Zavattini, il profeta della qualsiasità

Cesare Zavattini (foto di Hans van Dijk, / Anefo – licenza CC0)
Cesare Zavattini (foto di Hans van Dijk, / Anefo – licenza CC0) 

Quando, invano, immaginò un’altra strada per la fotografia di massa

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La presentazione ufficiale del fotolibro più celebre dalla storia della fotografia italiana, voglio dire Un Paese, firmato da Paul Strand e Cesare Zavattini, fu organizzata a Roma, durante la Settimana Einaudi, nell’estate del 1955. Giulio Einaudi teneva molto a questo libro. Per il lancio, quel giorno, fu mobilitata massicciamente la grande corazzata di autori della casa editrice. Sul palco c’era l’editore in persona, oltre all’autore italiano, Zavattini, ma davanti c’era un parterre davvero formidabile: Italo Calvino, Sibilla Aleramo, Ennio Flaiano, Ernesto De Martino, Luchino Visconti…

Abbiamo un testimone di quell’evento, Alvaro Valentini, scrittore, poeta e poco conosciuto ma valente critico fotografico per diverse riviste dell’epoca. Raccontò come andò in un articolo che uscì su Ferrania, pochi mesi dopo. Bene, narra Valentini che dalla platea si alzò in piedi e prese la parola un giovane libraio, rimasto anonimo, che ebbe l’ardire di avanzare una sua precisa, molto critica opinione su quell’esperimento fotoletterario.

Disse che se davvero l’intenzione era di raccontare un paese dell’Italia di quei tempi, scegliere un fotografo di fama mondiale come Strand non era la strada giusta. Disse che “la realtà vera di una città può essere raggiunta solo attraverso la collaborazione di centinaia di oscuri fotografi dilettanti, magari selezionabili attraverso un concorso”. Cosa sia stato risposto a quel coraggioso libraio, il testimone purtroppo non ce lo riferisce.

Ma credo di non andare lontano dal vero se affermo che Zavattini era più d’accordo con lui di quanto lui stesso non immaginasse. Per Zavattini, quel volume che avrebbe dovuto inaugurare un’intera collana di libri simili, dal titolo Italia mia, non doveva essere un libro d’autore, nel senso di un volume che esaltasse l’arte sopraffina di un occhio fotografico e la prosa altrettanto sofisticata di uno scrittore. No, avrebbe dovuto essere una specie di libro-verità, ottimamente realizzato, ma orientato a raccontare qualcosa di vero su un luogo reale e sulla comunità che lo abita, non a glorificare qualcuno.

Prima di conoscere Strand, Zavattini aveva addirittura pensato (lo scrive candidamente nella prefazione al libro, che da qualche tempo si può trovare in librerie in una riedizione, sempre di Einaudi [ ) proprio di fare così, cioè di mandare in giro per l'Italia dei giovani, uno si sarebbe fermato a parlare un po’ con un muratore usando anche la sua Leica o Condor, un altro con un meccanico, un altro con chi incontrava, ma la convinzione era questa: dovunque si fermeranno va bene, con chiunque parleranno va bene, va bene, va bene.

Quel genio multiforme, irregolarissimo e mai abbastanza riscoperto, “delizioso flagello degli accademici” secondo Franco Ferrarotti, pensava alle macchine fotografiche come taccuini, come strumenti di prelievo sul campo, non molto diversamente dal magnetofono degli etnomusicologi che in quegli stessi anni percorrevano le campagne del meridione d’Italia al salvataggio degli ultimi brandelli di cultura orale popolare. Appunti visuali per un raccolto da ricomporre poi con il minor intervento letterario o estetico possibile. C’è dunque un retroscena un po’ diverso, quasi opposto, per quel volume che l’anno prossimo celebrerà i suoi venerabili ottant’anni di vita. Ci aiuta a capirlo un volume prezioso, che fa luce su molti altri aspetti della vulcanica mente di quell’inclassificabile intellettuale italiano: in Discutiamo Zavattini!, Giordano Gasparini, già direttore della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, recupera e mette in ordine gli atti di un dimenticato convegno, tenuto ad Asiago nel 1975, dove alla presenza del medesimo un panel autorevolissimo di intellettuali (c’erano Strehler, Scola, Gassman, Celati, Guglielmi, Malerba, Micciché, Ferrarotti, Bernari, Scheiwiller, Filippini, Sapegno, Solmi, Lombardo Radice, Einaudi, Grazzini, Argan, Brunetta…) parlarono tanto di lui. Una sessione specifica fu dedicata a Zavattini e la fotografia, e in quell’occasione Giulio Einaudi stesso, ricordando la genesi del libro, rilasciò alcune sue rare e in un certo senso sorprendenti opinioni sulla fotografia nei libri.

Disse: "Oggi la fotografia è, editorialmente, di casa ovunque, ed in modo sempre più raffinato. Trent'anni fa no: l'idea poi di andare oltre il documento e la testimonianza di cronaca e di costume e di frugare dentro la realtà che ci attornia per vedere qualche tratto di fondo, era quanto mai di pochi, di pochissimi… Non voglio fare l'elogio di quel libro, però vorrei che si misurasse anche questa sua tempestività di organizzatore culturale”.

Più che di tempestività, credo si possa parlare di profezia. Perché Zavattini, sempre nella prefazione a quel celebre fotolibro, scrisse: “Quando si potrà comprare la pellicola dal tabaccaio con cento lire, sarà la rivoluzione”. Credo sarebbe stato felice dell’avvento dei fotofonini. Il vulcanico anticipatore di idee geniali e incomprese era in ansiosa attesa di un medium che realizzasse l’apoteosi poetica e assieme popolare di quella che aveva chiamato la qualsiasità.

A Strand invece non interessava un luogo qualsiasi, bensì il luogo, quello giusto, dove ambientare il suo poema epico sulla vita, il lavoro, la famiglia. Per lui, i luzzaresi erano i figuranti di una commedia universale, non individui con una singolarità e una storia radicate nel tempo e nello spazio. I suoi personaggi, fu notato da alcuni critici, “non lavorano, non si muovono, posano immobili davanti alla macchina fotografica”. Strand aspettava perfino che cadesse il vento per fotografare i finimenti appesi dal sellaio, che altrimenti sarebbero risultati mossi nella fotografia.

Zavattini, al contrario, sognava un libro che raccontasse quello che nelle poesie, anche nelle odi proletarie, non va mai a finire, vale a dire i dettagli e le minuzie della vita vera; voleva chiedere per strada “quanti soldi ha in tasca quest'uomo che passa per la piazza, dove sta andando, cosa vuole, cosa mangia”. In qualche misura, ma molto inferiore al desiderato, nei testi per Un Paese ci racconta cose così: quanto rende la terra, quanto costa la treccia di paglia per i cappelli, quanto latte fanno 130 vacche, numeri, dati raccolti sul taccuino. E poi scritti come se fossero trascrizioni del parlato degli intervistati (ma la mano sapiente di Za si sente, si sente…). Eccone un esempio, sotto il ritratto di una donna bruna e volitiva:

Non mi sposerei mai con un contadino perché diventerei schiava della terra fino alla mia morte. L'unico divertimento per me è il ballo. Mi alzo sempre un'ora prima del sole, perché ho sempre lavorato la terra con mio padre, abbiamo sette biolche, siamo lui e io soli, mentre se si fosse in tanti si lavorerebbe con più piacere perché si canta. Per comprarmi le mie cose personali faccio la treccia alla sera. Tutto costa, per esempio, un rossetto comune costa 500 lire, una scatoletta di cipria 300.

Credo allora avesse mille ragioni l’ignoto coraggioso libraio. Che intravvide, leggendo nei pensieri di Zavattini, una possibile strada per anticipare con consapevolezza critica gli anni in cui le immagini si sarebbero imposte ai loro autori, annullando la coscienza del pensiero che le crea e dell’occhio che le guarda.

FOTOLIBRI SUL COMODINO

Cesare Zavattini, Paul Strand, Un Paese. Einaudi

Giordano Gasparini, Discutiamo Zavattini!, Asiago, 1975. Thedotcompany

Sandro Mongardini, Tra immagini e parole. La matrice visiva nei racconti di Alvaro Valentini. Andrea Livi editore

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