Vita da influencer, il collettivo Casa Surace: “La nostra ironia sui cliché Nord-Sud. Ma nel futuro immaginiamo meno social e più eventi dal vivo”
di Giulia D'AleoI membri di Casa Surace sono diventati grandi. Le call a distanza hanno ormai sostituito il brainstorming intorno ai cartoni della pizza, in quella storica casa di Napoli dove ogni video veniva pensato e registrato tutti insieme. Era gennaio del 2015, quando quattro, poi sei, poi sempre più ragazzi e ragazze campane costruivano insieme un progetto digitale allora nuovo, che giocava sulle differenze tra Nord e Sud – da un lato la cena alle 7, la puntualità, dall’altro i pacchi da giù e i pranzi infiniti - per raccontare quanto, in realtà, ci somigliamo un po’ tutti.
Lo spirito rimane lo stesso, cambiano solo i follower – oggi più di due milioni – e le aspirazioni, assicurano i founder Alessio Strazzullo e Daniele Pugliese (in arte “il Temerario”), insieme a Riccardo Betteghella, interprete del milanese “Ricky”. “Come spesso accade nella vita, ci siamo ritrovati insieme per una serie di sfortunati eventi”, è l’incipit di questa storia.
Di che tipo?
Alessio: “Alcuni di noi stavano per pe…
I membri di Casa Surace sono diventati grandi. Le call a distanza hanno ormai sostituito il brainstorming intorno ai cartoni della pizza, in quella storica casa di Napoli dove ogni video veniva pensato e registrato tutti insieme. Era gennaio del 2015, quando quattro, poi sei, poi sempre più ragazzi e ragazze campane costruivano insieme un progetto digitale allora nuovo, che giocava sulle differenze tra Nord e Sud – da un lato la cena alle 7, la puntualità, dall’altro i pacchi da giù e i pranzi infiniti - per raccontare quanto, in realtà, ci somigliamo un po’ tutti.
Lo spirito rimane lo stesso, cambiano solo i follower – oggi più di due milioni – e le aspirazioni, assicurano i founder Alessio Strazzullo e Daniele Pugliese (in arte “il Temerario”), insieme a Riccardo Betteghella, interprete del milanese “Ricky”. “Come spesso accade nella vita, ci siamo ritrovati insieme per una serie di sfortunati eventi”, è l’incipit di questa storia.
Di che tipo?
Alessio: “Alcuni di noi stavano per perdere il lavoro, altri non l’avevano proprio. Venivamo tutti da esperienze artistiche diverse: chi dal cinema, chi dal teatro. Tranne Daniele, l’unico con una laurea seria in ingegneria. Così io, Simone Petrella e Andrea Di Maria (gli altri due founder, ndr) abbiamo deciso di andare a vivere insieme e di iniziare a girare video”.
Daniele: “La verità è che avevamo quasi 30 anni e i nostri genitori ci hanno detto: ‘O vi trovate un lavoro o vi cacciamo di casa’. E allora abbiamo creato Casa Surace”.
Stare tutti insieme non vi scocciava mai?
Alessio: “Ci sono stati dei momenti in cui avremmo voluto non vederci per un po’ di tempo, come accade in tutte le famiglie. La difficoltà maggiore, che i creator singoli non hanno, era quella di doversi muovere come gruppo, soprattutto quando abbiamo iniziato a diventare davvero tanti. A volte ci sono stati degli attriti, ma li abbiamo sempre risolti”.
Chi è quello che sul lavoro crea più scompiglio?
Daniele: “Direi Bruno Galasso (interprete di Pasqui, ndr), che tormenta Riccardo nella realtà così come fa nei video”.
Riccardo: “Faccio una vita di m*rda (ride, ndr)”.
Quindi Riccardo è il più rigoroso?
Daniele: “Si può dire che nessuno di noi lo sia davvero”.
Chi non faceva parte del nucleo originario com’è stato reclutato?
Riccardo: “Non siamo mai riusciti a dire: ‘Ci serve un personaggio, allora cerchiamo qualcuno che sia esattamente così’. Piuttosto ci sono stati tanti colpi di fulmine. Avevamo tentato più volte di inserire delle attrici professioniste per il ruolo della mamma del sud, ad esempio, ma poi con Antonella Morea si è creato il feeling perfetto. Stessa cosa per me e Bruno: prima di Casa Surace facevamo le imitazioni dei dialetti in una radio autoprodotta, gli altri li abbiamo conosciuti perché organizzavano spesso feste in casa. Così quando hanno iniziato a fare video e gli serviva qualcuno per i dialetti hanno pensato subito a noi”.
Daniele: “Con loro due è stato amore dal primo video”.
Alla fine il dialetto che ti ha consacrato al pubblico è il milanese, nonostante tu sia napoletano.
Riccardo: “In parte ho origini del nord, perché mia mamma è nata in provincia di Udine. E poi Ricky è solo una parte di me che ho amplificato, sono sempre stato molto precisino”.
Nessun milanese si è mai offeso per l’imitazione?
Riccardo: “Credo di farla in modo rispettoso, perché non ci insulta quasi nessuno. E poi tante persone sono convinte che io sia davvero milanese, quando mi incontrano si stupiscono che abbia un accento napoletano”.
Un altro personaggio chiave è quello dello studente fuorisede. È perché lo siete stati anche voi?
Daniele: “Per una mamma del sud pure se dormi a casa di un amico per una notte è come se partissi per l’Erasmus. Quando studiavo per la specialistica a Bologna, ogni volta che tornavo a casa mia madre riempiva la valigia con qualunque cosa, pure la carta igienica”.
Perché questo tipo di comicità ha funzionato?
Alessio: “Tante questioni non erano ancora state trattate in modo comico online, come la fede ad esempio. Vedevamo che ogni differenza tra Nord e Sud era presentata come una battaglia, noi invece volevamo trasformarla in un incontro. A differenza delle nuove generazioni abbiamo dovuto scoprire man mano cosa andava e cosa no sui social. Però per fortuna siamo esplosi abbastanza in fretta, passando in poco tempo da 10mila a 10 milioni di visualizzazioni”.
La fama vi ha mai dato alla testa?
Riccardo: “No, anzi. Io ho iniziato a chiudermi in casa perché sono molto timido e il fatto che la gente mi riconoscesse per strada rendeva complicato fare anche le cose più normali. E poi l’ho vissuta con grande responsabilità. Pensavo: ‘Ho avuto questa grande fortuna, se non la faccio diventare la mia priorità sto sprecando un’occasione’. Alla fine si è trasformata in una gabbia, perché ho messo da parte la fotografia, i viaggi, ho mollato la mia band, tutti i miei interessi”.
Daniele: “Anche io continuo a imbarazzarmi quando qualcuno mi chiede le foto. Ma poi tutti ti salutano come fossi uno di famiglia e la difficoltà sta nel capire se sono dei fan o se li conosco davvero. Forse l’unica che con la notorietà aveva iniziato a diventare più pretenziosa era nonna Rosetta (ride, ndr)”.
Lei come l’avete scovata?
Daniele: “Stavamo girando un video nel garage del nipote, Beppe Polito (che si occupa di location e produzione, ndr) e ci siamo accorti che ci serviva una nonna che ballasse sulle note dell’ultimo singolo di Rovazzi. Lei era al piano di sotto, a vivere gli ultimi anni della sua vita su una poltrona davanti una telenovela. In due mesi è diventata famosissima”.
Alessio: “E nonostante fosse più che ottantenne l’abbiamo anche portata in tour per 20 giorni, si è divertita un sacco. Quando è arrivato il Covid e non potevamo più girare ci siamo resi conto di quanto stare con noi l’avesse fatta tornare ragazzina. Quello stop forzato lo prese con molta rassegnazione (nonna Rosetta è poi scomparsa nel 2022, ndr)”.
Il Covid ha cambiato un po’ anche voi?
Daniele: “A livello autoriale è stata una mazzata, perché ha cancellato tutto quello che raccontavamo: la condivisione, i valori della famiglia, le feste. Non sapevamo più cosa sarebbe diventato il mondo, quindi abbiamo dovuto interrogarci su come ricominciare. E poi ci ha costretti alla distanza per tanto tempo”.
Oggi non vivete più tutti insieme. Vi manca?
Alessio: “A me manca il fatto che prima ci si vedeva di più. Non dipende solo dall’abitare nello stesso posto o meno, ma dal fatto che da quando ci siamo strutturati come società le persone hanno iniziato a dividersi su più progetti. Adesso pensare a quando si ci si ritrovava tutti insieme per ideare i video, davanti a un cartone della pizza e qualche birra, fa venire un po’ di nostalgia”.
Niente pizza e birre, quindi. Come si lavora adesso allora?
Riccardo: “Dopo una fase in cui si facevano tre video a settimana oggi la produzione è molto rallentata, anche perché i social sono cambiati. Ma questo ci consente di portare avanti altre cose. Io ho ripreso a coltivare tutto quello che mi faceva stare bene, dalla musica alle foto”.
Alessio: “E poi siamo invasi da call infinite. Con l’inserimento di nuove figure dietro le quinte siamo arrivati a essere una ventina, tutti sparsi per l’Italia, quindi vederci di persona sarebbe impossibile. Però continuiamo a mandarci ogni giorno decine di reel su WhatsApp, quelli che ci fanno ridere”.
Quindi è un vero lavoro per tutti. Da dove arrivano i guadagni?
Alessio: “Principalmente dalla collaborazione con altri brand. Poi ovviamente ognuno di noi porta avanti anche progetti esterni, per dare sfogo ad altre aspirazioni, ma si torna sempre tutti a casa”.
I video ormai sono arrivati a quota…?
Alessio: “Direi più di 300”.
Le idee ci sono ancora o temete di ripetervi?
Daniele: “Quella è la vera sfida, ma la cosa positiva è che siamo tutti molto creativi. Un metodo involontario con cui abbiamo capito se una cosa funziona oppure no è se tutti alzano lo sguardo dal cellulare quando uno sta raccontando la propria idea”.
L’anno prossimo Casa Surace compie dieci anni. E tra altri dieci?
Alessio: “L’intrattenimento sembra interessare sempre meno. Le persone cercano l’informazione ed è una cosa che stiamo tenendo d’occhio. Se i primi dieci anni sono stati di consolidamento, i prossimi potranno servire a cambiare direzione, magari a puntare ancora di più sugli eventi dal vivo, come Sagra Surace, che esiste dall’anno scorso”.
Daniele: “A me sembra che la direzione del futuro sia di tornare a contatto con le persone. Siamo partiti dalla tradizione e l’abbiamo digitalizzata, ora stiamo partendo dal digitale per tornare agli eventi dal vivo. È un percorso a ritroso: personalmente tra dieci anni mi immagino di nuovo nella culla”.