pandemia si spera finisca presto, indietro però non si torna.