L’espressionismo mediterraneo di Mimmo Germanà

L’espressionismo mediterraneo di Mimmo Germanà

L’artista catanese nacque il 2 luglio di ottant’anni fa. Ecco come lo ricordano i critici

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Le stagioni artistiche ci permettono di comprendere come è cambiato, nel corso del tempo, il modo di vedere e interpretare l’arte. Le tendenze, la critica e l’accoglienza del pubblico. Negli anni Ottanta si affermò il movimento della “Transavanguardia” neologismo coniato da Achille Bonito Oliva, con l’intento di rilanciare la pittura in risposta all’arte concettuale che negli anni Settanta aveva dominato la scena artistica internazionale. I principali protagonisti furono Enzo Cucchi, Sandro Chia, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e Nicola De Maria, a cui non aderì mai ufficialmente ma ne fu vicino nello stile Mimmo Germanà, nato a Catania il 2 luglio di ottanta anni fa, nel 1944.

Germanà è stato l'artista che ha dato vita ad un espressionismo mediterraneo, che coniugava il primitivismo delle forme con la carica dionisiaca dei colori intensi e delle materie forti per comporre scene di sentore mitico. «Mimmo è sempre stato sulla soglia, del successo come dell’avanguardia, questo penso sia stato il suo grande cruccio» afferma il critico d’arte Marco Meneguzzo. L’arte di Germanà è stata «una delle incarnazioni più limpide del genius loci, c’è molta sicilianità nelle sue opere, a partire dai suoi ritratti femminili», prosegue Meneguzzo. L’artista ha cercato di costruire un mondo tattile dell'immaginario in cui le figure acquistano una tridimensionalità fatta interamente di pittura, carne e pelle incorporate dentro l'alveo del quadro che è l'alveo specifico dentro cui si muovono le immagini, corposamente rimpinguate della sostanza, del segno e del colore.

Questa energia gli valse la partecipazione alla Biennale di Venezia “Aperto ‘80”. Germanà si avvicina alla Transavanguardia, con la mostra “Italiana: nuova immagine” allestita alla Loggetta Lombardesca nello stesso 1980 a Ravenna dopo che, come buona parte dei suoi colleghi, aveva esaurito le sue esperienze concettuali. Il gruppo della Transavanguardia rilancia una pittura di figurazione “calda”, visionaria, dai colori fauve, che recupera spunti e citazioni senza progetto anche dall’arte del passato, dopo i “freddi” anni Settanta dell’arte concettuale. Germanà diventa quindi uno dei co-primari protagonisti ed espone in vari Musei, dall’Europa all’America.

Nel 1987 gli viene assegnato il Premio Gallarate come artista dalla personalità complessa, anticonformista e tenace, i cui temi fondamentali sono figure di donne dai caratteristici volti ovali ed incantevoli paesaggi mediterranei, propri del suo vocabolario iconografico. Achille Bonito Oliva è stato il critico che più ha creduto in lui esaltando il «ritmo scorrevole che regge la sua pittura, fatto di spessore e pennellate dense, di colori cupi e di materie forti».

Lo storico dell’arte Giuseppe Frazzetto sottolinea la necessità di approfondire la figura dell’artista di formazione non accademica, soprattutto gli esordi della sua produzione artistica «Tutt’altro che intellettualisticamente (e quindi volutamente) primitivista e impetuosa; spontanea, viceversa, con la spontaneità di chi riflette e ricorda, e fa esperienza, sapendo anche pagare l’amaro prezzo». Una pittura a volte “cosmica” in cui Germanà afferra i singoli particolari e li cala dentro il flusso del colore come continuo divenire, anche nei momenti meno noti «Mimmo Germanà - nel suo periodo “concettuale” degli anni Settanta, così poco conosciuto se confrontato con la successiva produzione pittorica – utilizza la parola con l’immagine o per accentuare la forza di quest’ultima, o per renderla assolutamente paradossale, come quando pone a didascalia di un suo ritratto fotografico di spalle la dicitura “studio per ritratto d’ignoto”, e lo data “1999”, cioè vent’anni dopo (presumibilmente) essere stato realizzato» scrive Meneguzzo a proposito del ruolo delle parole nell’arte italiana tra gli anni Sessanta e Settanta.

Si spegneva il 18 maggio 1992 a Busto Arsizio l’artista catanese che aveva guardato agli espressionisti tedeschi di Dresda, in particolare a Ernst Ludwig Kirchner, interpretando a suo modo una stagione che tentò di rivoluzionare l’arte riproponendo il primato dell’immagine, della figura, sul concetto, sull’idea.

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