La sfida del non-umento

La sfida del non-umento
Vandalismi e non, immagini e segni dell’iconoclash
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Nel giro di pochi giorni, due adolescenti straniere (beccate e multate) perché incidono il proprio nome sul Colosseo e sulla Torre di Pisa; e due o tre misteriosi writer (non ancora beccati né multati) che taggano la sommità della facciata della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Da giornalista conosco il meccanismo drogato delle “notizie a grappolo”. Tuttavia, non posso fare a meno, mentre si scatena la solita canea social di indignati a buon mercato, di chiedermi se non ci sia un filo segreto fra questi eventi, a cui mi viene da aggiungere la pratica dell’imbrattamento lavabile dei monumenti ad opera dei militanti anti-climate-change.
Il più banale collegamento è il vandalismo, che però non spiega nulla, perché un conto è essere egomaniaci adolescenti incoscienti, un conto essere graffitisti incalliti e consapevoli, un conto è essere attivisti politici provocatori. Inassimilabili.
In realtà, il minimo comune denominatore di queste notizie è il monumento come superficie di iscrizione di qualcosa. Lasciare una traccia del proprio passaggio su quelle pareti (sto citando Franco Vaccari, sì) sembra essere un’attrattiva irresistibile per alcuni. Perché? A questa domanda molti hanno già provato a rispondere, ci sono studi sia sul vandalismo che sul graffitismo.
Ma potrebbe essere interessante ribaltare il punto di vista di 180 gradi e chiederci perché proprio il monumento. Non credo basti la sindrome di Erostrato, quel cretino che nel 386 avanti Cristo incendiò il tempio di Artemide ad Efeso per la smania di diventare famoso, fu condannato alla cancellazione del nome (ed ecco qui, dopo due millenni abbondanti ancora ce lo ricordiamo: chi ha vinto?).
Credo sia interessante chiederci se il monumento non sia parte attiva nella propria iscrizione selvaggia. Se non sia addirittura complice. E se (la domanda è d’obbligo in questa newsletter) l’immaginario della riproduzione fotografica non abbia una sua parte in tutto questo.
Non mi sarei fatto questa domanda se non avessi appena letto un libro divergente trasversale e tangenziale, di quelli che piacciono a me: Nonumento, scritto da un eccellente semiologo delle immagini, un apprezzatissimo teorico della cultura visuale, Andrea Pinotti. Per il curioso titolo, attendete un po’ e capirete.
I monumenti, ci spiega Pinotti, sono “un paradosso della memoria”. Ambiscono a ricordarci qualcosa (un personaggio, un evento), o anche solo ad ammonirci (da monere) riguardo a qualcosa (una fede, una ideologia, un potere). Ma assai spesso falliscono l’obiettivo. Le nostre città sono piene di monumenti depositati lì come inutili molliche di Pollicino nel corso dei secoli, non li guardiamo più, e loro non ci ricordano, non ci ammoniscono, non ci parlano più. Scrive Musil, citato nel libro: “la cosa più strana nei monumenti è che non si notano affatto. Nulla al mondo è più invisibile. Non c'è dubbio, tuttavia, che essi sono fatti per essere visti, anzi, per attirare l'attenzione. Ma nello stesso tempo hanno qualcosa che li rende, per così dire, impermeabili, e l'attenzione vi scorre sopra come le gocce d'acqua su indumenti impregnati d'olio, senza arrestarvisi un istante”.
Il monumento, questa è la percezione comune, dovrebbe agire sulle emozioni di chi lo incontra nello spazio pubblico, costringerlo a meditare, anzi a sentire qualcosa nell’animo: si presuppone che la funzione del monumento sia “essenzialmente patica” (da pathos). Ma il patema non scatta quasi mai. I monumenti, anche quelli recenti, diventano velocemente tappezzeria, indifferenti agli sguardi; l’unica critica che cade su di loro sembra essere quella organica dei piccioni.
Ora, osserva Pinotti, questo fallimento potrebbe non essere un difetto, una mancanza, ma al contrario “un'attiva intenzione del monumento a sottrarsi alla nostra percezione”. Siamo sicuri, ci provoca, che i monumenti servano, anziché a celebrare grandi uomini o idee, a toglierli di mezzo, con un procedimento tipo La lettera rubata di Edgar Allan Poe, cioè ostentare per nascondere? Siamo sicuri che i costruttori di monumenti non esercitino una certa perfidia nel buttare i loro oggetti, “con un bell’epitaffio al collo, nel grande oceano della dimenticanza”? Anche Régis Debray, divagante mediologo della contemporaneità, sospetta che l'erezione di un monumento possa appartenere alle strategie sociali della cancellazione.
Ma dev’esserci una vocina, in fondo alla nostra coscienza sociale, che ci rimprovera questa indifferenza. Alcuni comportamenti sociali diffusi sembrano ascoltare questo piccolo rimorso, e inconsciamente si dispongono a sedarlo.
La fotografia turistica è senz’altro la più diffusa, ubiqua, transculturale di queste strategie inconsapevoli di riappropriazione del trascurato. Sintetizza giustamente Pinotti: “Si fotografano i monumenti, dopotutto, per riprendere, cioè tornare a prendere presso di sé, cose che ci sfuggono”.
Come è stato osservato da molti, però, la fotografia turistica ha uno spiacevole effetto secondario (neanche tanto secondario): nel momento stesso in cui celebra il monumento, lo appiattisce, lo omologa, lo riduce a una tessera di mosaico, anzi a una scheda di un catalogo noioso: le fotografie che possono essere impacchettate, osservava Susan Sontag, finiscono per impacchettare il mondo.
In buona sostanza, comprimendo i monumenti in due dimensioni, organizzandoli in una collezione seriale, le fotografie confermano, e non riscattano, la loro riduzione a segni muti. Che è un paradosso, perché i monumenti nascono invece come segni imperiosi, prepotenti, arroganti.
Il paradosso, uno di quelli di cui va in caccia Pinotti, è proprio questo, che del monumento come segno si accorgono ormai solo coloro che quel segno contestano, criticano, aborrono.
I distruttori di monumenti politicamente scorretti, i demolitori della cancel culture, sono quasi i soli a guardarli ancora, i monumenti. Per odiarli, s’intende. Per abbatteteli, possibilmente. Altrimenti per sfregiarli, mascherarli, coprirli di vernice o di scritte beffarde.
E qui ci avviciniamo al punto iniziale. Anche i vandali a-ideologici si accaniscono sui monumenti, benché non abbiano alcuna intenzione di criticarli, visto che spesso non capiscono neppure bene di cosa si tratti. Capiscono abbastanza bene, però, che si tratta di “cose importanti”, di oggetti che tutti in qualche modo guardano, anche se completamente disinteressati al loro senso originario.
Spogliati dalla loro comunicazione intenzionale, i monumenti resistono insomma come spazio semantico vacante, bianco. Disponibile. Come ogni spazio vuoto, sollecitano il riempimento. E loro lo riempiono. Del proprio ego infantile. Oppure della propria critica al sistema ecodistruttore. Oppure della propria rabbia punk contro la città dei benpensanti.
Inutili alla memoria del passato, inefficienti come monito per il futuro, i monumenti sono insomma il campo di battaglia di quello che è stato definito iconoclash. Il conflitto delle, con le e per le immagini che attraversa la società contemporanea, che si inscrive nel volto delle nostre città. Non crediamo che a combatterlo siano solo i vandali incoscienti o politicizzati. Che cosa è la pubblicità murale, che si aggrappa a qualsiasi spazio disponibile, che non vede l’ora che un monumento sia coperto di impalcature per ricoprirle ulteriormente di immagini di merci; che cos’è questa se non una potente, plutocratica, autorizzata occupazione militare dello spazio pubblico?
Allora magari, prima di indignarci sui social, proviamo a pensare che posto abbiamo anche noi, in quella battaglia. Spettatori? Combattenti? Tifosi? Complici?
Il libro di Pinotti ovviamente dice molte altre cose, e soprattutto analizza le possibili alternative al paradosso del monumento. È pensabile, si chiede, un monumento che prenda congedo dalla statica rappresentazione di un partito preso ideologico e si trasformi in quella che Walter Benjamin chiamava “immagine dialettica”? È possibile un monumento che neghi la monumentalità e recuperi una funzione sociale positiva? È realizzabile, insomma, un monumento non monumentale, un nonumento, eccola la parola, che Pinotti riprende da un’intuizione dell’artista degli spazi pubblici Gordon Matta-Clark. È pensabile, è possibile un’uscita dalla grandeur e dalla pompa delle grandi strutture architettoniche senza rinunciare a depositare segni della memoria nello spazio comune?
Molti artisti, molti architetti ci hanno provato. Pinotti ci propone una esauriente rassegna di monumenti che si immergono, monumenti che scompaiono, monumenti che ci circondano, monumenti nascosti alla vista, monumenti invisibili, monumenti effimeri, monumenti impalpabili, monumenti virtuali, monumenti performativi, monumenti interattivi…
Ma se non vedo male, neppure lui è del tutto ottimista sulla possibilità che qualcosa che chiamiamo monumento (più semplicemente messaggio, forma, traccia) continui ad esistere. Il concetto si sta allargando fino a dissolversi. Se tutto è monumento, nulla è monumento.
Ma se non avremo più i monumenti, come landmark dei nostri viaggi, come stazioni delle nostre vie crucis turistiche, davanti a cosa ci fermeremo per fotografarci?
A nulla. O meglio, a noi stessi. La fotografia retroversa dei nostri cellulari ce lo consente già: siamo in posa davanti a quel monumento solipsistico e autocentrato che è il nostro volto, rifugio individuale in cui una società troppo omologante ci ha spinto a rinchiuderci.

Andrea Pinotti: Nonumento. Un paradosso della memoria. Johan & Levi 2023
https://www.johanandlevi.com/scheda-libro/andrea-pinotti/nonumento-9788860103314-2234.html

Andrea Pinotti: Nonumento. Un paradosso della memoria. Johan & Levi 2023
https://www.johanandlevi.com/scheda-libro/andrea-pinotti/nonumento-9788860103314-2234.html

 

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