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Più lavoratori, ma poveri. Una marea da arginare

(ansa)

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L’economista Ocse: “Record di occupati, ma le paghe non hanno recuperato i livelli pre Covid e non c’è lo scudo del salario minimo”
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Il mercato del lavoro italiano continua a registrare record su record. A luglio il numero di occupati ha superato i 24 milioni, il tasso di occupazione - l’unico valore che si dovrà davvero considerare negli anni a venire visto la forte e drastica transizione demografica in corso - ha raggiunto il 62,3% in media e il 53,6% tra le donne. Siamo ancora ben lontani dall’obiettivo che era stato preso con la Strategia di Lisbona nel 2000 di portare il tasso di occupazione al 70% e quello dell’occupazione femminile al 60%, entro il 2010 ma si tratta di un risultato indiscutibilmente positivo.

Aumentare la forza lavoro è una condizione necessaria per far crescere l’economia (l’altra è l’aumento della produttività) e ridurre la pov…

Il mercato del lavoro italiano continua a registrare record su record. A luglio il numero di occupati ha superato i 24 milioni, il tasso di occupazione - l’unico valore che si dovrà davvero considerare negli anni a venire visto la forte e drastica transizione demografica in corso - ha raggiunto il 62,3% in media e il 53,6% tra le donne. Siamo ancora ben lontani dall’obiettivo che era stato preso con la Strategia di Lisbona nel 2000 di portare il tasso di occupazione al 70% e quello dell’occupazione femminile al 60%, entro il 2010 ma si tratta di un risultato indiscutibilmente positivo.

Aumentare la forza lavoro è una condizione necessaria per far crescere l’economia (l’altra è l’aumento della produttività) e ridurre la povertà. Non avere un lavoro resta la causa principale di povertà in Italia come altrove. Ma ancora oggi, avere un lavoro non è sufficiente per evitare di cadere in povertà.

Nel 2023, il 9,9% degli occupati era povero, una cifra in calo rispetto al picco del 12,3% toccato nel 2017 e 2018, ma pur sempre più elevata della media europea (per ragioni statistiche, queste stime considerano solo coloro che lavorano almeno sette mesi all’anno. Se si estendesse la platea anche a chi lavora un solo mese la percentuale salirebbe).

E questo non è un problema solo per i lavoratori di oggi ma anche per i pensionati di domani. Un lavoratore povero sarà con buona probabilità un pensionato povero, ammesso che riesca a cumulare il minimo contributivo necessario per una pensione.

Le cause di queste fenomeno che persiste nel tempo sono legate principalmente alla scarsa intensità di lavoro - cioè lavorare poche ore a settimane o poche giorni/settimane all’anno – e al numero di familiari a carico. Per questo motivo, l’aumento dell’occupazione femminile e il (leggero) aumento delle ore lavorate da ciascun lavoratore rispetto al periodo pre-Covid sono segnali nella giusta direzione per ridurre il numero di lavoratori poveri.

Nel 2023, il 16% di lavoratori era occupato a tempo parziale, la metà di essi non per scelta propria ma perché non avevano trovato una possibilità di lavoro a tempo pieno (i cosiddetti “part-time involontari”), in calo rispetto a una decina di anni fa quando erano due su tre.

Tuttavia, una parte dei benefici derivanti dall’aumento del numero di occupati e delle ore di lavoro sono stati cancellati dall’inflazione che facendo aumentare il costo della vita ha alzato l’asticella per uscire dalla povertà. In Italia il calo dei salari reali non solo è stato tra i più elevati, ma è anche quello dove il recupero è più lento.

Nel primo trimestre del 2024, i salari reali erano ancora inferiori del 6,9% rispetto a prima della pandemia. Grazie ai rinnovi di importanti contratti collettivi, soprattutto nel settore dei servizi, il recupero dovrebbe accelerare nei prossimi mesi. Ma, nel complesso, ci si aspetta che la crescita dei salari reali resti relativamente contenuta.

Rispetto ad altri Paesi, l’Italia sconta la mancanza di un salario minimo che altrove ha protetto in maniera decisamente reattiva i lavoratori a basso reddito. Ma soprattutto sconta il forte ritardo nei rinnovi contrattuali, un fenomeno che va avanti da almeno un decennio, ma che è diventato insostenibile con il picco inflazionistico.

Nei prossimi mesi, trovare meccanismi per incentivare la rinegoziazione regolare dei contratti collettivi (e combattere contro la proliferazione dei contratti da parte di sigle ad hoc) sarà una priorità se il sistema di relazioni industriali vuole preservare la propria autonomia e soprattutto la propria capacità di influire positivamente sulla vita di imprese e famiglie.

La dimensione salariale, per quanto importante, però, è solo uno dei fattori dietro l’elevata incidenza di povertà lavorativa e non il più importante. Come scritto, pesa soprattutto il part-time involontario e il lavoro discontinuo. La tentazione di procedere per legge in questi casi è forte (in dieci anni, le regole sui contratti a termine sono cambiate tredici volte) ma non necessariamente efficace.

In Francia, per esempio, nel 2014 hanno introdotto una durata minima della settimana lavorativa di 24 ore. La riforma, però, ha avuto l’effetto perverso di diminuire le assunzioni di donne e aumentare le assunzioni di uomini a tempo pieno. Più attenzione si dovrebbe dedicare al ruolo che il sistema fiscale e di prestazioni sociali gioca nell’incentivare (o disincentivare) il lavoro femminile e le ore di lavoro. In alcuni casi il costo in termini di tasse o prestazioni sociali perse (RdC, Naspi, assegno unico, ecc.) è superiore al guadagno che si può sperare di ottenere lavorando.

Guardando ai mesi a venire ci sono ragioni di essere ottimisti: la carenza di manodopera e il calo dell’inflazione giocano a favore dei lavoratori. Potremmo essere ancora più positivi se, diversamente da quanto avvenuto finora, le politiche pubbliche provassero a superare la dicotomia occupato/disoccupato e riconoscessero l’esistenza e la rilevanza di una zona grigia tra lavoro e non lavoro che merita decisamente più attenzione di quella ricevuta finora.

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