ROMA - Molti rimpianti, ma nessun rimorso. Anche ieri i massimi dirigenti di Cgil, Cisl e Uil hanno confessato la propria amarezza per una "festa del lavoro" che, per la prima volta, dal 1970, sarà separata, ma anche la convinzione che sarebbe stato ipocrita erigere una facciata unitaria sopra divisioni tuttora profonde, anche dopo gli ultimi sviluppi del dibattito sul decreto antinflazione. Ognuno continua a difendere le proprie buone ragioni, né, del resto, sono stati tentati grandi sforzi per mettere in piedi un primo maggio unitario, nel momento in cui le singole Confederazioni sono impegnate a fondo a ricostruire una propria identità organizzativa e di base.
Succede, così, che, dove la pressione unitaria di base è più forte, cioè nelle grandi città operaie come Milano e Torino, le manifestazioni saranno comuni, ma senza discorsi, sostituiti dalla lettura di un appello unitario, quasi una riedizione dei "comizi muti" immediatamente precedenti all'accordo del 22 gennaio 1983. Metnre ad esempio, a Roma, dove l'effetto-vetrina è più forte, si svolgeranno contemporaneamente tre manifestazioni: quella Cgil a piazza Navona, quella Cisl, al Tendastrisce, quella Uil al Teatrotenda. Le inevitabili polemiche a distanza dovrebbero essere attenuate dal desiderio comune di non approfondire le divergenze e anche dal carattere di festa che tutt'e tre le Confederazioni intendono accentuare nella celebrazione di oggi. I problemi politici, però sono tutti ancora aperti. Se il socialista Ottaviano Del Turco, sull'"Avanti", sottolinea che "a star soli si guadagna in chiarezza, ma non si guadagna in forza e capacità di far fronte ai problemi", contemporaneamente Luciano Lama sull'"Unità" e Franco Marini sul "Popolo" ribadiscono due posizioni divergenti sulle possibili modifiche del decreto bis.
Marini riapre la polemica contro "una battaglia politica del Pci che chiaramente sottovaluta e trascura gli interessi più profondi dei lavoratori" e precisa che l' unità sindacale "non può prescindere dalla linea sulla quale realizzarla". Per la Cisl questo significa occupazione giovanile, abbattimento del differenziale inflazionistico, giustizia fiscale, mentre il recupero dei tre punti è "questione di bandiera e di prestigio che mostra tutta la sua fragilità". Non manca, nell'intervento del segretario generale aggiunto della Cisl una frecciata alla Dc, identificabile nei "troppi e gratuiti mediatori che pensano di risolvere i problemi reali, scavalcandone il merito". Per Lama, invece, "i tre punti non possono andare perduti, ma occorre reintegrarli nel salario come base di partenza per una riforma dei contratti".
È la riaffermazione della proposta unitaria Cgil già avanzata in Parlamento, che Lama rilancia, sostenendo che la battaglia parlamentare sul decreto "potrà e dovrà raggiungere ulteriori traguardi". Fuori dalle polemiche fra le tre Confederazioni, il primo maggio è comunque un'occasione per fare un punto non pessimistico sulla situazione italiana. "Sintomi promettenti per l'economia" vengono segnalati dal presidente dei Cavalieri del lavoro, Alfredo Diana, mentre il presidente della Cida, il sindacato dei dirigenti d'azienda, Fausto D' Elia sottolinea che il sistema Italia "sta finalmente per uscire dal tunnel della crisi per agganciare il carro della ripresa economica".