Chissà se qualcuno ci ha fatto caso, ma se stendete una carta geografica dell’Italia su una scrivania e vi sedete a studiarla, be’ di fatto state guardando l’Italia da Sud. La Sicilia, la Calabria sono vicine al vostro corpo, la Lombardia e il Piemonte si allontanano verso l’altra estremità del tavolo. Non c’è geografia che non sia orientata.
Sulla copertina del celebrato Viaggio In Italia di Luigi Ghirri & C. figurava una di quelle carte dell’Italia Fisica che noi boomer ricordiamo così bene appese alla parete dell’aula di quinta elementare. Eravamo piccolini, e anche lì il Sud era più vicino a noi del Nord.
Poi Ghirri fece un altro viaggio fotografico, Esplorazioni sulla via Emilia, e in copertina mise un’altra carta fisica dell’Italia: ma questa volta era una veduta a volo d’uccello, presa da nord. La pianura del Po grande e verde in primo piano, la Calabria striminzita laggiù verso l’orizzonte.
Ed era un modo per dire che la geografia non è mai neutrale, e che in fondo aveva ragione Metternich, anche se in modo paradossale: l’Italia è davvero “un’espressione geografica”, perché la geografia è storia, ed è la storia che ha creato quella cosa che chiamiamo Italia, non viceversa.
Voleva dire che l’Italia non è sempre la stessa Italia, ma dipende da come la inquadri. Da dove la guardi. Il punto di vista è la cosa importante. Non esistono osservatori angelici e immateriali: quando guardi qualcosa, devi scegliere da quale posto farlo.
È una cosa che i fotografi sanno benissimo. Il pittore può far finta di essere un occhio incorporeo: il fotografo no. Del resto, adesso, nelle nostre fotocamere ultraprogrammate, un homunculus elettronico integrato prende sempre nota delle coordinate geografiche in cui ci troviamo quando facciamo clic. Jan van Eyck volle scrivere “fuit hic” sul ritratto dei coniugi Arnolfini: in una fotografia, di fatto, c’è sempre scritto.
Ma un numero di latitudine e longitudine non spiega nulla. Scegliere un punto di vista, del resto, anche nel linguaggio comune non vuole dire solo collocarsi in un certo punto dello spazio: ma in un certo punto del, pensiero.
Tutto questo per dire che l’Italia vista da Corigliano Calabro non è solo una cartina geografica orientata in un certo modo. È anche pensare l’Italia in un modo diverso da quello in cui un’egemonia storica, politica, economica, ed anche fotografica spesso, l’ha rappresentata.
Ha compiuto vent’anni tondi, il festival Corigliano Fotografia. Sono stato felice di festeggiarli con chi allora lo immaginò e da allora lo fa vivere. Scriveva senza inutile enfasi il patron Gaetano Gianzi nell’introduzione al catalogo della prima edizione del festival,
nel 2003: “In un contesto di ineluttabile globalizzazione, le specificità acquistano valore di marcatore d'identità”. Identità è una parola che negli anni successivi sarebbe diventata sospetta, in bocca a politici che ne hanno fatto abusivamente una muraglia di esclusione del suo reciproco, la differenza. Ma qui è chiaro cosa significa: è la coscienza, appunto, di avere un punto di vista.
E infatti, sfogliando l’archivio di questi vent’anni – una durata che forse allora non si sperava, e che altre pur nobili imprese simili non sono riuscite a raggiungere – si ha come la sensazione che i grandi fotografi invitati ad ogni edizione (davvero un’antologia storica della grande fotografia italiana e non solo) giunti su questo balcone affacciato sul mar Ionio, anche quelli che arrivano da non molto lontano, girino quasi la testa, spalle al mare color del vino, e si voltino a guardare l’Italia da quella prospettiva, quasi sorpresi. E rileggano il proprio lavoro sotto una luce nuova. Che qui, del resto, non manca.
Lo ha fatto l’autore dell’anno di questo ventennale, Valerio Bispuri. Chi lo conosce sa che è un romano solare e ottimista, dalla compagnia spiritosa e divertente. Chi lo conosce solo per il suo lavoro potrebbe pensare che abbia un senso tragico della vita: ma è un problema delle cose della vita che ha scelto di raccontare. Chi ha voluto entrare nelle carceri sudamericane (e si è sentito chiudere dietro le spalle, clac-clac, i cancelli di quel mondo senza legge) fa un po’ fatica a restituirne un racconto spensierato. Di quell’approccio alla vita, a Corigliano Bispuri ha mantenuto il linguaggio, i tratti incisi del suo monocromo, che scolpiscono case cieli e volti: ma per raccontare, questa volta, non esseri sradicati ma le Radici umane di una comunità.
Come lui hanno fatto, in questi vent’anni, decine di fotografi venuti da vicino e da lontano. Se ne volete un assaggio, godetevi il video dei vent’anni, qui.
Il volume che adesso raccoglie tutti quei reportage sul campo (il primo fu Berengo Gardin, ma ci trovate fra gli altri Fontana, Radino, Cresci, Cito, Basilico, Thorimbert, Zizola, Harari, Galimberti, Bulaj, Barbieri, Scianna, Campigotto…) è un album che qualsiasi paese o città d’Italia morirebbe dalla voglia di avere: un ritratto nel tempo, un sondaggio anno dopo anno della corrispondenza sentimentale fra l’aspetto di un luogo e il carattere di chi lo abita. Lasciatemi dire che, dopo vent’anni di gestione generosamente volontaria, Corigliano Fotografia meriterebbe di essere messo in sicurezza da chi quel territorio governa, assicurandone la continuazione in modo finalmente certo e supportato. Assessori, forza.
Ho visto anche altre cose molto interessanti a Corigliano. Per fortuna Fotocrazia esce ogni settimana, e avrò modo di parlarne.