“All you can fuck” è come si chiamano i bordelli a tariffa forfettaria, diffusi specialmente in Germania dove la prostituzione è legale dai primi anni Duemila: si spendono dai 90 ai 130 euro per restare fino all’alba; “ All you can fuck”, come una miserabile parodia dei più celebri “ all you can eat” nei ristoranti.
Si intitola così anche la mostra di Adriana Luperto, ospitata da Crumb gallery di Firenze, quindici acquerelli su carta di riso che, con una delicatezza quasi stonata rispetto al tema, ci parlano del dramma a cui migliaia di donne di ogni età, etnia e provenienza sono ancora oggi sottoposte, con più o meno violenza. Perchè « il sesso a pagamento è qualcosa che una donna non darebbe mai se non vi fosse costretta: dalla miseria, dalla propria storia personale, dal convincimento che sia libertà il disporre del proprio corpo come meglio si crede» si legge nell’introduzione al catalogo curato da Rory Cappelli.
Adriana Luperto, artista di origini salentine che oggi si divide tra Firenze e Lecce, è una delle fondatrici della Crumb gallery, uno spazio dedicato esclusivamente all’arte femminile aperto nel 2019 insieme a Lea Codognato, Emanuela Mollica e alla stessa Rory Cappelli. Prima di realizzare queste opere - la tecnica dell’acquerello su carta di riso l’ha imparata alla fine degli anni Ottanta direttamente a Shanghai, da un maestro locale - Adriana ha indagato il fenomeno della prostituzione con l’attitudine della cronista: ha studiato e ha intervistato donne che si sono prostituite, ha ascoltato i loro racconti “dell’orrore” sui percorsi che le hanno portate sui marciapiedi o dentro sordidi appartamenti, sulla vita a cui sono state costrette per mesi, o anni, finchè la polizia o qualche associazione di volontari non le ha salvate.
«Quello che sappiamo sulla mercificazione del corpo di una donna è nulla di fronte all’enormità della realtà » racconta l’artista che nel catalogo riporta due testimonianze dirette, di una ragazza nigeriana e di una romena, entrambe portate in Italia con l’inganno e costrette a prostituirsi. Tutto questo però negli acquerelli di Adriana Luperto non appare. Delle violenze, dello sfruttamento, delle intimidazioni quotidiane non c’è traccia. Quasi non si vedono neanche gli uomini, i clienti, “presenze/assenze” di queste opere dove le uniche protagoniste sono le donne, le ragazze - c’è anche una bambina - e la loro infinita solitudine.
Sono immagini sensuali, di femmini-lità, non deformate da alcun giudizio morale, piuttosto tratteggiate con solidarietà, compassione, tenerezza addirittura. Guepiere, mutandine, seni nudi, gambe allungate su una sedia, mani riposte in grembo in un’attesa che sembra sull’orlo dell’abisso; pochi volti, molte schiene, capelli lunghi, abiti succinti, scarpe col tacco e andature incerte. Stanze con letti, sedie sul ciglio della strada, benzinai. Alcune delle figure contengono la poesia di Toulouse Lautrec, altre ricordano le immagini del telegiornale, alcuni scorci paiono richiamare le solitudini dipinte da Edward Hopper. E poi c’è la grande opera che dà il titolo alla mostra: in una stanza che sembra un’aula o un luogo di preghiera, sono ritratte delle ragazze seminude, raccolte ordinatamente, silenziosamente, quasi fossero ai banchi di una chiesa. Sono pronte per iniziare la nottata.