Vita da influencer, Luca Campolunghi: “Ho vissuto un anno nella Stardust House. Dormivo con altri 15 creator, ora sogno un programma sportivo tutto mio”
di Giulia D'AleoUn diploma di ragioneria in tasca, sul curriculum un’esperienza da impiegato finita troppo presto per l’esplosione della pandemia. Nel piccolo comune di Melegnano, meno di 20mila abitanti in provincia di Milano, il 24enne Luca Campolunghi registrava video per i social nel tempo libero dal suo lavoro part-time al McDonald’s.
Niente di particolarmente ricercato: scherzi alla ragazza, challenge con la sorella, racconti della quotidianità insieme ai genitori.
“Nel mio paesino mi prendevano in giro”, ricorda. Ma le strade dell’algoritmo sono imperscrutabili e oggi, dopo aver scelto di abbandonare la vita dietro al bancone del fast food, i numeri gli danno ragione.
Che le hanno detto i suoi genitori quando ha deciso di licenziarsi?
“All’inizio erano titubanti, ma non volevano tarparmi le ali. Specialmente a vent’anni”.
Era stanco di quella routine?
“No anzi, mi è dispiaciuto salutare i colleghi. Sapevo che quel lavoro non sarebbe stato per sempre, ma mi divertiva molto”.
Gli stipendi di sic…
Un diploma di ragioneria in tasca, sul curriculum un’esperienza da impiegato finita troppo presto per l’esplosione della pandemia. Nel piccolo comune di Melegnano, meno di 20mila abitanti in provincia di Milano, il 24enne Luca Campolunghi registrava video per i social nel tempo libero dal suo lavoro part-time al McDonald’s.
Niente di particolarmente ricercato: scherzi alla ragazza, challenge con la sorella, racconti della quotidianità insieme ai genitori.
“Nel mio paesino mi prendevano in giro”, ricorda. Ma le strade dell’algoritmo sono imperscrutabili e oggi, dopo aver scelto di abbandonare la vita dietro al bancone del fast food, i numeri gli danno ragione.
Che le hanno detto i suoi genitori quando ha deciso di licenziarsi?
“All’inizio erano titubanti, ma non volevano tarparmi le ali. Specialmente a vent’anni”.
Era stanco di quella routine?
“No anzi, mi è dispiaciuto salutare i colleghi. Sapevo che quel lavoro non sarebbe stato per sempre, ma mi divertiva molto”.
Gli stipendi di sicuro non sono paragonabili.
“Non mi piace parlare di soldi. Non lo faccio mai”.
Ma tra pandemia e crisi economica, non era meglio andare sul sicuro?
“Per accettare il contratto con la mia attuale agenzia, Stardust, non potevo fare entrambe le cose. Quando mi hanno contattato avevo già un milione di follower su TikTok e ho deciso di rischiare”.
Come si arriva a quei numeri?
“Sono spontaneo e ho una bella parlantina. I primi video hanno avuto subito un buon riscontro, allora ho iniziato a farne tre al giorno per un anno”.
E quale offerta irrinunciabile le avevano fatto?
“Di trasferirmi nella Stardust House, una casa in cui 16 talent vivono insieme, imparano il lavoro del content creator e hanno a disposizione tutto l’occorrente per produrre ogni giorno contenuti per i social”.
Cioè? Non uscivate mai?
“Nei fine settimana potevamo tornare a casa, fatta eccezione per alcuni ‘weekend social’ dedicati al lavoro”.
Una sorta di Grande fratello. E lo studio?
“Ogni mattina la sveglia suonava presto per tutti: i ragazzi minorenni andavano a scuola, mentre io e altri seguivamo dei corsi. Il pomeriggio si faceva un brief con i propri manager e si creavano i contenuti. La sera eravamo abbastanza liberi”.
Impegni prestabiliti e telecamere puntate sempre addosso, sembra faticoso.
“Per certi versi è un test di sopravvivenza. Più che altro perché ti ritrovi a vivere con altre 15 persone e se capita una giornata storta non puoi prenderti del tempo per stare da solo, perché si dorme in camerate e tutti gli spazi sono in comune”.
Mai momenti di tensione?
“Niente di grave, sempre risolti all’interno”.
Per quanto è rimasto lì dentro?
“Un anno, poi ho deciso di andare a convivere con la mia ragazza, Alice. L’ho detto alla mia agenzia e hanno accettato senza problemi”.
I suoi follower invece come l’hanno presa?
“Sono contentissimi, anche perché ho fatto uno storytelling efficace e sapevano che sarei andato via per stare con la ragazza che amo”.
Come vi siete conosciuti?
“Casualmente due anni fa, prima che anche lei diventasse una content creator ed entrasse nella mia agenzia. Ho avuto subito la percezione che fosse la donna della mia vita”.
Cosa gliel’ha fatto pensare?
“Quando l’ho vista su Instagram ho pensato fosse bellissima, poi ci siamo incontrati ed è scattata la scintilla. Un anno dopo ci sentivamo già pronti per la convivenza”.
Non è presto?
“Non per me, tra non molto mi piacerebbe mettere su famiglia”.
Si è dato una scadenza?
“A 27-28 anni mi vedo già con due figli, un maschio e una femmina. Vorrei che avessero dei nonni giovani come i miei, che riescono ancora a godersi i nipoti. Prima però immagino il matrimonio, vedremo quando mi salterà in mente di farle la proposta”.
È in programma?
“Non ancora. Però la convivenza sta andando benissimo e tra un mese prenderemo in affitto una casa più grande a Monza”.
Com’è la vita di due content creator?
“Lei frequenta l’università e fa video quando riesce. Io invece seguo corsi di dizione, public speaking e inglese, che è il mio punto debole. La sera sto fino all’una di notte a guardare i profili di altri creator interessanti per prendere spunti. Bisogna stare sui social h24, anche perché se non pubblico per due giorni di fila mi danno per disperso”.
Non la annoia mai?
“A volte. Ma ci sono dei giorni in cui registro anche sei o sette contenuti insieme, così li ho già pronti per quando non ho molta voglia oppure ho altro da fare”.
Che altro fa?
“Conduco un programma radiofonico che si chiama ‘(Dis)informazione sportiva’, dove racconto quello che succede ogni weekend nel mondo dello sport. È la mia vera passione e sempre di più sto cercando di portarla anche sui social”.
Da dove arriva?
“È da quando sono piccolo che guardo le gare di Formula 1 e di MotoGp con mio nonno, il calcio con mio papà”.
Solo uomini?
“In casa mia le donne sono l’antisport. A mia mamma e mia sorella non interessa proprio”.
Squadra del cuore?
“Quando ero ancora nella culla mio padre mi ha messo addosso la maglia di Del Piero. Non avevo scampo”.
Lo ha anche incontrato poi.
“Non solo lui, ma anche Charles Leclerc e Valentino Rossi”.
Chi le manca?
“Il mio idolo, Leo Messi. Il primo tatuaggio l’ho fatto per la sua vittoria al Mondiale”.
È l’unico?
“Ho anche la pallina degli Australian Open con la data del primo Slam conquistato da Sinner. Poi ne ho altri sul braccio per mia mamma e mio papà”.
C’è spazio per altro?
“Se Hamilton dovesse correre con la Ferrari e vincere il Mondiale sarebbe un sogno da tatuare”.
Gioca anche?
“Dal mondiale del 2006. Volevo fare l’attaccante come Luca Toni”.
E se a un certo punto la fortuna che ha avuto finora con i social venisse meno?
“Penso di aver accumulato abbastanza esperienza per fare lo speaker radiofonico. Altrimenti sono pronto a tornare al lavoro da impiegato”.
Qual è la cosa che la spaventa di più?
“Rimanere da solo da un momento all'altro”.
E quella che la rende più felice?
“Sentire mia mamma al telefono ogni giorno, anche semplicemente per dirle: ‘Ciao, com’è andata oggi a lavoro?’”.