Ricordo una delle nostre ultime telefonate: dovevo controllare alcuni dettagli di una intervista, e Gabriele fu come sempre generoso, torrenziale, non finiva più di spiegare, nonostante quella tosse insistente che non annunciava nulla di buono, sentivo Giovanna in sottofondo che gli diceva basta Gabriele, smetti di parlare, non ti fa bene. Ma era impossibile dire a Basilico di smettere di pensare, di fare, di parlare del suo lavoro.
Sono passati dieci anni, in un niente. Dieci anni sono il tempo minimo necessario affinché uno spazio pubblico possa essere dedicato a una personalità che lo merita. Ed ecco, allo scadere della moratoria, un giardino pubblico di Milano da qualche giorno porta il nome di Gabriele Basilico. Chi voglia passarci: sta in via Venini, angolo via Palestrina, non molto lontano dallo studio dove Basilico ha lavorato e che tuttora conserva il suo archivio, curato con competenza e devozione da Giovanna Calvenzi.
È davvero un decennale di affetto e riscoperta, sempre che ci fosse bisogno di ri-scoprire un pilastro della fotografia italiana. Con metodo e pazienza, una studiosa che lo ha conosciuto bene, Roberta Valtorta, ha recuperato tutti i testi e le interviste di Basilico e li ha raccolti in un volume che ora diventa prezioso per conoscere e comprendere il suo itinerario autoriale: Gabriele Basilico. Scritti e conversazioni sulla fotografia 1970-2012 (Cimorelli editore). Ma c’è anche un volumetto più leggero e soave che ci restituisce l’entusiasmo caratteriale dell’uomo: Gabriele Basilico In viaggio sul bordo del mare, edito da Seipersei, è una piccola graphic novel scritta da Chiara Narcisi e illustrata da Caterina Manganelli, che racconta e visualizza affettuosamente il making-of dell’impresa forse più nota di Basilico, quel viaggio sulle coste nordiche della Francia per conto della Datar, nel 1984.
Insomma, adesso c’è un luogo di Milano che si chiama Gabriele Basilico. Era inevitabile. Doveroso. Bello.
Milano, per Gabriele Basilico, è stata come un campo gravitazionale, una zona dell’universo più densa e pesante, da cui la parabola del suo viaggio nello spazio planetario era costantemente attirata, per ricevere poi la spinta necessaria a proiettarlo di nuovo negli orizzonti più lontani.
Il grande ritorno di Basilico nella sua Milano, con una doppia gigantesca retrospettiva (cinquecento immagini) a dieci anni dalla scomparsa, è allora un evento, una congiunzione astrale da non mancare, per chi voglia scoprire, o riscoprire, e comprendere, l’itinerario, il metodo, le rivelazioni di uno dei più grandi fotografi dello spazio abitato. La mostra Le mie città, titolo che copre entrambe le sedi espositive, è stata pensata da Giovanna Calvenzi (assieme a Filippo Maggia per la sezione di Palazzo Reale e a Matteo Balduzzi per la sezione in Triennale) per l’appunto come un dittico che riproduce la struttura della galassia Basilico. Un doppio catalogo edito da Electa rende permanente questa occasione.
Gabriele Basilico: da Milano, ritratti di fabbriche, 1981. © Archivio Gabriele Basilico, g.c.
Si potrebbe dire, appunto, che le città di Basilico sono solo due: una è Milano, e l’altra è tutte le altre. Sennonché tutte le altre città di cui per quasi quarant’anni ha indagato la forma e il messaggio (Shanghai, Rio de Janeiro, San Francisco, Mosca, Londra, Parigi, Istanbul, Tel Aviv, Boston, Liverpool, Roma, Berlino, Lisbona, Valencia, Gerusalemme, Beirut, Amman, Montecarlo, Hong Kong…) sono anche loro, in qualche modo, Milano. Tutte le metropoli della sua straordinaria opera di misuratore dell’ambiente umano sono quella metropoli (mèter pòlis, città madre) in cui era nato, ma che riscoprì, una luminosa mattina di Pasqua del 1978, quando, dopo viaggi e peregrinazioni nel nord Europa, nel nord Africa e nel Medio Oriente, di fronte agli incipienti relitti dell’era post-industriale ebbe la rivelazione piena della sua vocazione di interrogatore dei segni costruiti dall’uomo nella storia: e fu Milano, ritratti di fabbriche, il suo libro capitale, perno e riferimento di tutti quelli successivi.
Architetto di formazione, laureato al Politecnico di Milano nel 1973, quando era lì la capitale dell’architettura italiana, Basilico è stato un architetto che (come il suo grande alter-ego storico Piranesi) non ha mai costruito, ma ha verificato il costruito. E lo ha fatto negli anni della grande transizione fra la civiltà industriale e quella informatica, gli anni del glorioso ma inesorabile tramonto del razionalismo, quando le città del mondo cambiavano pelle come serpenti, non sempre in modo indolore (come ci raccontò la sua faticosa, dolorosa Beirut slabbrata dalle bombe). Il suo archivio, inesauribile, da cui spesso rispuntano preziosi inediti, è un patrimonio straordinario della storia della cultura urbana nel Novecento.
Dunque, con oltre 180 fotografie di grande formato e centinaia di documenti nelle teche, la sezione in Triennale è il resoconto di quella vera e propria anatomia urbana di Milano che Basilico ha esplorato con la sapienza di un medico dotato di quell’occhio clinico studia la fisiologia degli organi e ne osserva la patologia, un medico che non giudica per categorie estetiche, di bello e di brutto, ma con la disposizione di chi si “prende cura” di un organismo complesso, non sempre in salute. Dal cuore monumentale (i tetti del Duomo in restauro) alle periferie invisibili, dove il secolo della manifattura lascia le sue cattedrali via via deserte, ma anche attraversando la città di notte, come in una controprova della sua consistenza quando le funzioni urbane dormono. Mentre la sezione di Palazzo Reale, con oltre duecento opere, non ordinate per geografia ma per assonanza, rende conto delle molte ripartenze di Basilico da quel cuore caldo, tutto suo, verso organismi urbani alieni, da scoprire e riportare a una dimensione comprensibile, da leggere come foreste di segni, per tentare di comprendere la deriva verso forme urbane ormai prive di storia, votate alla dismisura di una globalizzazione sempre più aggressiva.
Continuo a pensare che uno dei testi più importanti per capire il senso e l’utilità (Basilico voleva essere utile, non solo ammirato) del lavoro di Gabriele sia quello riportato i catalogo, di qualche anno fa, scritto da Stefano Boeri: dove si spiega con grande precisione come il confronto fra tutte le città fotografate da Basilico ci consenta di comprendere, nella globalizzazione omologante, la resistenza di inflessioni particolari, locali, perfino individuali: di come, insomma, l’ambiente urbano debba fare i conti, sempre, con l’uomo storico.
Alcuni testi di accompagnamento, alla mostra e in catalogo, invece, insistono su Basilico fotografo del “vuoto”. Il vuoto è un concetto molto poetico, citare il vuoto viene sempre bene in un testo, ed essendo vuoto, uno può scriverci dentro quel che vuole… Ma non si addice a Basilico. Ne fa una specie di fotografo metafisico, che non è mai stato. I vuoti, che ci sono, nelle sue inquadrature, sono funzionali alla lettura dei pieni. Per Basilico lo spazio urbano è attraversabile, ma può anche essere soffocante (Shanghai).
Qualcuno ebbe a dire che, dopo gli esordi reportagistici e antropologici, le sue immagini erano divenute disabitate: un’osservazione superficiale, ma insistente. Basilico, più stupito che offeso, ha sempre risposto: “Io racconto lo spazio creato dall’uomo, non paesaggi disabitati. Io vado in cerca dei luoghi dove l’uomo ha creato sé stesso, e ogni volta che li trovo, mi fermo e mi chiedo: cosa è successo qui? Chi ha voluto questo, chi ha cambiato questo luogo che prima era diverso, e perché lo ha fatto?”.
Domande che superano l’interesse dell’architetto e quello dell’urbanista. Perché gli spazi voluti dall’uomo, battezzati dall’uomo, cambiati dall’uomo, a volte si ritorcono contro l’uomo, come le cronache di questi mesi ci dicono. E allora, capire cosa fa l’uomo nei/dei suoi spazi diventa una domanda implacabilmente politica.
LIBRI SUL COMODINO
Gabriele Basilico: Le mie città, catalogo delle mostre. Electa, 2023
Chiara Narcisi, Caterina Manganelli: Gabriele Basilico in viaggio sul bordo del mare. Seipersei, 2023
Roberta Valtorta (a c.): Gabriele Basilico. Scritti e conversazioni sulla fotografia. Cimorelli, 2023