Roma, la città dis-eterna

Gabriele Basilico, Roma, 1989 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico
Gabriele Basilico, Roma, 1989 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico 

Che a guardarla sia un grande visitatore come Gabriele Basilico, o quindici abitatori, la caput mundi del caos mostra le sue impermanenze e le sue differenze

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“Vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l'erme. Torri degli avi nostri, Ma la gloria non vedo” (Giacomo Leopardi, All’Italia)

Il poeta infelice almeno vedeva le mura e gli archi. Adesso, chi abita a Roma nemmeno più quelli vede. Non li vede perché non li guarda, perché non gli dicono più nulla sullo svolgersi delle sue giornate negli spazi di una città mediterraneamente caotica, una città offerta agli altri e sofferta da chi la abita. Non c’è neanche una colonna o un’erma nelle perlustrazioni fotografiche dei quindici autori a cui un’idea di Leica Camera Italia e dell’editore Contrasto ha proposto di narrare Roma chilometro zero sotto forma di una mostra e di un libro ovvero la caput mundi che rompe il capo di chi ci vive.

Lavinia Parlamenti, A.A.A.A. – Avventure Atomiche d’Agosto e d’Asfalto © Lavinia Parlamenti
Lavinia Parlamenti, A.A.A.A. – Avventure Atomiche d’Agosto e d’Asfalto © Lavinia Parlamenti 

C’è due volte un’immagine del Colosseo, ma sono simulacri: una è un modellino chiuso dietro una grata, l’altra è un gelato mezzo squagliato sui sampietrini bollenti della Roma di agosto (il mese che prende il nome da un imperatore romano).Ho in borsa questo libro mentre visito un’altra mostra di immagini di Roma: Gabriele Basilico Roma anche questa accompagnata da un libro che il ministero della Cultura ha voluto fosse allestita nelle sale di Palazzo Altemps, cioè in un luogo impossibile per una mostra di fotografie: stanze auguste piene di statue della romanità, pareti affrescate che non si possono toccare.

Gabriele Basilico Roma, allestimento di mostra
Gabriele Basilico Roma, allestimento di mostra 

Eppure, questo limite pazzesco ha prodotto una cosa geniale: sui loro pannelli autoreggenti, le grandi fotografie di Basilico abitano quelle stanze da ospiti strani, che le divinità, gli adoni e le ninfe di candido marmo sembrano guardare con sbalordito sospetto. Un cortocircuito fra la storia di una città che si è voluta e creduta eterna, e la prova provata, nelle immagini, della sua dis-eternità, della sua sorte effimera e metamorfica. Bene, nelle fotografie di Basilico, che si è occupato di Roma in diverse occasioni per oltre un quarto di secolo, le mura e gli archi ci sono. Ma, ha ragione Leopardi, la gloria non c’è. Ma non c’era neppure nelle incisioni di Piranesi, che di Basilico è il grande fratello spirituale, ispiratore e antagonista. Quella Roma delle glorie eterne, quella capitale arrogante di un impero buzzurro e muscolare, nelle incisioni di Piranesi erano pateticamente sottoposte a quella che potremmo chiamare la “critica delle erbacce”. Pietre smozzicate e abbandonate a una storia che non sa più che farsene, se non fingere di meravigliarsi per la loro ormai tramontata possanza. Roma, per Basilico, deve essere stata un unicum.

Lui, misuratore di metropoli, era stato educato dalla sua Milano a osservare l’uso dello spazio con l’occhio clinico di un anatomopatologo, con la freddezza di chi analizza un organismo e le sue patologie senza l’emozione di chi ne è colpito, e anche senza l’ansia di chi avrebbe il compito di porvi rimedio. Ma, di fronte a Roma, quello sguardo clinico non si può usare. Lo spazio storico di Roma non tollera astensionismi estetici: devi prendere posizione, devi giudicare. Infatti, a Roma, Basilico inventa un metodo che usa solo per Roma. Apparentemente la sua selezione dello spazio è quella che gli conosciamo: perfetta nella scelta del punto di vista (ci sono i provini in mostra: bene, se fa due o tre scatti quasi mai è per cambiare l’inquadratura, ma solo per aggiustare elementi linguistici come l’esposizione o forse il tempo di posa), descrittiva, inclusiva, a volte spettacolare nella sua disposizione dei piani prospettici. La particolarità sta nel modo in cui sceglie i soggetti (anche all’interno di precise committenze).

Roma pretende il confronto con la storia? Bene, sembra dirsi Basilico, sono pronto, ma nel confronto scelgo io che ingredienti mettere. Quel muso di una macchina che spunta tra le rovine del Foro Romano, avrebbe potuto escluderla, o chiedere o aspettare che si spostasse, no? No. Doveva esserci. Il messaggio è evidente: vedo le mura e gli archi, e vedo anche un cofano di automobile. E quella Porta Portese, qualsiasi fotografo “documentarista” si sarebbe rifiutato di fotografarla con quei due camion di una ditta di isolanti parcheggiati simmetrici come le nicchie (per non dire che avrebbe escluso il vespasiano sulla sinistra). Basilico li lascia dentro, facendo finta di non averli notati. Paolo Monti faceva estirpare dai vigili urbani ogni segno della modernità motorizzata dalle sue vedute dei centri storici d’Emilia, Basilico no, sa che questa è la città di adesso, non raccontiamoci favole.

Volete aprire gli occhi o no? E in questo non c’è nessun robespierrismo ecologista, nessuna indignazione antimoderna, c’è la rivendicazione di un ruolo, quello dell’analista dello spazio, che non tollera ipocrisie.Per questo, alla fine, il suo sguardo da visitatore non è poi l’opposto dello sguardo dell’abitatore. Basilico sfugge alla retorica selettiva dei grandi viaggiatori a Roma, ciechi a tutto ciò che non si aspettavano, o non gradivano di vedere, quei distratti e ciechi visitatori che ammiravano i “superbissimi mausolei” eretti a gloria di eroi di cui non sapevano neppure il nome, né gli interessava saperlo, oggetto di un superficiale consumo estetico arricchito da triviali brividi mitologici.

Francesca Spedalieri, Fuori raccordo © Francesca Spedalieri
Francesca Spedalieri, Fuori raccordo © Francesca Spedalieri 

Avere scelto quindici fotografi non rinomati, ma bravissimi (perdonate, non vi ammannisco la lista dei nomi, ma cercate di conoscerli uno ad uno, sfogliando il volume), ma tutti abitanti a Roma, avere scelto la visione della abitudine, della conoscenza vissuta e ripetuta, è stata un’idea vincente. “Potremmo essere ovunque ma siamo qui”, dice uno di questi autori, ed è una espressione folgorante: tiene assieme la marmellata planetaria della modernità, e la necessità fisica, ineliminabile, di vivere in un posto solo per volta, e quindi di capire dove sono qui ed ora.

Gianni “Gianorso” Rauso, Velaria © Gianni “Gianorso” Rauso
Gianni “Gianorso” Rauso, Velaria © Gianni “Gianorso” Rauso 

Le risposte sono, potete immaginarlo, molto diverse. L’ubi consistam di ciascun fotografo è il frutto delle sue inclinazioni, dei suoi percorsi, dei suoi stili di vita. Il parco alberato, magari non uno dei più famoso ma quello ai bordi. Il quartiere, anzi la città-nella-città, perché Roma, dice un altro autore, è una somma di identità isolate, un arcipelago di rioni grandi ciascuno come una città. Ogni racconto è la ricerca, caparbia, di una differenza, perché sono solo le differenze che possono salvarci dal mare dell’omologazione.

Dove vivi, dentro o fuori il Gra? Preferisci quartieri di cemento o spazi di verde selvatico? E la città della storia? Quella, per vederla, devi occultarla, devi scurirla con le ombre della notte. E poi cercare l’incongruo urbano, la sorpresa involontariamente sarcastica, o girare gli occhi un museo per cercare il dettaglio che cambia di senso alla stanca esposizione di reperti morti. Devi popolare la scena, qualunque essa sia, di presenze amiche, umane, di piccole sacche di resistenza al divoramento identitario. No, la contrapposizione nella fotografia urbana contemporanea non è dopo tutto fra sguardo da fuori e sguardo da dentro, ma tra complessità e semplificazione, tra identità e omologazione.

Gabriele Basilico, Roma, 2007 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico
Gabriele Basilico, Roma, 2007 © Gabriele Basilico, Archivio Gabriele Basilico 

Solo così, distinguendo, includendo tutto senza ipocrisie, può capitarti di ritrovare una poesia della città, come a Basilico capitò in uno dei suoi lavoro più affascinanti e magici, il suo viaggio attorno al Tevere, lasciandosi guidare dai suoi argini (come si era fatto guidare dai bordi del mare in Normandia), raccontando poi quel viaggio a braccetto del fiume con quei suoi inediti colori autunnali attutiti e muschiosi, così poco “romani”, i colori che non descrivono un luogo, ma uno stato d’animo, perché vivere in una città non è altro che questo, uno stato (d’animo) in luogo.

FOTOLIBRI SUL COMODINO

Alessandra Mauro (a c.), Roma Chilometro Zero. Contrasto

Matteo Balduzzi, Angelo Piero Cappello, Giovanna Calvenzi (a c.), Gabriele Basilico Roma. Electa

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