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Il Vittoriale del ragioniere

La vertiginosa collezione di Federico Cerruti
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Quando D’annunzio fu per morire predispose la coreografia del suo funerale con lo stile con cui sempre era vissuto. La sua  salma venne esposta nella “Sala del lebbroso” del Vittoriale, dove il Vate aveva fatto sistemare un letto lungo e stretto: una cosa a mezzo fra una culla e una bara. D’annunzio non era certo il primo, né sarà l’ultimo a programmarsi  il funerale, lo fece anche Federico Cerruti, personaggio singolare della Torino dei grandi collezionisti d’arte, una sorta di setta segreta dove è difficilissimo penetrare.

Nato a Genova nel 1922, morto a Torino nel 2015, Cerruti ha attraversato il Novecento ed è riuscito ad affacciarsi comodamente al Ventunesimo secolo sempre mascherandosi, sottraendosi, nascondendosi. Da buon piemontese (la nascita a Genova al massimo era servita per accentuare la sua inclinazione ai soldi e allo spenderne il meno possibile) non voleva infatti mai comparire essere notato, ad…

Quando D’annunzio fu per morire predispose la coreografia del suo funerale con lo stile con cui sempre era vissuto. La sua  salma venne esposta nella “Sala del lebbroso” del Vittoriale, dove il Vate aveva fatto sistemare un letto lungo e stretto: una cosa a mezzo fra una culla e una bara. D’annunzio non era certo il primo, né sarà l’ultimo a programmarsi  il funerale, lo fece anche Federico Cerruti, personaggio singolare della Torino dei grandi collezionisti d’arte, una sorta di setta segreta dove è difficilissimo penetrare.

Nato a Genova nel 1922, morto a Torino nel 2015, Cerruti ha attraversato il Novecento ed è riuscito ad affacciarsi comodamente al Ventunesimo secolo sempre mascherandosi, sottraendosi, nascondendosi. Da buon piemontese (la nascita a Genova al massimo era servita per accentuare la sua inclinazione ai soldi e allo spenderne il meno possibile) non voleva infatti mai comparire essere notato, additato, e in questo ricordava molto uno stropicciato ragioniere della Donna della Domenica di  Fruttero e Lucentini per il quale nessuno avrebbe dato cinque lire e che invece era un  uomo di assoluto potere.

Chi ha conosciuto Cerruti lo ricorda soprattutto per il pessimo carattere: era un uomo scontroso, difficile da trattare, brusco nei modi, duro negli affari. Un giorno mi prese per un braccio, quasi strattonandomi nella sua legatoria situata in una zona industriale tristissima ai confini di Torino (la Lit, Legatoria industriale torinese) con la quale macinava lavoro e miliardi. Mi condusse a vedere dove viveva, in un ambiente quasi squallido, al piano di sopra di un edificio industriale non certo bello, con un letto da campo che non sarebbe stato gradito nemmeno da un trappista. Ero giovane, e lui mi fece una predica piena di rabbia sul fatto che i soldi se li era fatti lavorando notte e giorno (ed era vero) e che nessuna fortuna costituita così andasse invidiata (era un uomo infelice e  non certo da invidiare).

Cerruti era stato negli Stati Uniti nel 1957 e ne aveva riportato l’esclusiva per una macchina, a quel tempo di assoluta avanguardia per rilegare i libri. Poteva infatti rilegare centinaia di migliaia di volumi al giorno e da tutta Europa gli arrivavano lavoro e soldi. Per coronare la sua carriera aveva costruito a partire dal 1961 una villa sulla collina di Rivoli, nei pressi del castello: ci dovevano andare a vivere i suoi genitori, promossi al rango altoborghese dai denari del figlio. Lui in quella villa non ci abitò mai, ci  andava a mangiare alla domenica (ospite di sé stesso) e dava due volte all’anno feste suntuose per uno scelto gruppo di invitati. In quegli spazi ristretti e pieni di angoli come la sua anima accumulò una collezione d’arte semplicemente sbalorditiva.

La collezione si forma a partire dal 1968 circa e il ragioniere famelico di arte e dotato di un gusto così sicuro nel discernere in modo pressoché infallibile tra ciò che era di qualità e ciò che non lo era, comincia ad ammassare opere di De Chirico, Boccioni, Modigliani, Bacon, Pontormo, Klee, Dosso Dossi, fondi oro da capogiro, Renoir, Kandinskij, Batoni, Vouet, Guercino, Goya, de Nittis, Boldini, Fattori, Picabia, Picasso, Magritte, Savinio, Morandi, Mirò, De Stael, Burri, Bacon, Fontana, Warhol tanto per citarne qualcuno e facendo torto a molti altri. E poi miniature di eccelsa qualità, legature di libri  e libri da museo (oltre ogni immaginazione, d’altronde lui si occupava di libri), sculture italiane francesi, fiamminghe, spagnole fino a Giacometti.

Mobili di Piffetti e della sua scuola e mobili francesi del Settecento, tappeti antichi di eccelsa qualità, maioliche e porcellane europee e cinesi, argenti oggetti di arti decorative, miniature, orologi.  Una enorme insalata artistica che si espande su tutte le pareti e gli ambienti della villa rivolese. La sua fama di collezionista lo rende famoso e corteggiato dagli antiquari che rotolano ai  suoi piedi per poi scoprire che paga in ritardo, poco e deprezzando sempre gli oggetti fino a che non li possiede (allora diventano immediatamente  bellissimi).

Si tiene come consulenti Federico Zeri, Maurizio Fagiolo dell’Arco e pochi altri: non si fida di nessuno. Gli  artisti viventi li contatta direttamente, ma compra anche in gallerie e aste internazionali, battendo sul tempo per gli acquisti  gli Uffizi e rifiutandosi di vendere i suoi Batoni  alla Fondazione  Getty. Mano a mano che invecchia si ritrova corteggiato da molti che  cominciano a domandarsi che ne sarebbe stato della raccolta. Cerruti spietato fa fare anticamera di due o tre ore anche a personaggi e mercanti  che vorrebbero avvicinarlo  per mettere le mani sul goloso  insieme: li illude e poi non li riceve. Si comincia  a favoleggiare di una Fondazione da farsi a Torino in un palazzo del centro. La sua collezione non viene fatta vedere quasi a nessuno (uno stile  questo molto torinese) e i pochi eletti che vi accedono ne rimangono sbigottiti anche se in realtà  vedono  abbastanza poco: usava infatti lampadine a bassissimo voltaggio e teneva solitamente  le serrande chiuse.

Nella stanza della torre della sua villa predispone un letto stretto e lungo per quella che doveva essere teoricamente  la sua camera  e si circonda di fondi oro. Si piazza ai piedi del letto in trittico di Bergognone, a capoletto una serie di fondi oro ( Bernardo Daddi, Pacino di Buonaguida, ecc.)  e sulla destra, sperando forse in una protezione divina,  un trittichetto con Crocifissione e santi di Simone dei Crocifissi e una Madonna  splendida di Sano di Pietro, più altri  simili gioielli. C’è anche dipinto di Jacopo del Sellaio, saccheggiato dalla collezione di una famiglia ebraica viennese e per il quale nel 2020  la Fondazione Cerruti ha  dovuto rifondere gli eredi  del derubato ( ma Cerruti non ne sapeva nulla quando la comprò). Arrivare nella stanza della torre è faticoso. Una scala tortuosa e stretta , una vera trappola, porta nel luogo dove Cerruti ha divisato anche di essere esposto dopo la morte  in quel suo privato Vittoriale che è la villa di  Rivoli. Non  andrà così.

Nel 2001 crea una Fondazione per tutelare la raccolta e  continua nel frattempo a comprare. Cerruti muore nel 2015 dopo una lunga malattia, ma nel 2014 riesce ancora ad accaparrarsi un bellissimo Renoir. Il  Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea  nel luglio 2017 si accorda con la Fondazione Cerruti, per gestire tutta la raccolta del ragioniere e far diventare i suoi contenuti parte dell’esposizione permanente del museo. La villa, veramente brutta, esempio preclaro di  pretenziosa architettura  borghese degli anni Sessanta di cui l’Italia è purtroppo piena, viene restaurata  e nel maggio del 2019 apre al pubblico. Visitarla è complicato (e anche piuttosto costoso), all’ingresso si viene, giustamente,  dotati di  sovrascarpe al fine di non rovinare tappeti e pavimenti, gli spazi sono angusti  con scale scomode e, inoltre, il “guscio” degli interni è in una sorta di pseudo barocco piemontese che alterna boiserie nuove in stile, decorate a fiorellini rosa e verdi, a tappezzerie e tendaggi  baroccheggianti e anch’essi in stile che  riflettono un gusto di arredo in voga a Torino negli anni  Settanta ma che  appesantiscono  alquanto la visione  dei capolavori che vi sono contenuti.

Visitarla è comunque un coup de coeur e si esce storditi e quasi rintronati  dall’ammucchiata di capolavori  che spaziano in tutte le direzioni dell’arte  e a cui  la compassata Torino non è  certo molto abituata. Ora  alla raccolta è stato dedicato un monumentale  (nel senso letterale della parola visto che pesa quasi sei chili) catalogo  in due volumi, 1248 pagine e 1566 illustrazioni, splendidamente stampato dalla casa editrice Umberto Allemandi (La Collezione Cerruti. Catalogo generale, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, 2021). Al catalogo hanno collaborato una ottantina di persone con risultati diseguali  e curiose omissioni bibliografiche. Non so se Torino si meriti una raccolta così importante e così esclusiva che qualsiasi museo del  mondo  potrebbe  sognare e desiderare,  e non sono sicura che il ragioniere sarebbe stato, pur desiderando in fine vita di rendere pubblica la collezione,  veramente contento di vedere gente nella sua villa a sbirciare  nelle camere da letto o  a inseguire in giardino i suoi gatti.

Cerruti aveva fatto dell’anonimato e della riservatezza un culto, ma non sorrideva  quasi mai, e non era certo un uomo sereno. Mi incuriosiva il fatto che  dentro di lui abitasse un grumo oscuro di tristezza e  angoscia, misto ad una grande liberalità che esprimeva con una durezza che forse era solo una scorza per difendersi (vedendomi  guardare  nel suo ufficio con occhio desideroso dei magnifici libri d’arte che aveva appena rilegati me li gettò  fra le braccia facendomi quasi cadere e dicendomi che aveva capito che mi piacevano e che potevo tenermeli). I suoi  molti soldi lo avevano reso potente ma misero sul piano umano e sospettoso di tutto e di tutti: l’arte era certamente la sua unica consolazione. L’enigma di  Federico Cerruti  permane e la domanda su come  un uomo, che a vederlo  pareva incolore, avesse in realtà potuto incamerare nella  sua testa e nelle sue mani  una tale pirotecnica quantità di arte resta. In realtà di lui della sua vita, dei suoi segreti e dei suoi desideri sappiamo solo quello che ha voluto farci sapere.

Tutte le foto sono della Collezione Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte. Deposito a lungo termine Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino