La Fondazione di Sardegna inaugura Hallucinations una mostra personale di Tim Davis a cura di Marco Delogu. Tim Davis è un artista visivo, musicista e poeta di base a New York, dove insegna Fotografia presso il Bard College, il suo lavoro spazia dall’indagine sugli aspetti formali della fotografia, al documentario socialmente impegnato, per spingersi verso dimensioni più poetiche e rarefatte. In mostra una serie inedita di 60 scatti realizzati in seguito all'incontro tra Davis e la Sardegna, avvenuto grazie al progetto della Fondazione di Sardegna The Photo Solstice. A questa esperienza in Barbagia è seguito un periodo di residenza e produzione fotografica sull’isola, nell’ambito del progetto “Commissione Sardegna”. Questo viaggio ha condotto il fotografo statunitense da Sassari a Cagliari, addentrandosi nei paesi barbaricini, in quelli dell’Ogliastra e dell’oristanese. Pubblichiamo un suo testo tratto dal catalogo della mostra Hallucinations edito da Punctum press.
La prima volta che ho visitato la Sardegna sono stato rapito. Ohh, che espressione infelice. L’isola in effetti ha una lunga storia di rapimenti veri e propri, con i suoi abitanti intenti a respingere gli invasori catalani, savoiardi, vandali e saraceni, puntando su un’arma che nessuna potenza straniera poteva possedere: la conoscenza di strade secondarie e dei luoghi in cui nascondersi. Io non ero stato rapito per ragioni politiche, piuttosto ero stato delicatamente raccolto dalla mia stanza nella American Academy di Roma dal mio nuovo amico, Luca Nostri, condotto in macchina nell’oscurità di gennaio a Civitavecchia, servito un bicchiere di mirto e messo a letto su una barca. Io e mia moglie ci sentimmo “rapiti” poiché non ci fu detto dove saremmo andati. Gli italiani eccellono nei rapporti sociali, così capaci di stare seduti per ore in un bar davanti a un caffè che richiede undici secondi per essere bevuto, parlando di qualunque cosa. D.H. Lawrence, descrivendo i ferrovieri in uniforme alla stazione di Messina, mentre si recava in Sardegna, scrisse: «A un funzionario italiano la vita sembra una lunga e animata conversazione». Il lavoro vero e proprio è secondario. «Sembrano api intorno all’alveare, che ronzano in una importante conversazione, e ogni tanto guardano questo o quel foglio di carta, ed estraggono un po’ di miele ufficiale. Ma è la conversazione l’avvenimento più importante». Trovo gli italiani quasi incapaci di descrivere il futuro. Così tanto piacere e ritualità sono dedicati al presente, che il futuro rimane remoto, un mormorio al di là di questo caffè, di questa conversazione.
Quando avevo sedici anni, entrai in un edificio col telaio ad A rivestito in abete di Douglas nella campagna del New England, per prendere parte alla First Church of Fun. Si trattava di un evento di assunzione di LSD organizzato da un burlone psichedelico di nome John Dwork. La casa era cablata per il suono e illuminata con ogni sorta di strani effetti. L’LSD liquido di alta qualità che avevano portato si era rovesciato su un tovagliolo di carta, quindi nessuno sapeva esattamente quanto ne avremmo assunto. Masticai il mio quadratino di Bounty da due pollici e aspettai che succedesse qualcosa. La cosa successiva che ricordo davvero è il risveglio a casa di un mio amico in città, avvolto in un lenzuolo. Nei mesi successivi (e ancora oggi) ho ricostruito quello che era successo, sentendomi vuoto, non vuoto spiritualmente, ma raschiato, come un barattolo di marmellata. C’era stato qualcosa che aveva a che fare con il guardarsi allo specchio (un errore da psiconauta alle prime armi). Poi c’era stata una parte in cui se avessi invertito tutte le mie funzioni corporee, sarei diventato il messia. Seguì un po’ di riordine. Secondo il mio amico, a un certo punto mi avvicinai allo sciamano principale e annunciai: «Io sono Dio. Tu sei l’universo» e lo morsi con forza, facendo uscire il sangue. Per circa due settimane, guidai per un New England grigio e senza fondo, ascoltando la colonna sonora del film Paris, Texas su una cassetta tremolante, senza essere sicuro di cosa fosse cosa.
La terza volta che ho visitato la Sardegna, non avevo lasciato il mio Paese in due anni di blocco per la pandemia. Ho attraversato l’oceano con una mascherina così scomoda che nessun Ambien avrebbe potuto stordirmi. Dopo tanti mesi in cui avevo visto persone solo all’esterno, mi sentivo come una sardina che abbandona intenzionalmente la sua famiglia per una lattina angusta e oleosa. Mi portarono a Gavoi, in un albergo completamente vuoto vicino al lago di Gusana, e mentre mi sdraiavo per cercare di dormire, la stanza cominciò a rimbombare. La Sardegna, avevo letto, è un luogo “senza terremoti”, così mi precipitai sul balcone, solo per vedere un enorme aereo giallo che si abbassava verso il lago con la delicatezza di una bolla di sapone. L’aereo ha sfiorato la superficie del lago, ha raccolto un carico d’acqua e si è alzato di nuovo in volo, rilasciandola in un vago spruzzo. Ero distrutto per non averlo fotografato, ma l’aereo ha girato intorno per un altro tentativo, e l’ha fatto ancora e ancora. Insonnolito, ma certo che non avrei avuto problemi ad avere allucinazioni attraverso la Sardegna, ho percorso i cinque tortuosi chilometri fino a Gavoi e al The Photo Solstice, dove ho incontrato gli studenti che avrei visto aprire i loro primi, secondi e terzi occhi al potere allucinatorio delle immagini impossibili di questa terra magica.