Cripte, nicchie e necropoli: immagini dell’eterno

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Ce n’è una - scattata nella cripta della chiesa madre di Ganci - che rivela il senso di tutta la raccolta. Un prete di spalle al momento della comunione. E di fronte a lui un gruppetto di persone. Poche sedute, altre in piedi. Tra queste, alcune morte. Che però a prima vista, nell’unico bianco e nero, sembrano mimetizzarsi con quelle vive. Sono preti come quello che celebra, mummificati dentro le nicchie, con maschere di cera d’api e cappelli a tre punte.

 

Le nicchie avvolgono l’ambiente. Davvero a prima vista non si capisce chi è vivo e chi è morto: tutti immobili nella foto, che come ogni foto «è in sé stessa morte», annota il fotografo messinese Armando Rotoletti in apertura del suo ultimo libro intitolato "Morte in Sicilia" ed edito per i tipi di EBS, collezione di 56 immagini scattate nell’arco di quasi tre anni ( 2017- 2020) e accompagnate dai testi di Dacia Maraini e Ignazio E. Buttitta ( si ordina su http:// armandorotoletti. com/morte-in-sicilia/, 50 euro). « Quando ho immaginato questo lavoro - racconta Rotoletti, classe 1958, fotogiornalista e ritrattista con un passato a Londra e a Milano - non avevo ancora chiaro che la fotografia rappresentava per me la forma espressiva più vicina alla morte. L’ho capito mentre cercavo i miei soggetti: la fotografia in sé è morte, attimo cristallizzato di una cosa, di un gesto, di un’intenzione, che non sarà mai più. Ma è anche vita eterna, memoria, perché consegna al futuro un’immagine che non potrà più perdersi».

 

L’autore immortala le ultime tracce della tradizione del lutto in Sicilia. Sospese in una dimensione temporale indefinita, le immagini restituiscono una paradossale impressione fatta di evanescenza e corporeità, spirito e materia, presenza e assenza. Ci sono i parenti in fila sul sagrato per la messa di trigesimo. C’è il bucato nero esposto in strada in un paese alle pendici dell’Etna. Ecco i grandi fiocchi ai portoni dei palazzi, le processioni pasquali, la lapide di un immigrato identificato col numero 12 ( uno dei tanti «detriti di un’immane risacca », per dirla con Consolo).

 

E i murales funerari di Ballarò, cocktail di pietas e street art. E le edicole sacre incassate nei muri. C’è pure il "cimitero dei cani" di Capo d’Orlando. E la necropoli di Pantalica. Ma anche il Trionfo della morte conservato all’Abatellis. «La morte in Sicilia – spiega l’autore - è sentita in modo più passionale e viscerale che altrove. E come una sorta di imprinting culturale, impresso su quasi tutte le componenti della vita isolana, la morte si insinua nei comportamenti siciliani sotto forma di remissività, di tendenza all’accettazione. Tratti, questi, che sono anche la forza della Sicilia, quella della povera gente abituata a vivere, a sopravvivere e a sperare».

 

In effetti « il visionario fotografo – scrive Maraini - ci mostra una Sicilia dove le morti non sono tutte uguali. Ci sono i morti di mafia di cui restano solo i segni dei proiettili, i morti della nobiltà per i quali si appendono grandi fiocchi neri ai portoni, quelli dei poveri che tingono di nero i panni stesi ad asciugare. E poi i morti sacri che restano mummificati nelle nicchie delle chiese».

 

C’è persino la "Fiera dei morti", o meglio il ricordo che ne resta a Palermo, precisamente all’Olivella: «dove una città diversa, meno europea, assai poco cool, smart e resiliente, poteva ancora contenere, almeno una volta l’anno, il caotico brulichio di uomini e cose », scrive Buttitta.

 

Fiera, festa, tragedia coi suoi rituali e le sue superstiti superstizioni. Tragedia da far paura, che spinge all’arte e, nel caso di Rotoletti, svela il senso delle proprie azioni. « Da oltre quarant’anni – conclude - quasi senza saperlo, fotografo per sublimare la paura della morte. Mi sono chiesto spesso da cosa nascesse il mio desiderio irrefrenabile di raccontare il mondo con la macchina fotografica. Sono riuscito a comprendere che fotografare mi dava la sensazione di sottrarre alla caducità le persone e le cose che riprendevo, nell’estremo tentativo di eternizzarle».