“La nostra intenzione era di rappresentare una grande festa pagana, celebrata dagli dei dell’Olimpo, in una versione che la rendesse inclusiva e aperta alla diversità alla tolleranza. Non siamo ignoranti e non ci sfugge il fatto che la rappresentazione di un banchetto divino con quelle caratteristiche visuali richiami l’iconografia cristiana dell’ultima cena. Ma a chi si scandalizza chiediamo di studiare meglio la storia dell’arte, che è una infinita successione di riferimenti, allusioni, citazioni, ribaltamenti, parodie, richiami, una catena infinita in cui nessuna ideologia o fede può rivendicare il possesso esclusivo di una forma. Del resto, non è affatto un sacrilegio lavorare sugli archetipi visuali, anche quelli sacri, perché è questo che fa da sempre la cultura quando è libera, cioè quando è cultura”.
Ecco, questa è la dichiarazione che avrei voluto leggere da parte degli ideatori della contestatissima cerimonia inaugurale delle olimpiadi di Parigi. Soprattutto in quel momento dello spettacolo in cui compariva, appunto, una sorta di festa molto queer con variegati personaggi dietro a un lungo tavolo, raggiunti poi da una sorta di Bacco dipinto di blu. Un’immagine che ha fatto il giro del mondo, eclissando tutti gli altri momenti della cerimonia, grazie alle scandalizzate grida dei cattolici (e dei politici di destra, sfruttatori della fede cattolica), che ci hanno visto, lo sappiamo, un riferimento al Cenacolo di Leonardo da Vinci.
Torno adesso, a polemica ormai raffreddata, sulla questione, perché penso sia stata l’ennesima occasione sprecata. Invece di rivendicare con orgoglio il diritto di chiunque a giocare con gli archetipi visuali della nostra cultura, penso che i francesi abbiano fatto un po’ i furbetti. Il direttore artistico dell’evento, Thomas Jolly, era partito bene, rivendicando che “in Francia le persone sono libere di amare come vogliono, sono libere di amare chi vogliono, sono libere di credere o non credere”, poi però ha innestato la retromarcia: “Non troverete mai né in me né nel mio lavoro un desiderio di ridicolizzare o denigrare qualcuno o qualcosa”. E il giorno dopo l’organizzazione delle Olimpiadi di Parigi ha chiesto ufficialmente scusa: “Chiaramente non c’è mai stata l’intenzione di mancare di rispetto ad alcun gruppo religioso”. Ahi ahi, Francia laica che non si fa scrupolo di vietare a una sua atleta musulmana di sfilare con il velo, questa è una caduta un po’ penosa.
Oltretutto, non è bastata a evitare che i beceri bigotti scatenassero contro di loro una campagna d’odio giunta fino alle minacce di morte. Non era meglio rivendicare le proprie ragioni, invece di nascondersi? Perché, e lo voglio dire ancora adesso, quel riferimento alla cena cristica, intenzionale o meno, c’era. Ed era inevitabile. Qualsiasi persona occidentale dotata di un minimo di cultura non può fare a meno di vederlo. E questo perché l'archetipo che l'arte cristiana ha forgiato, anche prima di Leonardo, è molto forte, riconoscibile e stabile. Nel corso di millecinquecento anni (mi pare che una delle prime testimonianze della forma simbolica “ultima cena cristica” sia in un mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna) le sue caratteristiche visuali si sono fissate in una combinazione semplificata di elementi in relazione stabile fra loro: una tavolata vista prevalentemente da una posizione frontale, dietro alla quale sono disposti i commentali in varie pose, attorno a un celebrante ben identificato da alcuni segni (aureole, gesti, dimensione).
Da quando sono adolescente non posso fare a meno di andare a far visita spesso, nel duomo della mia città, Modena, a quel capolavoro di bassorilievo del pontile, dove questa combinazione è riprodotta nella sua più pura semplicità grazie al talento dei Maestri Campionesi del XII secolo. Certo, come tante forme simboliche, anche questa non è di invenzione cristiana. Il banchetto degli dèi è un tema pagano, presente nei vasi classici della Grecia antica ed ellenistica. Ma la condensazione di uno schema formale, la sua ripetizione come modello di altre rappresentazioni, la sua fortuna iconografica sono senza dubbio dovuti alla canonizzazione che ne ha fatto l’arte cristiana, soprattutto dal Quattrocento ad oggi, tanto da influenzare anche l’arte non cristiana. L’ultima cena è, a tutti gli effetti un archetipo figurativo di cui il cristianesimo si è appropriato in modo anche prepotente, se vogliamo. Ma indiscutibile.
Certo, come tutti gli archetipi, ha subìto ogni genere di rimaneggiamento, risignificazione, ribaltamento anche beffardo. Credo sia superfluo stare a raccontare che nel numero dei, diciamo, meme del Cenacolo figurano artisti spregiudicati come Salvador Dalì, e una quantità notevole di fotografi contemporanei: Adi Nes, David LaChapelle, Sam Taylor-Wood, Andres Serrano, perfino Annie Leibovitz. Dietro alla sacra mensa sono stati fatti sedere soldati israeliani, femministe, celebrità di Hollywood, personaggi dei Simpson… Anche il dipinto paganeggiante di un pittore non proprio notissimo del Seicento, il Festin des dieux di Jan Harmensz van Bijlert, che qualcuno nella baraonda social ha sostenuto senza prove fosse la matrice della scenetta parigina, è senza possibilità di dubbio una di queste varianti.Ma adesso tutti a dire che la scenetta parigina non c'entra niente con l'ultima cena. Tutti i laici, voglio dire. All’unisono.
Sembra che la parola d’ordine sia stata: negare, negare, negare. A costo di negare l’evidenza. A costo di passare per ignoranti bocciati all’esame di storia dell’arte. Ho visto ferrei laici farsi esperti di iconografia pagana per dimostrare che la cena cristiana non c’entra nulla, a dispetto di secoli di rappresentazioni. Ho visto altri ferrei laici sforzarsi disperatamente di elencare tutte le differenze tra lo schema leonardesco e la scenetta parigina, fingendo di non capire che una variazione si chiama variazione perché cambia i dettagli, e si chiama variazione perché rende comunque riconoscibile il modello.
Certo, cari tutti, la formula canonizzata dell'ultima cena cristica riprende immagini di pagani banchetti divini, e a sua volta produce innumerevoli varianti anche miscredenti. Dove sta il problema?Davvero, è stato stupefacente vedere lo sforzo unanime dei laici che si sono impegnati a tener fuori l’iconografia cristiana dalle polemiche, a salvare la reputazione mistica di un archetipo cristiano, a negare fino alla morte la possibilità di un suo ribaltamento iconico, anche beffardo, per non urtare la sensibilità di quelli che lo considerano un sacrilegio. Sarebbe come negare, per proteggere Charlie Hebdo, che quel personaggio barbuto nelle loro vignette fosse Maometto. Laici amorevoli protettori dell’intoccabilità di un dogma figurato. Vorrei davvero capire chi sono i veri bigotti.Ben pochi ho trovato che dicessero: sì, c’entra anche l’ultima cena cristiana, e allora?, si scandalizzino gli ignoranti. Quale storia dell’arte hanno studiato, tutti questi laici, se ne hanno studiata una?
Forse quella, noiosissima e vasariana, che affligge gli studenti della scuola di matrice idealistico-gentiliana del nostro paese: un corteo monotono di autori e capolavori. Non certo la storia, che a scuola non si studia, delle persistenze dei motivi iconici (leggere Aby Warburg), dell’anacronismo delle immagini (leggere Georges Didi-Huberman), della vita delle forme (leggere Henri Focillon), della migrazione dei simboli (leggere Jurgis Baltrušaitis).Polemizzare con la storia dell'arte è ridicolo. Negarla è ridicolo. Qualunque cosa si possa pensare del cristianesimo come ideologia prepotente e appropriativa, è un fatto che l'iconografia cristiana è dominante nella nostra cultura, e fare finta che non esista è ingenuo o ignorante. E la cerimonia parigina pescava a piene mani nell’immaginario occidentale.
Possiamo forse criticare la scelta dei francesi di aver approfittato di un evento planetario per una celebrazione della propria grandeur, ma non possiamo fare finta che quei riferimenti non ci fossero.Offesa? Mancanza di rispetto? Nessuno ha offeso singole persone di credenti. Le ideologie, invece, e anche le fedi, possono essere criticate, parodiate, ribaltate senza che alcuna intimidazione morale possa impedirlo, in una società libera. E infatti, a Parigi è stata la cultura occidentale a parodiare sé stessa. Ma non sarebbe bello se ogni popolazione prendesse in giro la propria cultura? Prenderci tutti meno sul serio ci risparmierebbe aggressività e guerre.
FOTOLIBRI SUL COMODINO
Aby Warburg, Mnemosyne. Aragno
Henri Focillon, Vita delle forme. Einaudi
Jurgis Baltrušaitis, Il Medioevo fantastico. Adelphi
Georges Didi-Huberman, Storia dell’arte e anacronismo delle immagini. Bollati Boringhieri