Quando l’Italia rinascimentale era maestra di eleganza e raffinatezza, ogni corte della penisola, dalle più grandi alle più piccole, voleva brillare per sfarzo, lusso, apparati, arte. Una gara virtuosa a chi aveva i pittori, gli architetti, gli scultori, i musici più bravi, salvo poi, quando possibile, sottopagarli. Capitò al disgraziato Francesco del Cossa, che Borso d’Este retribuì a spanne per i meravigliosi affreschi di Schifanoia a Ferrara, quasi fosse un imbianchino.
Alla corte di Milano le cose per gli artisti andavano decisamente meglio. Leonardo da Vinci (quello vero non quello delle fiction), giuntovi nel 1482, vi si trovò benissimo fino al 1499, quando il ducato rovinò. Milano, da sempre città ricca di arte, di cultura, oltre che di soldi veri, con la corte di Ludovico Maria Sforza detto il Moro divenne uno degli epicentri della rinascenza italiana. Radunò intorno a sé artisti come Bramante, Giovanni Ambrogio de Predis, letterati, storici. A differenza di Firenze, a quel tempo immersa nella filosofia neoplatonica e nella cultura letteraria, Milano era città pragmatica, molto aperta alle novità tecnologiche e scientifiche. Non si dimentichi che Leonardo si presentò come ingegnere, e l’arte venne dopo.
La moda, motore economico della Milano di oggi, era già fiorente allora. Poco da fare per i preti che in essa vedevano un’arma del diavolo. A Firenze Girolamo Savonarola ce l’aveva a morte con le donne; nei suoi roghi delle vanità bruciava le loro preziose vesti obbligandole a vestirsi di nero come delle cornacchie. A Milano avevano invece idee molto diverse sull’argomento.
La moda a Milano al tempo di Leonardo, con i suoi codici di comportamento, forme materiali e colori, era un vero e proprio linguaggio che designava e distingueva la ricchezza, accrescendo la reputazione di chi indossava le meravigliose vesti progettate. Un bellissimo e recente libro di Paola Venturelli, tra le migliori esperte italiane del settore ( La moda alla corte degli Sforza. Leonardo da Vinci tra creatività e tecnica, Silvana editore), affronta proprio questo tema di sorprendente attualità. Scopriamo così che Leonardo fu anche " meraviglioso arbitro et inventore d’ogni eleganza". Nel suo guardaroba privato vi erano cose notevoli: calze paonazze o color di rosa secca, cappe, berretti in velluto, camicie in lino finissimo, otto sopravvesti, giubbotti semplici o foderati di pelliccia. Un vero gentiluomo. Si interessò anche delle macchine per la tessitura. Come ricorda Venturelli, studiò macchine per automatizzare l’arte dei battiloro, delle cimatrici e garzatrici meccaniche, congegni per produrre nastri e drappi "aprendo alla fabbrica moderna e alla produzione in serie".
Dietro tutte queste eleganze milanesi appare e scompare Leonardo, che sguazza benissimo in un ambiente dove non si vedevano "se non broccati d’oro, d’argento, e gioie". I sarti restano anonimi, ma i ricamatori sono già in vista con le loro botteghe, famosi e ricercati come quelli moderni. Ne citiamo alcuni. Giovanni de Venzago, lo spagnolo Nicolò de Giauro, Agostino de Carugo, Giovanni Pietro da Gerenzano diventano ricchi con questi lavori d’alta moda; si comprano case e terreni a Milano e nei dintorni. Anche Leonardo è attento ai soldi; quando inventa macchinari, studia quale sarà il costo del lavoro, la distribuzione dello stesso, i flussi, e quale alla fine il suo guadagno come inventore. Vedeva lontano. I modelli " alla milanese" spopolano. Si inventa anche cappellini con passamaneria desideratissimi dalle signore. Intelligente, ma anche beffardo: di qualcuna di queste traccia caricature feroci.
Le radici della storia del successo della moda milanese, anche e soprattutto quella di oggi, affondano lontano nel tempo e sono cresciute grazie all’intelligente e felice circostanza che ha unito artisti eccelsi a governanti intelligenti e attenti all’economia e ai suoi sviluppi moderni. Ludovico il Moro aveva come motto nel suo stemma: " Per Italia nettar d’ogni bruttura". Ne avremmo molto bisogno anche oggi.