Valore facciale

Il volto ideale, leonardesco, di una donna secondo l’intelligenza artificiale
Il volto ideale, leonardesco, di una donna secondo l’intelligenza artificiale 

Come è accaduto che il volto, da specchio morale, sia diventato bene materiale e ostaggio politico

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Da ragazzino collezionavo francobolli, una piccola grande ossessione che non riuscirei, credo, a spiegare a un ragazzino di oggi. Bene, c’era quella espressione che trovavo nel catalogo Bolaffi, “valore facciale” che, lo sapevo benissimo, indicava il prezzo di vendita nominale di quel rettangolino dentellato, la tariffa per il servizio postale di cui certificava il pagamento. Ma per me, che vedevo allinearsi nelle taschine di acetato del mio album tutti quei profili di sovrani quell’espressione in qualche modo indicava “il valore della faccia”.

Sottilmente, l’idea che ogni faccia avesse un valore, e magari un prezzo, a volte molto basso, era il sospetto beffardo che mi suscitava quell’accostamento fra il solennissimo sembiante del monarca di turno e la modestissima spicciolata di centesimi scritta di fianco. Una forma di involontaria dissacrazione, se non addirittura di critica politica antiautoritaria.Non avrei mai immaginato che quella etimologia spuria contenesse una verità destinata, di lì a pochi decenni, a diventare evidente, letteralmente sfacciata.

Le facce oggi hanno un valore facciale, monetizzabile, si vendono e si comprano, o spesso si rubano, come merci preziose nel grande traffico di dati della Rete. Enormi cataloghi di facce (le nostre), nei dataset per l’allenamento neuronale, nutrono la fame insaziabile delle intelligenze artificiali. Grandi occhi inumani leggono le facce (sempre le nostre) mentre transitiamo per i tornelli delle security, e decidono se siamo autorizzati o sospetti. È legittimo dire che oggi il volto viene fotografato non per mostrarlo ad altri, ma per mostrarlo ai robot. Siamo carne da algoritmo.E questo, anche se ci avvicina a una condizione sociale distopica, almeno fa giustizia di un pregiudizio ingannevole e funesto: che la fotografia sia una forma d’arte. E fa bene Riccardo Falcinelli, con la sua consueta chiarezza di eccellente divulgatore, a stabilire una volta per tutte che "uno dei grandi malintesi e proposito delle immagini è credere che siano state create nel corso della storia esclusivamente per ragioni estetiche, cioè per essere contemplate, come accade quando andiamo a una mostra o al museo. Ma non è così. Le immagini della maggior parte dei casi nascono per essere utilizzate, consumate, al pari di qualsiasi altro oggetto materiale”.

E così è del volto, “l'oggetto che frequentiamo di più nella vita quotidiana e che, nonostante questo, sfugge di continuo”, l’oggetto plastico e metamorfico al quale Falcinelli, nel suo recente Visus, si dedica per tracciarne una avvincente storia culturale, traboccante di esempi e piena di ottime sintesi. Come quando, ad esempio, ci spiega che la fotogenia e la capacità di far somigliare il nostro volto reale al nostro volto fotografato, o che “la fotografia è, in sostanza, la prima tecnica di rappresentazione che responsabilizza il soggetto: se vieni male, è anche colpa tua”.

Ho letto questo libro assieme ad un altro, appena uscito; Volti, di David Le Breton. Un grafico e un antropologo, due approcci complementari, mi hanno fatto ragionare sull’enigma del viso umano, questa arte combinatoria di elementi semplicissimi e di numero ridottissimo (due occhi, un naso, una bocca) al punto che bastano pochi tratti anche elementari per farci vedere un volto in un oggetto a inanimato, o in una macchia sul muro (si chiama pareidolia); eppure, un volto è un puzzle capace di infinite variazioni, al punto che nessun volto somiglia davvero a nessun altro, che gli identikit sono fallaci, che quando scopriamo il sosia quasi perfetto, per esempio nei gemelli, ci appare una stregoneria inquietante.

E se questo è il volto, un’entità inafferrabile, la storia del ritratto diventa quella di un lunghissimo, millenario gioco a rimpiattino, ti ho visto ti ho preso, anzi no, sono io che scappo, non volevo davvero copiarti, non volevo la tua faccia, volevo la tua anima… Non lo abbiamo ancora ben capito, cosa chiediamo a un volto. AL volto dell’altro e al nostro, che sono in realtà due cose enormemente differenti. Il nostro, non lo conosciamo. Siamo davvero “ignoti a noi stessi” come scrisse Paul Valéry. L’esistenza dello specchio prima, la rivoluzione della fotografia poi ci hanno convinto di poter aver accesso al nostro stesso volto, ma non ci rendiamo conto che lo specchio ci tradisce (ci ribalta) e che la fotografia ci interpreta: che possiamo vedere il nostro volto, dice Le Breton, solo grazie all'intermediazione di un'immagine, che il nostro volto è sempre mediatizzato. E questo dovrebbe ammonirci a non considerare il volto come una cosa naturale.

Che non lo sia, basterebbe la storia dell’arte a dimostrarcelo: non abbiamo le stesse facce dei nostri progenitori dipinti nei secoli. Ma soprattutto, come ha detto Proust, il volto è un garbuglio insolubile, è “un grappolo di volti giustapposti su piani differenti”, è una sommatoria di epidermide, storia, muscoli, maschere, che ciascuno modifica a suo piacimento, e che offre agli altri in modo selettivo e condizionato. Lo specchio che abbiamo nell’ingresso di casa ci serve proprio per verificare che stiamo uscendo con la faccia giusta per l’occasione che ci aspetta. Perché ogni “faccia a faccia” è un incontro di semiosi. Il volto è una dichiarazione di presenza nello spazio pubblico: è lì, e non nella solitudine della nostra cameretta, che dobbiamo metterci la faccia. È lì che la nostra faccia diventa la posta in gioco della relazione sociale, politica, umana: un gioco impegnativo, in cui rischiamo di perdere la faccia.Possiamo ammettere la disturbane sensazione che il nostro volto non ci appartenga?

Dopo tutto, ogni volta che nasce un bambino, la folla dei parenti si applica con meticolosa ferocia alla dissezione del volto del neonato, con relativa distribuzione dei brandelli alla genealogia: il nasino è di zio Carlo, la bocca di nonna Marta… Ma soprattutto, il volto è una vetrina, quindi è comunicazione rivolta all’esterno, al passante, è poster e manifesto del nostro Io. Quindi è proiettato fuori di noi. La presunta, mai davvero dimostrata convinzione dei selvaggi che la fotografia rubi l’anima, dopo tutto ha un fondamento nel fatto evidente che la fotografia si appropria della nostra superficie di contatto con l’esterno (la nostra interfaccia sociale) e la replica in un oggetto asportabile. Ce ne siamo accorti, e Le Breton ce ne dà conto, di quanto il volto sia merce di scambio, quando l’abbiamo negato, per disposizione ministeriale. Le mascherine che portammo in tempo di pandemia (sembra un passato tenebroso, vero?) inibivano la soglia della relazione, sconcertavano il prossimo che non riusciva a leggere nella nostra mimica facciale l’eco delle sue parole. Per inciso, quell’esperienza fece crollare una convinzione tanto romantica quanto infondata, quella degli “occhi che parlano”: no, quando vedemmo solo gli occhi degli altri, non riuscimmo più a capire cosa ci stesse dicendo il loro volto.

A qualcuno forse piaceva, potersi nascondere dietro il mutismo prossemico imposto dal sipario sanitario. È umano non avere voglia di parlare a tutti quanti, sempre, senza interruzione. La mascherina come paura, come silenzio… Imposto, sì, ma le imposizioni possono sempre avere un imprevisto effetto avverso, come Le Breton ci racconta del velo islamico: chiaro esempio di supremazia patriarcale, permette però alle donne, come qualche indagine ha rivelato, di percorrere nascostamente il mondo dei maschi, sfuggire all’identificazione e prendersi qualche libertà segreta, magari anche un’infedeltà coniugale. Ma resti chiaro che negare il volto è negare l’identità, quindi negare l’umanità stessa. Il massacro somatico del volto e del corpo degli internati nei campi di sterminio precedeva e autorizzava, nella sua disumanizzazione, il massacro finale.

“Il razzismo - scrive sempre Le Breton - trasforma l'altro in una ‘brutta faccia’, ovvero ne fa un individuo anonimo, senza volto, che porta su di sé stimmate disprezzabili”. Negare il volto è il primo passo della destituzione di dignità umana.E invece, rubarlo? Al termine di questa storia del volto, che è la storia dell’umanità tout-court, siamo arrivati ormai al capolinea della espropriazione, sotto la doppia specie della mercificazione e del controllo sociale. Terminerete di leggere il libro-inchiesta di Kashmir Hill, La tua faccia ci appartiene, toccandovi il volto con me mani, per la paura ci non trovarlo più al suo posto. È la storia recente dell’invenzione de dell’implementazione dei procedimenti di face recognition, e scoprirete che è una storia di grande genialità tecnologica, senza dubbio, ma anche di enormi approssimazioni, di catastrofici errori, di rischi sottovalutati, di minacce neppure intraviste.

Un mondo senza volto è un mondo senza individui, un mondo-massa a disposizione di ogni progetto totalitario. Ma adesso questo scenario dispotico combacia colò suo apparente opposto. Un mondo dove ogni volto è riconosciuto e schedato. Espropriato e giudicato. La fisiognomica lombrosiana improvvidamente risorge nella versione della morfopsicologia computerizzata, quella che autorizza i servizi di sicurezza a “riconoscere le emozioni” per identificare i sospetti, dove il volto frammentato dalle misurazioni antropometriche viene ricomposto per estrarne un a sentenza di tipo morale: sei nervoso, ansioso, quindi sei potenzialmente colpevole. George Orwell l’aveva chiamato voltoreato. Viene da invidiare Dio, che non ha volto e si mostra a Mosè sempre e solo di spalle.

FOTOLIBRI SUL COMODINO

Riccardo Falcinelli, Visus. Einaudi

David Le Breton, Volti. Meltemi

Kashmir Hill, La tua faccia ci appartiene. Orville Press

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