I cingoli soavi di Paola
di Michele SmargiassiAveva ragione Piero Berengo Gardin, grande fotologo e cugino di Gianni: Paola Agosti è “il più fragile carro armato che io abbia mai incontrato”. Anche io l’ho incontrata, Paola, fugacemente, molto più tardi di quando avrei dovuto, e mi sono trovato di fronte una donna dallo sguardo indagatore, dal sorriso accattivante, dall’atteggiamento gentile, ma ironico e vagamente dolcemente canzonatorio. E mi sono detto, eccola, finalmente, è dunque lei la fotografa dell’America Latina dei combattimenti di galli e di umani, degli Usa delle persone sole, della Marsica delle contadine diventate operaie, del Portogallo dei garofani nelle canne dei fucili, dell’Africa dell’apartheid che non finisce mai e delle ribellioni che finiranno male, dei villaggi dimenticati dell'Italia dei vinti e di quell’altra Italia da dimenticare, quella dei satrapi democristiani che ridono, ridono, ma che diavolo avranno da ridere…
Sono davvero felice che per Paola Agosti sia questo un tempo di intensa attività, non dico riscoperta perché non c’era mai stata dimenticanza, ma di grande attenzione sì: diverse mostre quest’anno, una appena aperta a L’Aquila, Lisbona, la notte è finita!, nel cinquantesimo anniversario della rivoluzione portoghese; un libro autobiografico, Itinerari. Il lungo viaggio di una fotografa, che è anche una splendida antologia retrospettiva, e un altro, attesissimo, in arrivo, Covando un mondo nuovo, uno sguardo all’universo femminile e femminista degli anni Settanta, pensato e organizzato assieme a Benedetta Tobagi.Ne sono felice non solo da guardatore professionale di fotografie, ma anche da partecipante civile degli stessi aventi che Paola ha raccontato in quel suo lungo viaggio. Considero Paola, una mia contemporanea, non solo perché vederla nelle foto che fecero a lei allora, quella figurina esile, striminzita ancora di più dai tremendi pantaloni a zampa di elefante, quella pettinatura a caschetto, quei golfini a righe me la rende simile nel ricordo a certe mie compagne di classe più emancipate e disinvolte; ma soprattutto perché lo spirito che perfora la carta delle sue immagini di quegli anni è riuscito a rimanere nel tempo sapientemente fresco. Se non ci fossero le cose che ci racconta a parole, basterebbero quelle immagini a farci capire che il suo segreto è sempre stato lo stupore, uno stupore informato e consapevole, ma aperto alla sorpresa della vita e della storia.
È solo così che Agosti ha saputo cogliere qualcosa che non sembrava importante, ma che lo sarebbe diventato: come quel suo ritratto a Salvador Allende mentre gioca ridendo col suo cane, a Valparaiso, nel 1970, che adesso è l’icona di quel che non è stato ma che era giusto che fosse. Quel fragile carro armato sapeva demolire barriere formidabili. Per esempio, quelle che le opponevano grandi intellettuali un po’ troppo patriarcalmente sussiegosi di fronte alle lente di quella ragazzina. Riuscì, ad esempio, a forzare il rifiuto ostinato a sorridere di Eugene Ionesco. Barriere infrante con un’alzata di spalle, come quando a una festa in di casa Agnelli venne chiamata per le foto di rito e poi invitata a pranzare in cucina assieme alla servitù; o con una battuta feroce, come quando, a un annoiato Alberto Moravia, che detestava farsi fotografare, chiese “Ha già preso il caffè?”, “No, perché?”, “Perché così la smetterebbe di sbadigliarmi in faccia”. Fragile ma senza soggezione, non ha mai taciuto i suoi giudizi anche taglienti sui mostri sacri, per esempio Claude Lévi-Strauss: “Raramente ho incontrato un uomo più antipatico”…
I colleghi maschi, speriamo non tutti, la vedevano di malocchio, Ai photoeditor dei rotocalchi sussurravano a denti stretti: “Nun je comprà compra le foto a quella, che c'ha er padre miliardario“. Questa maldicenza, di essere “torinese e borghese”, l’ha accompagnata tutta la vita. Lei ha fatto spallucce. E i colleghi li ha lasciati spesso con tanto di naso, come quando Giancarlo Pajetta la prese sottobraccio e spacciandola per la sua assistente la fece entrare nella riservatissima conferenza dei partiti comunisti europei, unica fotografa ammessa, per la rabbia verde dei colleghi rimasti fuori. Con lei, insomma, la storia è stata indulgente, perfino protettiva: nel dicembre 1973 Muhammar Gheddafi la strattonò in una strada di Algeri, togliendola dalla traiettoria di una jeep in corsa; insomma Agosti è una delle poche persone al mondo che possa dire di essere stata salvata e non minacciata dal despota libico.
Fotografa corsara, nel senso che non aveva problemi a correre dietro la storia, fotografa da scatto e non da stampa, “Non mi piace il lavoro da camera oscura, ho sempre fatto sviluppare e stampare le mie fotografie dal laboratori per professionisti”. Fotogiornalista ribelle fondatrice con Aldo Bonasia di una agenzia sovversiva che si chiamava Dfp, Documents For Press, ma che tutti gli aderenti chiamavano Difesa Fotografi Poveri. Fotografa fiera di lavorare per il documento e non per l’arte, convinta ad allontanarsi dalle velleità creative già quand’era sui banchi del liceo artistico. Per lei la fotografia “non è una vocazione ma uno strumento che mi ha consentito di sentirmi libera, di disporre del mio tempo come meglio credevo, di viaggiare per il mondo, fare esperienze importanti.E poi, quell’etichetta che non ha mai accettato, che le hanno un po’ troppo imposto: “fotografa femminista”.
Certo, le sorelle dell’iosonomia le ha fotografate tanto, ma tanto, però come fotografa, non come militante: “Non avevo lo slancio e la rabbia delle attiviste”, e non le piaceva che nei cortei e nei girotondi con le gonne a fiori e gli zoccoli la accogliessero volentieri “solo in quanto donna, non perché si comprendesse il valore della fotografia”. Anni dopo, Agosti sa esercitare il suo giudizio critico anche su quella stagione, a cui pure fornì icone formidabili e una valanga di copertine per Noi Donne: “Trovo che la fotografia abbia avuto un ruolo contraddittorio rispetto alle emancipazione e alla liberazione femminile: raccontava la condizione della donna ma veicolando anche stereotipi”.Di Paola Agosti, poi, va ammirata una scelta, che davvero pochi dei suoi colleghi e delle sue colleghe hanno saputo fare: abbandonare la fotografia quando si è accorta che era il momento. Per lo stupore e magari anche il rammarico di sue grandi amiche, come la storica Liliana Lanzardo: “: “Da cosa dipende? Da mutamenti nella società, da un percorso di saturazione individuale, di stanchezza, o è vero rifiuto?
”La risposta è in quello che Paola ha fatto dopo aver appeso la fotocamera al chiodo (tranne che per gli animali, cani e gatti, ma anche pinguini e struzzi: il suo progetto per una reincarnazione è fare l’etologa). Non ha rifiutato nulla, ha continuato a lavorare per la fotografia, con le fotografie sue e soprattutto con quelle degli altri, facendosi storica, ricercatrice, curatrice, editor. Avanti, ancora avanti anche adesso, nello sferragliare dei suoi fragili cingoli corazzati. “Così mi piacerebbe essere ricordata: per la determinazione e la tenacia nel perseguire l'obiettivo che mi sono prefissa”.
FOTOLIBRI SUL COMODINO
Paola Agosti, Benedetta Tobagi, Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta. Einaudi (in corso di pubblicazione)
Paola Agosti, Giovanna Borgese, Mi pare un secolo. Ritratti e parole di centosei protagonisti del Novecento. Einaudi (fuori catalogo)
Paola Agosti, Nuto Revelli, Immagine del «Mondo dei vinti». Mazzotta (fuori catalogo)
Paola Agosti, Silvia Bordini, Rosalba Spagnoletti, Annalisa Usai, Riprendiamoci la vita. Immagini del movimento delle donne. Savelli (fuori catalogo)