È una delle prime opere che vedi entrando nei sotterranei dell’Ara Pacis, a Roma. Anzi, è un dittico. Un dittico non premeditato. A sinistra c’è Baia delle Zagare, una delle fotografie più celebri e celebrate di Franco Fontana. Semplicissima come la maggioranza delle sue: è quasi un Rothko, una stratigrafia di colori in rapporto armonico tra loro per tonalità e dimensione, ma ovviamente ci riconosci quel che era davanti all’obiettivo: una spiaggia vista dall’alto, che he dall’ombra degli scogli passa alla luce e poi ala battigia e poi al mare e poi al cielo. Un’astrazione talmente concreta, una trasfigurazione dell’oggettivo in meditativo, che fu scelta come poster per reclamizzare un’iniziativa del governo di Parigi sul pensiero francese nel mondo.
A destra c’è un’altra fotografia, sempre verticale. È datata 1968, due anni prima dell’altra, la didascalia dice solo Italia, si riconosce una tenda verde scuro, vista da un interno, che copre quasi interamente una macchina gialla posteggiata in un cortile. Beh: l’accostamento è folgorante. Se stingi gli occhi, sono praticamente la stessa fotografia. L’ombra in primo piano è la stessa, la fascia luminosa pure, e la tenda è al posto del mare. Perfino le proporzioni delle aree di colore sembrano ricalcate al millimetro.Ora, io escludo che Franco Fontana avesse coscienza di aver scattato, due anni dopo, una fotografia formalmente gemella della prima. Di fatto, la seconda è un inedito, una di quelle che si erano perse nel caotico archivio di Franco, a cui la figlia Cristina tenta eroicamente, e con qualche successo, di dare una struttura.È stato Jean-Luc Monterosso (sapete, il fondatore della Maison Européenne de la Photographie di Parigi, uno dei più noti conoscitori internazionali della fotografia d’autore) a vedere questa gemellanza, e a decidere di esibirla nella mostra-monstre che ha dedicato a Fontana, che si chiama Retrospective, una mostra di dimensioni sorprendenti, oltre duecento opere, la più importante che sia mai stata dedicata al maestro del colore, che da poco ha superato la boa dei suoi novant’anni (all’inaugurazione mi è venuto da dire “la mostra definitiva”, ma Monterosso mi ha corretto ammiccante: “Rien de définitif au monde !»).
Una mostra parla per accostamenti, percorsi e contrasti. Il testo di Monterosso, nel bel catalogo che accompagna la retrospettiva è eccellente, ma la sua organizzazione dell’opera di sessantacinque anni di lavoro del grande modenese è semplicemente magistrale. Quell’accostamento iniziale vale come una prefazione: caro visitatore, sappi che stai entrando in un mondo interpretato da una visione; quindi, non limitarti a guardare quel che vedi dentro la cornice, ma rifletti su come Fontana te lo fa vedere. Rifletti su come Fontana ha visto il mondo. Lo ha visto come una grotta di Ali Baba di forme da estrarre dall’invisibile, cioè dall’incapacità dell’uomo comune di vederle. Quelle due immagini così gemelle svelano un processo mentale: non è la bellezza o l’interesse di un soggetto che invoglia Fontana a portare all’occhio la macchina fotografica, è una magica organizzazione delle forme che lo chiama, ogni volta, come il bersaglio chiama il tiratore con l’arco zen. Che sia una macchia gialla o una spiaggia assolata, assediate entrambe da cortine scure, non ha molta importanza.
Ma attenti: ha importanza che quelle forme esistano, anche solo in modo potenziale, davanti a lui, Altrimenti, come Rothko, le avrebbe dipinte. Invece Fontana le vede, le estrae ma senza astrarle: la spiaggia è lì e resta spiaggia, la macchinina gialla è lì e resta una macchinina gialla.Non vi descrivo il lungo, complesso e perfino tortuoso itinerario della mostra: sappiate però che Monterosso vi porterà per mano attraverso queste ricorrenze, queste assonanze di forme che il mondo reale ha regalato a chi le sapeva vedere.Ora, temo che da questa descrizione vi siate facendo un’idea che purtroppo è un’idea che molti condividono su Franco Fontana: ovvero che sia un geniale visionario, uno sguardo fulminante per la composizione del mondo, ma in fondo un istintivo, privo di un “sistema”, come lo chiamava Leopardi, cioè senza una teoria del vedere.
Bene, forse all’inizio l’ho pensato anche io, ma qualche decennio di amicizia concittadina con Franco mi ha convinto che è un giudizio ingeneroso e sbagliato. L’ho capito bene questa volta come mai. Per il catalogo della mostra, Roberto Koch di Contrasto mi ha chiesto un testo a corredo di quello principale, un testo che facesse “sentire la voce di Franco”. Dopo decenni di interviste, ma anche di chiacchierate a casa sua o nel dehors del caffè Molinari di via Canalino, mi sono sentito di provare a riassumere il pensiero di Fontana secondo Fontana. Ho radunato appunti, ricordi, ritagli, e ho cucito frammenti di aforismi, frasi epigrafiche, ironiche, schegge di meditazione che alla fine, me lo dico da solo ma il merito non è mio, hanno trovato miracolosamente un’unità di discorso.
E sì, c’è un Fontana-pensiero, estremamente chiaro, coerente e oserei dire, nomen omen, franco, cioè sincero. Un pensiero che non è fatto di lunghe teorie ma di tessere che si giustappongono come quadri sulle pareti di questa mostra. Che cosa c’è in questo pensiero? Non è giusto frammentarlo di nuovo. Ma posso dire che c’è l’esperienza di un occhio che ha cercato incessantemente la significanza muta degli oggetti reali del mondo, il linguaggio segreto delle loro forme, a cui il riquadro del mirino ha consentito di emergere dal caotico insensato. Come in certi giochi enigmistici dove un riquadro pieno di lettere dell’alfabeto, apparentemente disseminate a caso, se lo guardi con attenzione, rivela l’esistenza di parole scritte in orizzontale, verticale, diagonale…E quindi, una teoria dopo tutto c’è, è una teoria sul ruolo del fotografo, che è colui che sa “eleggere per significare”, ovvero con la matita mentale fa un cerchio (un rettangolo…) attorno a quelle parole-forme nascoste e ai loro folgoranti incroci cruciverbali. E lo fa, questo sì, in un lampo di illuminazione.Vi trascrivo solo, come congedo, quella che per me è la più bella delle sue citazioni.
Una fotografia è come il lampo del fulmine che di notte ti illumina il paesaggio per una frazione di secondo, poi tutto scompare di nuovo nel buio, ma sulla retina dell’occhio ti resta l’impronta vaga di qualcosa, che magari è un sentiero.
FOTOLIBRI SUL COMODINO
Jean-Luc Monterosso (a c.), Franco Fontana. Una retrospettiva. Contrasto