Amleto: Vedete quella nuvola laggiù? Non ha quasi la forma d’un cammello?Polonio: Caspita! Ci somiglia veramente!Amleto: O piuttosto, direi, ad una donnola.Polonio: Dal dorso, infatti, sì, sembra una donnola…Amleto: O una balena…Polonio: Proprio, una balena.(William Shakespeare, Amleto, Atto III)
Quasi al termine del percorso di visita in quel magnifico, strafottente labirinto di lusso e potere che è il Palazzo Ducale di Mantova c’è l’ennesima sala affrescata, ed essendo l’unica attrezzata di poltrone per il giusto riposo del visitatore esausto, mi ci sono appoggiato. Alzando gli occhio al soffitto, ecco l’ennesimo trompe-l’oeil: un cielo. Nuvoloso. Ma questa volta deserto, senza putti né angioletti né divinità olimpiche né pavoni, nulla di nulla, solo cielo e nuvole.Ho pensato, ingenuamente: ma da che parte devo guardare questo cielo? Qual è l’alto e il basso di questo dipinto? Dov’è la destra e dove la sinistra?
Anziché godermi una pausa di riposo dopo troppe pareti affollate di figure come la metropolitana di Roma all’una, mi sono sentito trascinare in una nuova fatica mentale: riflettere sul confronto eterno e impossibile tra la mano del pittore e la rappresentabilità dell’infinito.La mancanza di punti di riferimento di quel cielo, ovviamente, era il punto cruciale. Domanda: un cielo resta un cielo anche quando non si appoggia ad alcuna terra? O è solo un vuoto? Come si fa a dire volta celeste quando non ci sono le fondamenta?Un cielo rappresentato senza riferimenti che cosa ci dice? Non ci offre di sé alcuna dimensione, alcuna misura. In fotografia, questa cosa la scoprì cent’anni fa quel dittatore del gusto che si chiamava Alfred Stieglitz.
Guardando le fotografie di nuvole che lui stesso chiamò Equivalents, e che continuano ad essere celebrate come uno dei vertici della fotografia d’arte del Novecento, continuo a chiedermi: ma equivalenti a cosa?Oh sì: ai suoi altissimi pensieri, alti come l’atmosfera; a filosofie ed emozioni e riflessioni e concezioni e stati d’animo… Ma Stieglitz non ce l’ha mai davvero detto, a cosa dovessero essere equivalenti le sue equivalenze, se non in un modo così generico da essere equivalente a se stesso: sarebbero metafore “…del caos del mondo e del suo rapporto con il caos”. Dite voi cosa significa.E allora ho pensato al tono beffardo con cui Amleto prende in giro il fido ossequiente Polonio. Che per la verità faceva poca fatica ad accondiscenderlo, perché è verissimo che, nelle nuvole, uno vede quel che vuole vedere.Quindi equivalenti sì, i cieli nuvolosi, nell’arte e nella fotografia, ma equivalenti a un pensiero che pensa al pensiero. Tautologia assoluta. Anzi no, di più: un tentativo di rappresentazione dell’Irrappresentabile per eccellenza, almeno per i monoteismi: Dio.
L’unico essere che può concentrarsi solo a pensare a sé stesso pensante.Pochi giorni prima, non era alla meteorologia che pensavo mentre passeggiavo fra le sale dei Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, dove il festival Fotografia Europea ha montato una mostra affascinante e disorientante: Sky Album, centocinquant’anni di fotografie del cielo in duecento immagini selezionate da Luce Lebart, Michelle Wilson e Timoty Prus, che le hanno scelte soprattutto in quel bizzarro contenitore di immaginari che è l’Archive of Modern Conflict di Londra [ https://archiveofmodernconflict.com/ ] un’autentica caverna di Ali Baba per artisti e curatori della ri-mediazione delle immagini.C'è in effetti una fascinazione per le nuvole che trapunge come un'imbastitura tutta la storia della fotografia, una attrazione verso l’altissimo che ha piegato le lenti di decine di fotografi da sotto in su, puntando allo Zenit.
Forse perché il cielo è l’unico spazio attingibile all’occhio umano che sia ancora vergine e primigenio, non segnato dalla storia. Almeno, così vien da dire, infatti lo dico a Luce Lebart, che subito amabilmente mi contraddice: “Il cielo è pieno di storia, saturo di storia. Lo abbiamo abitato con l’immaginazione e poi con la tecnologia. Ma soprattutto, lo abbiamo guardato con sguardi sempre diversi nel corso della storia. Il cielo del Rinascimento non è il cielo del Novecento”.E ha ragione da vendere. Ma solo perché il cielo non è mai davvero disabitato. Se lo fosse, se fosse solo atmosfera, fotografarlo sarebbe ridurlo a una tonalità di grigio o di azzurro; e cercare di definirlo meglio, ingrandendo l’immagine, ci porterebbe all’opposto della definizione, cioè porterebbe semplicemente a vedere la grana fotografica, a non vedere più il cielo ma a vedere la fotografia stessa, come scoprì e dimostrò con maestria Ugo Mulas in una delle sue Verifiche.Il cielo invece è spesso abitato dal suo popolo eletto, l’inafferrabile impalpabile genealogia delle nuvole, appunto.
Sono le nuvole a far sì che nessun cielo sia mai identico a un altro, o a sé stesso due minuti prima. Bene, per la fotografia catturare quella mandria lanuginosa fu all’inizio una difficile sfida, come tutti sappiamo. Le prime emulsioni fotosensibili non erano ortocromatiche, ovverosia non traducevano i colori nel bianco e nero con la stessa proporzione tonale che appare al nostro occhio. Il rosso (e tutti i toni bruni) risultavano sottoesposti, l’azzurro viceversa risultava sovresposto. Cosa eccellente per i fotografi ritrattisti, che potevano attutire la luce diretta del sole, loro fornitore di materia prima, dipingendo di celeste le vetrate del loro atelier, e far soffrire un po’ meno gli occhi dei loro soggetti in posa, senza perdere preziosi grani di luminosità. Ma disastrosa per i paesaggisti, che si trovavano a dover scegliere se sottoesporre il cielo per avere le nuvole, e trovarsi con gli oggetti terrestri praticamente neri, o esporre correttamente questi ultimi, e ottenere un cielo uniformemente bianco.Questa sfida angosciò molto, e molti.
Scrisse una pioniera fotografa, Lady Elizabeth Eastlake, nel 1854: “Il cielo, il paesaggio rimane nero indistinto; se si ritrae il paesaggio, l'azione impertinente della luce brucia completamente la forma delle nuvole in una vampata di bianco “. Impertinente, questa luce, necessaria e dispettosa al fotografo… Ah, la beffarda soddisfazione dei pittori, la loro feroce rivincita (ancora per poco), perché loro invece le nuvole col pennello le sapevano fare benissimo (più o meno allo stesso modo oggi i fotografi prendono in giro l'intelligenza artificiale perché non sa “fare le mani”...).Alcuni fotografi, vediamo in mostra, inventarono acrobazie tecniche per risolvere il problema, con filtri gialli o specchi affumicati. Gustave Le Gray pare abbia tagliato il nodo gordiano realizzando, della stessa veduta, due esposizioni, una per il cielo una per la terra, e sovrapponendole poi in un sandwich in fase di stampa. Dico pare, perché Le Gray non ammise mai apertamente questo trucco, svelato a volte da qualche incoerenza fra le zone luminose del cielo e il loro presunto riflesso sulla superficie del mare.Ma, dopotutto, dobbiamo dirgli grazie, perché le sue fotografie del cielo sembrano essere state le prime occorrenze di quella tentazione verso la manipolazione fotografica che ha accompagnato sottotraccia tutta la storia della fotografia, e quindi dei primi dubbi insinuati nella mente degli ottimisti positivi spettatori ottocenteschi che la fotografia non fosse proprio quella rappresentazione esatta del reale che pretendeva di essere.
Ma quando la fotografia poi ci riuscì, tecnicamente, a catturare le nuvole, fu quasi un’orgia. L’eccitata rivincita del cacciatore di passo, frustrato della lunga attesa, quando vede all’orizzonte profilarsi un gigantesco stormo di anatre. Cirri cumuli strati nembi. Bianche rosee grigie dorate. Nuvole, cieli interi di nuvole, una intera collezione di nuvole, questo genere così poco esplorato nella storia della fotografia è ricchissimo.Perché fotografare le nuvole? Ovviamente, per la scienza! Sempre un’ottima giustificazione per chi vuol fare arte senza dirlo. Serviva davvero, per capire come funziona la convulsione delle perturbazioni, fotografare le nuvole? Non saprei dirlo, certo servì moltissimo a nominarle, a classificarle: e nominare le cose è sempre il primo passo per (credere di) possederle. Abbiamo così enormi atlanti di nuvole, prima disegnate poi fotografate, da secoli. Leonardo le studiava. L’International Cloud Atlas dal 1896 fino ad oggi ha continuato a sistemare in ordinati scaffali le nuvole. Alla fine dell’Ottocento venne istituita perfino una Settimana internazionale delle nuvole, e poi un Anno internazionale delle nuvole: con tanto di appello collettivo a fotografare il cielo, accolto entusiasticamente da migliaia di fotoamatori.
Va da sé che la classificazione delle nuvole sia strettamente figlia della tassonomia classica degli studi di zoologia o di botanica; sennonché le farfalle le puoi spillare a una tavola, le aquile puoi impagliarle ed esporle su uno scaffale, le erbe le puoi seccare e comprimere in un erbario, ma non puoi mettere le nuvole in una bacheca, se non fotografandole. I fotografi insomma non sono stati tanto cacciatori di nuvole, quanto trasformatori indispensabili di un oggetto impalpabile ed evanescente in un oggetto permanente e analizzabile. Ma allora questo non è più solo raccogliere. Questa è vera e propria creazione. Le nuvole che gli scienziati hanno studiato non erano nuvole reali, ma fotografate. I fotografi, le nuvole le hanno prodotte, non descritte. Del resto, Antonin Be?vár, meteorologo ceco che passò gran parte degli anni Trenta a inseguire perturbazioni sui Carpazi (speriamo per lui, munito di impermeabile), fece giustamente notare che una nuvola appare completamente diversa se vista di profilo o di fronte, sempre che si possa stabilire qual è il profilo o la fronte di una nuvola.
L’esigenza di ancorare le nuvole al suolo, a uno spazio umano, riconoscibile, è stata sentita come una necessità da alcuni, come il giapponese Masanao Abe che a metà anni Venti del Novecento le fotografava costantemente sullo sfondo del Monte Fuji dove aveva il suo osservatorio. Al Profilo delle nuvole dedicò un libro Luigi Ghirri, cioè un uomo delle pianure, e nella gran Padana le nuvole sono le uniche montagne su cui è possibile immaginare le nostre discese ardite e le risalite. Però Luigi raramente le lasciava sole (anche se al cielo dedicò una delle sue serie più concettuali), lui le nuvole preferiva metterle dietro gli spazi degli uomini e dietro i loro segni artificiali, a fare da quinte nel suo teatro artificiale del paesaggio.Ricordo quel che mi scrisse una eccellente foto-cacciatrice di nuvole, Fiorella Iacono: “La sfida, con le nuvole, è che sono velocissime e cambiano repentinamente.
Tu vedi una nuvola che assomiglia a qualcosa, un cumulonembo spaventoso, una straordinaria lenticolare che sembra una nave spaziale, ma se non sei rapido nel cogliere l'attimo, tutto si dissolve velocemente. Devi fermarti, ovunque e subito, precipitarti sulla tua Leica che porti sempre con te, scendere dall'auto sul bordo della strada, ignorare le persone che ti stanno parlando, trovare la giusta posizione e scattare. Lo scatto è il mandala, l’attimo raccolto, l’allineamento perfetto”.Quel che mi chiedo: e poi? Tutta l'emozione dei fotografi di nuvole sembra concentrata nel momento dello scatto, della sfida al transeunte, dei giorni perduti a rincorrere il vento. Ma poi porti a casa non le nuvole, bensì le tue nuvole. Perché come ci svela Polonio preso in giro da Amleto, nelle nuvole ognuno può vedere quel che gli preme vedere. Figure, o differenze barometriche, o perfino dischi volanti. Una nuvola non è solo una condensazione di molecole d'acqua allo stato gassoso: è una forma mutevole che esiste in quel modo solo nell'occhio di chi la guarda, solo nel momento in cui viene guardata, non è la stessa nuvola per tutti e comunque non tornerà mai più assieme in quella forma. Dopo tutto, collezionare, possedere le nuvole è la prometeica ambizione di un'anima che rimpiange il tempo che scorre.
Come diceva Italo Calvino della collezione di sabbie prelevate in tutto il mondo da un amico, cercare di raccogliere tutte le possibili infinite variazioni di un identico risponde al nostro umano "bisogno di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie d'oggetti salvati dalla dispersione".Eppure, se cerchi di cogliere quelle forme significanti e metonimiche (ci sono club internazionali di fotografi con la testa fra le nuvole, fanno mostre, libri, concorsi, e alcune delle loro immagini sono diventate icone, pezzi di bravura, veramente), se cerchi di cogliere l’attimo celeste, dicevo, ti rendi conto che come fotografo sei impotente. Che quando punti l’obiettivo in alto, escludendo qualsiasi lembo d’orizzonte, allora capisci che di fronte ai leopardiani interminati spazi dell'infinito non c'è per il fotografo alcuna possibilità di comporre, di mettere in posa, di selezionare il punto di vista o la prospettiva, nulla tranne il rettangolo dell'inquadratura. Ti rendi conto che quando alza gli occhi al cielo, come un orante, il fotografo deve per forza spogliarsi di ogni aggressività, di ogni cultura, e davvero la visione così si distilla in un solo sapere, sapore, atto, decisione. Diventa un atto che parla di sé stesso e solo di sé stesso. Fotografare le nuvole è fotografare la fotografia stessa.
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