Quel primo titolo su Berlinguer e il “cantiere” di Scalfari
di Corrado Augias
Nel progetto iniziale di Eugenio Scalfari, questo quotidiano La Repubblica era già un “Cantiere Italia” nel senso che oggi intendiamo dargli. Un giornale che aiutasse a incrinare la durevole supremazia della Democrazia Cristiana, favorendo una maggioranza di tipo nuovo dove avesse ovviamente un ruolo anche la Dc (o una sua parte) ma insieme ad altre forze “democratiche e antifasciste”, come allora si diceva, su un piano il più possibile paritario e del quale facesse in qualche modo parte – ecco il vero punto – anche la consistente forza popolare rappresentata dal Partito Comunista finalmente sciolto dall’abbraccio soffocante di una morente Unione Sovietica.
Questo era il progetto, in termini attuali possiamo certamente definirlo di centro-sinistra: la corrente progressista della Dc avrebbe finalmente incontrato l’ala “migliorista” del Pci spostando durevolmente, solidamente, gli equilibri di fondo della politica italiana. Questo era nei voti, poi le cose andarono un po’ di qua e …
Nel progetto iniziale di Eugenio Scalfari, questo quotidiano La Repubblica era già un “Cantiere Italia” nel senso che oggi intendiamo dargli. Un giornale che aiutasse a incrinare la durevole supremazia della Democrazia Cristiana, favorendo una maggioranza di tipo nuovo dove avesse ovviamente un ruolo anche la Dc (o una sua parte) ma insieme ad altre forze “democratiche e antifasciste”, come allora si diceva, su un piano il più possibile paritario e del quale facesse in qualche modo parte – ecco il vero punto – anche la consistente forza popolare rappresentata dal Partito Comunista finalmente sciolto dall’abbraccio soffocante di una morente Unione Sovietica.
Questo era il progetto, in termini attuali possiamo certamente definirlo di centro-sinistra: la corrente progressista della Dc avrebbe finalmente incontrato l’ala “migliorista” del Pci spostando durevolmente, solidamente, gli equilibri di fondo della politica italiana. Questo era nei voti, poi le cose andarono un po’ di qua e un po’ di là rispetto all’astratta lucidità del progetto, come sempre accade con gli eventi della storia.
Devo aggiungere che questa idea non era completamente precisata alla nascita nei termini semplici in cui sto cercando di riassumerla. Se si ha in mente la prima pagina del primo numero (mercoledì, 14 gennaio 1976) si vede che il giornale apriva con un’intervista di Scalfari a Francesco De Martino, in quel momento segretario del Partito Socialista, con un titolo che tira subito in ballo il Pci: “Carte in tavola, compagno Berlinguer”.
Le idee si sarebbero però rapidamente chiarite. Quel nuovo giornale di ridotto formato e di scarna foliazione, sostanzialmente povero rispetto ai maggiori concorrenti, venne accolto dai “quadri” del Paese con un entusiasmo che ne mostrava la “necessità”. La Repubblica divenne rapidamente d’obbligo in tutte le mazzette dei dirigenti pubblici e privati, negli zaini di molti giovani e di molte donne. I temi lanciati sulle sue pagine rimbalzavano negli interventi politici e in televisione, di Repubblica si cominciò a dire, tra apprezzamento e sberleffo, che non era un giornale ma un partito politico.
Il progetto conteneva infatti due rilevanti novità, una politica, una di tecnica giornalistica. Quella politica avrebbe tragicamente preso corpo con l’uccisione di Aldo Moro da parte degli assassini delle Brigate Rosse (maggio 1978). Anche il leader democristiano aveva visto, con lo sguardo lungo dell’uomo di Stato, che la democrazia italiana non era completamente al sicuro poggiando sulla base dei cosiddetti “pentapartiti”, vale a dire una grande Dc con alcuni partitini di contorno; che era necessario un consistente allargamento di quella base nell’eventualità non troppo remota che si tentasse anche nella penisola un colpo di stato, come quello che nel 1973 aveva rovesciato in Cile il regime democratico di Salvador Allende.
Erano anni, ricordo, in cui la Guerra Fredda si combatteva frontalmente tra le due superpotenze, marginalmente colpendone gli alleati, Europa compresa, con manovre sotterranee della famigerata Cia. Agiva a Washington, all’ombra del Presidente, un uomo di raffinata abilità come Henry Kissinger che aveva ispirato il colpo di stato contro Allende, sosteneva il prolungamento della guerra in Vietnam, era contrario alla Ostpolitik di Willy Brandt.
Machiavelli? Forse, ma nell’esclusivo interesse del suo “Principe” e della sua patria d’elezione. Quando Moro s’era recato a Washington nel 1974 come ministro degli Esteri, Kissinger lo aveva avvertito con le famose parole, diventate leggenda: «O lei rinuncia a coinvolgere il Pci o c’è il rischio che debba pagarla cara». Un amichevole avvertimento e una possibile minaccia.
Dall’altra parte non andava meglio. Il 3 ottobre 1973, Berlinguer, che stava con infinita cautela perseguendo un disegno analogo, subì a Sofia, Bulgaria, un attentato che distrusse la macchina sulla quale viaggiava; rimasero uccise alcune persone che erano con lui. Poiché i medici dell’ospedale nel quale venne ricoverato ritardavano il suo rilascio, il presidente della Camera Sandro Pertini, con una delle sue repentine decisioni, mandò un areo dell’Aeronautica militare per riportarlo in Italia.
Cito questo episodi, alcuni antecedenti all’uscita di Repubblica, per ricordare quale fosse allora l’atmosfera internazionale e quali rischi corressero progetti politici (e, a diverso livello, giornalistici) che prevedessero un avvicinamento del Pci al governo. Poi le cose accelerarono dopo l’assassinio di Moro, il crollo del Muro di Berlino e della stessa Unione Sovietica, una chiusura drammatica per il XX secolo, con qualche problema risolto, altri lasciati in eredità a noi che ne stiamo soffrendo.
L’altro aspetto rivoluzionario di Repubblica come “cantiere”, connesso al primo ma di diverso ordine, è la sua impostazione culturale. Politica e letteratura, per esempio. Chi non ha memoria di quegli anni e di quelle persone, ignora quale diversa importanza avessero questi due termini per molti rappresentanti politici, e per alcuni giornalisti. Oggi siamo abituati a rappresentanti politici di cultura approssimativa anche in termini generali. Per il gruppo fondatore di Repubblica e per numerosi esponenti politici la cultura era un elemento indispensabile. Scalfari lo dimostrerà, tra l’altro, collocando le pagine culturali esattamente al centro. Si dava così alla cultura un’importanza che già spazio e collocazione rendevano evidente.
C’era la convinzione che solo una politica che fondasse anche su solide scelte culturali potesse avere qualche possibilità di cambiare il Paese. Non era del tutto vero, ma anche da questo punto di vista il nuovo giornale confermava la sua vocazione di “cantiere”, investiva i modi in cui cultura e informazione politica erano stati tenuti insieme, a cominciare dal senso della Storia che Scalfari aveva fortissimo, imbevuto com’era del miglior insegnamento di Benedetto Croce, di Antonio Gramsci, di Piero Gobetti. Quanto di meglio il pensiero liberal socialista aveva prodotto, il richiamo ad un’Italia vicina all’Europa, agli ideali libertari, alle grandi rivoluzioni illuministe, a partire da quella americana.
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