Specchio, maschile riflessivo

Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni
Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni 

Un fotografo alle prese con l’autocoscienza del corpo maschile

4 minuti di lettura

Di che cosa abbiamo veramente paura, noi maschi già un po’ attempati, quando arriva quel momento, dico il momento di fissare l’appuntamento con l’urologo? Non ci fa mica tanta paura quella visita un po’ invasiva, diciamo. No, ci fa paura quello che il medico potrebbe dirci dopo. Ma cosa? Cosa ci spaventa davvero, cosa rischia di ferirci davvero: una cattiva notizia sulla funzionalità della nostra vescica, o sulla nostra virilità? O sulla nostra vita? Quale sarebbe la notizia peggiore?

“Fa più paura la parola cancro, o fanno più paura le parole incontinenza e impotenza?” scrive Mauro Boni nelle poche righe di spiegazione di una sua meditazione fotografica davvero fuori dagli schemi, di cui voglio parlarvi.Ho conosciuto Mauro e il suo lavoro a Pisa, dove l’amica Barbara Cerri ha voluto invitarmi per conto del circolo fotografico Il Gruppo, dell’arcipelago Fiaf, una banda di fotoamatori appassionati entusiasti e intelligenti che organizza ogni anno da ventidue anni una serata che si chiama IPLF, “Insieme per la fotografia”, durante la quale i circoli fotografici del pisano mostrano e discutono i lavori migliori dei loro soci, in un’atmosfera finalmente rilassata e non competitiva grazie all’assenza assoluta di graduatorie e premi. Non ci sono vincitori, solo riflessioni.

Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni
Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni 

E quando sulla bacheca sono state disposte le nove fotografie del progetto PSA - Prostatic Specific Antigene di Mauro Boni, la mia testa ha cominciato a riflettere furibondamente, perché un fotografo maschio che fa una cosa del genere io non l’avevo ancora visto. Le fotografe donne, loro lo fanno da tempo. Riflettere sul corpo, sulle sue rappresentazioni, nella salute e nella malattia. L’introspezione e l’esplorazione del proprio corpo prima, durante e dopo un intervento chirurgico pesante sono ormai quasi un genere specifico della fotografia femminile, declinato in modi sconvolgenti o delicati, espliciti o simbolici. Le fotografe hanno fatto della fotografia uno strumento potentissimo di analisi comparata della propria individualità sullo sfondo dei cliché, dei pregiudizi, delle costrizioni sociali.

E i fotografi? Spiace, no. Sarà anche un luogo comune, ma è vero. I maschi, dell’introspezione non sanno che farsene. Siamo spudorati esseri sociali, presuntuosamente prestazionali, corazzati di apparenze. Metterci a nudo non ci piace, né di fronte agli altri – alle altre – né di fronte a noi stessi.Ecco, Mauro invece l’ha fatto. E quel che più conta, lo ha fatto senza scimmiottare l’altro genere, senza fare un lavoro “femministo”. Lo ha fatto partendo da quel momento di crisi delle certezze, quel momento di messa a nudo dell’essenza umana maschile, quando l’apparizione di qualche asterisco sul foglio dei referti delle analisi del sangue fa sbriciolare tutte le nostre maschere.

È un momento che abbiamo vissuto tutti, noi maschi attempati: solo che non lo raccontiamo mai. Perché quella stellina ghiacciata congela un bel po’ di cose dentro la nostra testa. Fa scintillare, mentre collassano, le nostre convinzioni mute sullo specifico maschile. E questo, anche se ci riteniamo uomini aperti e non patriarcali, non ci piace.Ricordo ancora quando Daniela, la mia futura moglie, mi regalò, tanto per chiarire subito le cose, un libro sulla educazione patriarcale del maschio. Loro, le ragazze, in quegli anni Settanta leggevano libri-manifesto come Dalla parte delle bambine o Noi e il nostro corpo. Ma una femminista storica italiana, Carla Ravaioli, ebbe l’idea di scrivere qualcosa del genere per, sugli (e contro gli?) uomini: Maschio per obbligo. In quel libro c’era, smontata e smascherata, tutta la costruzione del castello ideologico del ruolo maschile, tutta la pedagogia che trasforma la tabula rasa di un bambino in un libro dei pregiudizi, tutta la tabella dei valori normativi e competitivi che il maschio deve raggiungere se vuol essere un maschio non deriso dai maschi.Ma era il libro di una femminista. Ed era un libro di scrittura.

Un maschio, un fotografo, che può fare?Bene, do atto a Mauro Boni di aver trovato un modo. Lui racconta che dopo quella visita medica cruciale (su cui ovviamente non gli ho voluto chiedere di più), nel ribollire di pensieri senza espressione, gli capitò durante un viaggio di trovarsi di fronte al proprio riflesso su una porta a vetri. Su quella porta, uno strano logo sinuoso interferiva con la sua immagine specchiata, all’altezza dei genitali. Altre volte non lo avrebbe notato, o l’avrebbe considerata una coincidenza ridicola. Quella volta, fu una sorta di rivelazione cifrata, una specie di messaggio senza parole inviato direttamente dalla sapienza del caso, un invito, fra il monito e il sarcasmo, a guardarsi per quel che si è: organismi fragili sotto una corazza di simboli.

Da lì, raccontava ancora, è partito il suo viaggio a tentoni nella foresta dei simboli dello status di uomo sospeso nel momento della propria fragilità. Un viaggio deliberatamente disarmato, cioè esposto, senza difese né schermi. Tutto in queste fotografie diventa trasparente e fragile come vetro. Il riflesso è lo strumento analitico: mescola la propria figura con l’ambiente, è schermo duro ma fragile e permeabile. Mauro attraversa lo specchio come Alice, e ci trova le cose che i maschi non vogliono vedere. La fragilità assai poco macho-man del proprio corpo nudo, segnato da qualche livido (di un intervento?), il riflesso di una finestra con le sbarre al posto della testa: la gabbia dei nostri cliché.

Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni
Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni 

Oltre il vetro Mauro coglie le immagini della femminilità erotizzata, che da desiderabili che furono si fanno beffarde, canzonatorie, schernitrici. Oppure intravvede il suo stesso mondo maschile, che ora gli appare vecchio come una stampa antica, benché rinnovato dalla pubblicità ossessiva dei prodotti che ci dovrebbero rendere più maschi.

Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni
Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni 

Oppure, ancora, dietro la porta scorrevole di un aeroporto, vede abbandonato per terra il nastrino dei bagagli con la sigla dell’aeroporto di Pisa, e quella sigla è proprio PSA: se c’era un modo per reinventare il genere della vanitas rinascimentale, il monito irridente sulla transitorietà della nostra esistenza terrena, be’, Mauro l’ha trovato.

Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni
Mauro Boni, da “PSA - Prostatic Specific Antigene” © Mauro Boni 

Ora, io sono un maschio che sta facendo complimenti a un maschio. Ma di fianco a me, al tavolo dei “lettori” delle proposte fotografiche, c’erano due donne, Orietta Bay e Alessandra Baldoni: e ho visto anche loro colpite dalla singolarità di questo esperimento di autocoscienza maschile che, almeno a quanto posso saperne io, non ha analoghi. Dunque, si può. Anche un fotografo può mettere in gioco, denudare la propria fragilità di essere umano di genere maschile, senza retorica, senza ribaltare banalmente le cose che fanno le donne. Si attendono altri esploratori disarmati dello specifico maschile.La fotografia, dopo tutto, ma questo lo sapevo già, ha qualcosa da regalare a tutti: la possibilità di una riflessione, in senso metaforico e in senso proprio. Basta saperla cogliere.

I commenti dei lettori