Dovendo lasciare le persone e i luoghi, cosa vorreste portare con voi oltre la soglia, quella Soglia, intendo, l’ultima Soglia della vita? Io lo so: una raccolta di fotografie.
Sapete, vero, che c’è chi torna a buttarsi nella propria casa in fiamme per salvare l’album delle fotografie di famiglia, o scava fra le macerie pericolanti della casa in macerie dopo un terremoto per ritrovarlo?
Forse ancora più forte è il desiderio che i sopravvissuti continuano a guardare te, in quell’album. Insomma, di possedere e lasciare una traccia fotografica del tuo passaggio su questa terra.
“Come si può dire addio alla vita senza ricordare nulla, senza essere riconosciuto da nessuno?”, si chiede il signor Hirasaka, nel romanzo Il magico studio fotografico di Hirasaka della scrittrice giapponese Sanaka Hiiragi, appena uscito da Feltrinelli.
Chi è il signor Hirasaka? Non lo sa neppure lui. Sa di essere un fotografo, questo sì, perché vive in uno studio ben attrezzato, con un fantastico magazzino di migliaia di fotocamere di tutte le epoche e tutte le marche, e conosce bene le tecniche del mestiere.
Ma non sa come c’è arrivato.
Forse anche lui è già morto, e non ricorda chi era prima. Sì, ma cosa ci fa lì, allora? Non dovrebbe essere in un paradiso, o magari anche in un inferno, o almeno in un limbo? Un posto un po’ diverso da quello? Insomma, se c’è qualcosa oltre la Soglia, perché mai dovrebbe essere lo studio di un fotografo?
Ma la letteratura ha questo di bello, che traduce in una storia quel che inconsciamente abbiamo nell’animo. Per esempio, anche se nessuno è ancora tornato indietro per confermarcelo, la convinzione che, nel momento di passare la Soglia, rivedremo qualcosa o tutto del nostro passato. Rivedremo, non solo rivivremo o ripenseremo. Ci apparirà una specie di album mentale che sfoglieremo, qualcuno dice, in un batter d’occhi.
E se non fosse precisamente così? Se Qualcuno ci desse tutto il tempo per sfogliarlo con calma, per rivedere, scegliere, rimpiangere?
Hiiragi, autrice di Tokyo, appassionata di fotografia e collezionista di apparecchi, ha immaginato a modo suo questa Soglia. Un posto accogliente, caldo, con divani e tavolini, dove un fotografo gentile ti accoglie cercando di non spaventarti troppo. “Sono una guida”, dice il signor Hirasaka alla signora Hatsue, la prima cliente del romanzo. “Faccio il possibile per evitare traumi alle persone, perché sentendosi dire di punto in bianco ‘sei morto’, uno potrebbe mettersi a piangere, deprimersi e strepitare, ed è successo tante volte, mi creda. Quindi, lo studio fotografico funziona un po’ come un ultimo collegamento con la realtà”.
Del resto, il nome del fotografo, Hirasaka, è preso da Yomotsuhirasaka, il nome del pendio che collega il mondo dei vivi a quello dei morti nel Kojiki, antica raccolta di mitologie nipponiche.
Ogni mattina, un gioviale rider gli recapita allo studio di Hirasaka un pacco più o meno grosso di fotografie: sono quelle del suo prossimo cliente. Quando il cliente defunto arriva, il fotografo gliele dispone davanti e gli dice di sceglierne, con tutta calma, una per ognuno dei suoi anni di vita. Serviranno per essere montate, una volta stampate su diafane veline di carta di riso, su una lanterna girevole. Nella tradizione giapponese, è una girandola luminosa che ti appare in punto di morte, tappezzata di “motivi floreali attraversati da bagliori Rossi e gialli”. Questa girandola, nel libro diventa una specie di lightbox fotografica.
Non solo. Tra quelle fotografie selezionate, il passante dovrà fare un’ulteriore scelta. Dovrà trovarne una, una sola, ed avrà la facoltà, magica e commovente, di tornare a quel giorno, pur senza poter realmente cambiare nulla, ma tornarci dentro, come in una fotografia tridimensionale, e scattare di nuovo un’immagine, con la macchina fotografica preferita. “Stenterà a crederci”, spiega Hirasaka alla signora Hatsue, “ma ci sono persone estremamente esigenti quando si tratta di scegliere la macchina che produrrà l'ultima fotografia della loro vita: vogliono questo, quello, qualche obiettivo particolare…”.
Mi fermo qui: avete diritto alla sorpresa. Ho detto solo quel che mi consentiva di concludere che questa benedetta relazione fra la fotografia e la morte che tutti i filosofi esplorano con passione, questa relazione deve avere qualche risonanza nel nostro immaginario, altrimenti chi avrebbe mai inventato la definizione “immortalare” per la fotografia? Questa relazione, dicevo, continua a generare immaginari narrativi. Sarebbe bello compilare una lista di romanzi che accostano la fotografia al magico, al soprannaturale. Aiutatemi, se volete. Io mi limito qui a ricordare quello che credo sia il capostipite del genere, il romanzo gotico La casa dei sette abbaini di Nathaniel Hawthorne, pubblicato nel 1851 (solo dodici anni dopo la comunicazione dell’invenzione della fotografia), dove il dagherrotipista Holgrave è al centro di una misteriosa vicenda di maledizioni e delitti.
In questa genealogia di narrazioni quasi sempre lugubri, il romanzo di Hiiragi, è un raggio di sole. Per una volta, la fotografia non porta la morte, ma al contrario ne lenisce la durezza.
L’unica nota malinconica riguarda proprio lui, il buon Hirasaka, mite Caronte fotografo, il cui destino è segnato: tutti passano e varcano la Soglia, rinfrancati e perfino felici per quell’ultimo dono fotografico; lui invece resta lì, nel limbo della sua camera oscura, a traghettare tutti senza mai sbarcare di là, e senza neppure mai sapere da dove lui stesso provenga. Magari, nella vita vivente, era stato un fotografo famoso, ed era stato nominato per questo in quell’incarico così speciale. Ma no, questo Hirasaka non si azzarda a pensarlo: “Da quando sono qui ho accompagnato centinaia, migliaia di persone, un numero incalcolabile. Se fossi stato famoso, almeno uno di loro avrebbe dovuto riconoscermi, dire ‘oh, ma lei è il signor X’”.
Un dolce, malinconico, solitario fotografo sulla Soglia. Che immagine. In fondo, è una metafora anche della fotografia stessa: noi passiamo, lei resta.