Una casa può racchiudere una visione del mondo. Tra oggetti e arredi, tra simboli e fantasmi di epoche e ideologie. Un luogo e un artista s’incontrano in un ambiente domestico, come scrigno e allo stesso tempo prigione di valori. Sono la Fondazione Pini e Flavio Favelli, che vi costruisce stanza dopo stanza una mostra site specific. L’artista, nato a Firenze, distilla qui la sua presenza rarefatta con oggetti mimetici. Sono installazioni e sculture, disposte negli spazi come alla ricerca di un incastro con l’esistente, come se lì fossero stati sempre. Ciascun oggetto richiama una funzione. Ci sono tavoli e scaffali. Nelle vetrine della sala da pranzo, Favelli affianca bottiglie di liquori. Hanno timbri ambrati attraenti. Creano riflessi e trasparenze: mantengono una funzione, ma hanno perso la loro connotazione temporale, insieme alle etichette che li accompagnavano.
Questa casa- museo, oggi fondazione dedita alla ricerca nel contemporaneo, ci appare come palcoscenico ideale per le sue opere e per gli oggetti stranianti che le abitano, testimoni di un’epoca, come vecchie piastrelle, scaffali muti, fogli di giornale, cartelli dei gelati. « Questa casa emana una precisa idea del mondo » , racconta Favelli. « Mostra una prospettiva borghese occidentale, con i suoi oggetti e i decori, con un’arte imprigionata in connotazioni decorative. Mi ricorda la casa dei miei nonni, la storia della mia famiglia. È qualcosa che ci accomuna e inesorabilmente ci condanna».
Tutti i valori dell’epoca a cui appartiene, ci appaiono cristallizzati qui, al piano nobile di un palazzo stranamente monumentale per corso Garibaldi, punteggiato dalle sue ben più riconoscibili case a ringhiera vecchia Milano. Dopo lo scalone in marmo, si spalanca il calore di una casa dell’alta borghesia milanese d’inizio Novecento. Sotto i nostri passi il parquet scricchiola. I segni di eleganza sono disseminati ovunque, dall’affresco dagli echi tiepoleschi alle porcellane cinesi alle formelle floreali dal timbro arancio, firmate Gio Ponti. Questa casa è una capsula intatta. Il viaggio è sospeso al secolo scorso. Vi abitarono Adolfo Pini ( 1920- 1986) e lo zio Renzo Bongiovanni Radice ( 1899- 1970), pittore introverso dal realismo esistenziale, amico di Arturo Martini e Dino Buzzati ( le opere sono alla Gam, al Museo del Novecento e alla Permanente). Favelli ne evoca la presenza nel titolo “ Vita d’artista”, che è anche un omaggio a un romanzo di Carlo Cassola ispirato ai conflitti tra ideali e contingenze, tra politica e arte, celati nell’opera di Renato Guttuso.
« Alla prima visita qui ho pensato di non poter portare sculture pure, ma solo oggetti con una funzione, anche se modificati e in parte distrutti da me». Nelle sue opere, affiorano tracce e scarti di un tempo. Vissuto personale e memoria collettiva. Attinge a oggetti di riuso dalla vocazione narrativa interrotta, sospesa, come questa casa. Accade con scaffali e pavimenti di case in dismissione, refrain che avevamo incontrato anche nei lavori al Diurno di Porta Venezia nel 2017. “La mia casa è la mia mente”, s’intitolava una delle sue prime mostre. «Quando la realizzavo riflettevo già sul rapporto tra una casa e gli ideali che emana, proprio come accade a un archeologo di fronte agli oggetti lasciati nelle tombe egizie». Il filo rosso ha una traiettoria sempre più chiara, con questa mostra che pare un manifesto dell’opera. «Quest’anno ho dato il la al progetto più importante della mia vita d’artista. La mia casa, opera- scultura da abitare».