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Fotografare l’intermezzo

George Georgiou, Scalo Greco. Da Knots#1 

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È ancora possibile rappresentare la città con la fotografia? Forse sì, ma…
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Non so se sia ancora possibile fotografare una città. In verità, non so se sia mai stato possibile. Nessun fotografo, neanche i più grandi, ha mai fotografato “una città”. Puoi solo fotografare frammenti, scaglie di città. Anche una panoramica, anche una fotografia dronica, anche una immagine satellitare zenitale non fotografano una città, che da quella distanza è solo un mosaico quasi astratto, illeggibile, inservibile, incomunicante.

Ma ci hanno provato in tanti. C’erano i sintetici. Dicevano di fotografare una città ma ne facevano una sineddoche. Cioè estraevano dettagli significativi di quella città, spesso monumenti o edifici ben noti, e li elevavano a rappresentanti del tutto attraverso una parte. Alcune di queste rappresentazioni, attraverso la ripetizione e la popolarità, diventavano simboli sostitutivi dell’idea di quella città, ovvero antonomasie. Insomma, fotografare una città era un esercizio di artifici retorici.Poi c’erano gli analitici. Rinunciavano alla rappresentazion…

Non so se sia ancora possibile fotografare una città. In verità, non so se sia mai stato possibile. Nessun fotografo, neanche i più grandi, ha mai fotografato “una città”. Puoi solo fotografare frammenti, scaglie di città. Anche una panoramica, anche una fotografia dronica, anche una immagine satellitare zenitale non fotografano una città, che da quella distanza è solo un mosaico quasi astratto, illeggibile, inservibile, incomunicante.

Ma ci hanno provato in tanti. C’erano i sintetici. Dicevano di fotografare una città ma ne facevano una sineddoche. Cioè estraevano dettagli significativi di quella città, spesso monumenti o edifici ben noti, e li elevavano a rappresentanti del tutto attraverso una parte. Alcune di queste rappresentazioni, attraverso la ripetizione e la popolarità, diventavano simboli sostitutivi dell’idea di quella città, ovvero antonomasie. Insomma, fotografare una città era un esercizio di artifici retorici.Poi c’erano gli analitici. Rinunciavano alla rappresentazione unitaria, e focalizzavano il tessuto urbano, alla ricerca dello schema, del pattern, della variazione nella ripetizione: le fabbriche, le facciate degli edifici, gli incroci.

Poi c’erano i romantici: per loro la città era la scenografia del passante, erano le quinte della commedia umana. Poi c’erano i divergenti: abbandonavano il centro per i margini, il significativo per il qualsiasi, si innamoravano delle periferie slabbrate, il loro monumento era la pompa di benzina.

Credo che nessuna di queste operazioni sia più possibile oggi, se non al prezzo di una pratica nostalgica, di un revival di stile. Quindi, fine della fotografia della città? Non lo so. Non ho una risposta. Le cerco sfogliando con attenzione gli esperimenti di alcuni temerari. Ne ho fra le mani un paio. Questo Urbs, ad esempio. Si presenta come un libro d’autore, che è Dario Sartini, rilegato a spirale, con le preziosità tattili e grafiche del genere e qualche vezzo di cartonage (formati diversi rilegati assieme, foglietti incollati a mano, trasparenze, stampa tono su tono. Lo produce una casa editrice coraggiosa, la siciliana Phaos, ideata da un cosciente e ragionante fotografo dello spazio urbano, Massimo Siragusa, che mi stupì a sue tempo con uno splendido libro sulla periferia di Roma.

Dario Sartini, da "Urbs" 

Urbs è un libro difficile da digerire. Sfogliandolo ti chiedi cosa stai guardando, cosa ci sia da guardare. Alcune fotografie, stampate nere su carta grigio scuro, ti richiedono un impegno quasi eccessivo di decifrazione. Ma capisco il senso del messaggio: non riuscirai a orientarti in questo caos, devi solo accettarlo per quello che è. Capisci, con una lettura non frettolosa della serie di immagini, che si tratta di un viaggio sui mezzi pubblici di Roma. (I mezzi e basta, per i romani, che assolutizzano certe incombenze urbane come mitologiche minacce, così anche per I lavori).

Sartini ha scattato da bordo dei bus, all’interno, alla soglia delle porte scorrevoli, e soprattutto attraverso i finestrini sporchi di pioggia sabbiosa, maculati di unto e graffitati dagli spray. Ma la poetica del paesaggio dal finestrino, così cara ai viaggiatori romantici che se lo gustavano come un precinema, un quadro animato, qui è fuori luogo. Del fuori si vede quasi niente e quel quasi è poco attraente, diciamo pure squallido. Ma non credo che si tratti della solita critica all’imbastardimento del paesaggio urbano, che ebbe come capostipite il celebre, splendido e malinconicamente iracondo La città invasa di Roberto Salbitani.

Dario Sartini, da "Urbs" 

Credo che sia una riflessione sulle ultime possibilità di visione che la città offre a chi non la visita con la spensieratezza cartolino-selfistica del turista per caso. La città dell’abitante, mi sembra che dica Sartini, è un residuo. È il deposito nell’occhio di quel che vediamo senza guardare. È un sovrappensiero urbanistico. Soprattutto, è qualcosa che si muove. Una Roma «che ansima e tira madonne ai semafori» scrive Irene Alison nei testi che mimano e traducono il senso del libro in parole. La rabbia ingoiata del quotidiano è la cifra della relazione degli abitanti con le metropoli, ormai. Non sanno con chi prendersela, perché la città non ha più un centro, un capo, un cuore, ha solo un aspetto, volubile, mobile, come gli scossoni che ti spingono addosso agli altri nel corridoio del bus. Fotografare in questo modo significa arrendersi alla possibilità di una reazione razionale? Non lo so. Il libro di Sartini mi sembra pessimista ma non rinunciatario. L’ho apprezzato per questo.

Francesco Giusti, Scalo Greco. Da "Knots#1" 

Quest’altro libro, Knots, mi sembra invece volonteroso. Sventola ancora la bandiera del “vogliamo capire”. Pur nella consapevolezza che la città contemporanea fa di tutto per impedirtelo. È un lavoro collettivo, frutto della collaborazione fra il Politecnico di Milano e l’agenzia di fotografi Prospekt, fondata da Samuele Pellecchia, che intreccia lo sguardo di alcuni fotografi con le riflessioni di architetti e urbanisti. L’impostazione è quella che da anni segue il sito Urbanautica, neologismo creato da Steve Bisson nel 2008 collidendo urbanistica e spazio web.

Il caso di studio è Milano, il focus sono le aree metamorfiche attorno agli scali ferroviari dismessi, pezzi di città che passano improvvisamente dallo stato di insensata desolazione a quello di investimenti ad altissimo profitto. Nel volume che raccoglie le perlustrazioni di questi spazi, le vediamo ancora nello stato di abbandono, ma grazie ai testi (e alle infografiche, e ai dati) non possiamo non guardarli come brandelli morituri di intenzioni urbanistiche trascorse e morte, in attesa di diventare blue chips di grandi speculazioni edilizie.

Samuele Pellecchia, Scalo Porta Romana. Da "Knots#1" (Samuele Pellecchia/Prospekt) 

È esperienza comune di tutti, credo, visitare uno di questi luoghi visti in stato di abbandono, quando sono stati ristrutturati. Il mio shock più forte di questo genere fu Potsdamer Platz a Berlino, vista nel 1990 e poi vent’anni dopo. Del prima non rimane più nulla, e ti sembra di entrare in un rendering. Quindi, in questi casi cosa fa la fotografia? Certifica un paesaggio urbano che non era così quando fu antropizzato, e non sarà così fra breve. Quindi, certifica una città del frattempo, dell’in-between, una città che in realtà non funziona e non esiste, almeno così sembra, perché poi, andando a vederla, la si scopre percorsa da tracce di esistenza, da persone, da residui di usi spuri ma umani: una baracca, un muretto coi ragazzini che chiacchierano, un deposito abusivo di materiali.

Quindi è vero, la città si muove a un ritmo tale che non ci resta negli occhi che un effetto di mosso, di blurred, di caos come nelle fotografie di Sartini. Però questa vecchia compagna bicentenaria che è la fotografia ha ancora quel potere magico di fermare l’attimo, e di congelare lo stato intermedio di questi cambiamenti, lo stato che scompare in fretta ma che in realtà può spiegare come la città si muove davvero.

La fotografia, scrive Gabriele Pasqui in uno dei testi del volume, «rende forse possibile una sospensione che esibisce le spaziature, vecchie nuove, nel loro continuo trasecolare». Questo sguardo extraumano di cui ci siamo dotati continua a fornirci generosamente le prove dell’“inconscio ottico” intuito da Walter Benjamin: quel che abbiamo visto senza sapere di averlo visto. La fotografia, letteralmente, “fa spazio” fra le metamorfosi interessate e speculative, e svela le tensioni dei nervi sotto la pelle dello spazio umano.Insomma, fotografare la città è ancora possibile.

Fotolibri sul comodino

Dario Sartini, Urbs, Phaos edizioni

Prospekt, Knots#1, Mousse Publishing

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