LISBONA – Ho attraversato l' inferno di Lisbona, il suo cuore carbonizzato fra cumuli di macerie e di detriti, con i neri scheletri delle case ancora fumanti, le voragini dei sottosuoli squarciati, le colline di cenere e di rottami, l'interno dei magazzini Grandella trasformato in una orrida prigione di ferraglie contorte: un paesaggio metropolitano devastato come da un'esplosione o da una battaglia, annientato dall'ira sorda di un bombardamento.
Deserto ovunque: il rumore oggi è solo quello triste e insensato dell'acqua che sgorga a fiotti dalle tubature squarciate inutile pioggia sotto il sole rovente o che zampilla dal basso e alimenta la rovinosa fanghiglia dei detriti.
A Rua do Carmo i marciapiedi non esistono più. La strada commerciale che si slancia in salita da piazza del Rossio la piazza dove un tempo venivano bruciate le donne accusate di stregoneria e si disputavano le incruente corride portoghesi oggi è un desolato cimitero di palazzi. Montagne di mattoni, cumuli di lamiere, trappole di vetri, nuvole di polvere e di fumo. Dei grandi magazzini del Chiado non resta che la facciata annerita e corrosa, vicina a crollare, con la pensilina liberty di ferro battuto contorta dalle fiamme.
Un cordone sanitario e militare tiene lontano la gente da questo inferno e da questa morte: circolano soltanto i bombeiros – 1150 il loro numero esatto – i pompieri, e centinaia di soldati, i soldados da paz, e i parà col basco rosso come ai tempi della Rivoluzione dei garofani. A Largo de Boa-Hora, davanti al Tribunal Criminoso, sotto una grande tenda militare, è stato montato un ospedale da campo: ci sono barelle blu ormai vuote, bombole di ossigeno, un ufficiale medico dai tratti coloniali. Un giorno e mezzo dopo l'apocalisse urlano ancora le sirene, crollano i cornicioni, e ci sono fantasmi di palazzi che fumano ancora.
E' un infarto della città: non è morta la gente (fortunatamente c'è stata una sola vittima, e 41 feriti) ma è morto il suo cuore, il cuore della città. Tutta la memoria di Lisbona passa per il Chiado, per i suoi caffè frequentati da intellettuali, da artisti, da scrittori, da uomini politici, per le sue strade ombrose e antiche, per queste sue case che ora semplicemente non esistono più. E' distrutto per sempre il Museo del Disco Antico nella Casa Valentim de Carvalho, tutta la musica portoghese, il Fado racchiuso in quegli archivi fonografici cancellati in pochi istanti.
Distrutta per sempre anche la vecchia sede della Livraria Antica, con la tipografia in cui venivano stampate le opere di Fernando Pessoa. Cancellate la Casa Josè Alexandres, e la pittoresca Perfumaria da Moda, dove furono girati vari film e la Pastelaria Ferrari e la Casa Batalha, la più antica di Lisbona, l'unica che sopravvisse al terremoto del 1755. L'angolo fra Rua do Carmo e Rua Garrett è un crocevia di distruzione e di paura, con i ruderi e le facciate delle belle case settecentesche che minacciano di crollare se solo il vento, di sera, dovesse farsi più forte, mentre i pompieri, tutti col casco in testa, gridano attenzione, non avvicinatevi, è pericoloso.
E' qui che l'incendio ha infierito di più perché Rua do Carmo è isola pedonale, e le panchine, le grandi aiuole di cemento armato volute dal Comune, i lampioni piantati a bella posta al centro della strada per impedire l'accesso alle macchine hanno impedito l'accesso anche alle autocisterne e alle autogrù dei pompieri, rallentando enormemente lo spegnimento. E ora è polemica fra governo e Comune. Se Rua do Carmo fosse stata desimpedida, ha dichiarato il vice primo ministro Eurico de Melo, sarebbe stato assai più facile combattere le gigantesche fiamme.
Ed ora si combatte il rescaldo, il fuoco che sembra spento ma fuma ancora e potrebbe riaccendersi, attizzato dal vento che soffia dall'Atlantico. Ed altre polemiche, più gravi, si incrociano sulla già più volte denunciata mancanza di sicurezza nell'antico quartiere settecentesco che viene progressivamente corroso dagli incendi (22 soltanto in questo secolo): "Non posso certo dire che i palazzi del Chiado e della Baixa Pumbalina fossero in condizioni sufficienti di sicurezza, per il semplice fatto che non abbiamo una legislazione che le renda obbligatorie”, afferma il sindaco Krus Abecasis.
Nel consiglio dei ministri che si è riunito di urgenza è stata ancora una volta sollecitata una legislazione a proposito: ma se ne parla da anni, ed adesso è veramente troppo tardi. I quotidiani pubblicano enormi e dolorose fotografie, grandi come tutta una pagina, di gloriosi palazzi aggrediti da fiamme alte cinque piani e da macabre torri di fumo, e come titolo una sola parola, a caratteri cubitali: Adeus, addio. La gente reagisce a questa rovina in modo composto, con poche lacrime, più con forza d' animo celtica che con teatrale disperazione latina, e con molta amargura, con molta amarezza.
C'è orgoglio nazionale nelle parole del sindaco il quale dice sconsolato che "la perdita di questo gioiello del vecchio continente è irreparabile”, ma già pensa alla ricostruzione, “che sarà più rapida possibile, non verrà accettato alcun concorso d'appalto internazionale per questa area, perché questa area è dei portoghesi e noi abbiamo gli architetti per metterci all'opera”.
Il governo ha già annunciato sussidi straordinari per i disoccupati (quasi tutti impiegati e commercianti del quartiere, oltre duemila) e per i senzatetto e l' apertura di due linee di credito per la ricostruzione. La mobilitazione è generale, a ogni livello. Le squadre di calcio del Benfica e dello Sporting, e anche del Real Madrid hanno annunciato che giocheranno gratis per beneficenza. Vari gruppi politici stanno per presentare mozioni urgenti per ottenere crediti dalla Cee, mentre l'Onu ha chiesto al governo dati ufficiali sui danni per offrire un aiuto.
Già, ma quali sono i danni? Quelli materiali si aggirano, secondo le prime stime, sui 40 miliardi di scudi (360 miliardi di lire), ma ben più gravi sono i danni, le piaghe non quantificabili. Una catastrofe che poteva essere evitata, non ci si stanca di ripetere, tornando ad enumerare non tanto la luttuosa lista dei terremoti e dei maremoti (il più grave fu nel 1755, oltre 15.000 morti, definito da Voltaire il cataclisma più grande dell'umanità), quanto quella più attuale degli incendi che divorano la città.
Come già tante altre volte, anche questo incendio sembra di natura dolosa. Il principale sospettato era ma forse è ancora quel Manuel Martinz Dias, proprietario sia dei grandi magazzini del "Chiado” sia dei “Grandella” dove si è sprigionato il primo focolaio dell'incendio. Dias era stato arrestato nei giorni scorsi accusato di avere, tempo fa, dato fuoco ad un suo deposito per incassare il premio dell assicurazione. Ma è rimasto in prigione solo due giorni: pagata la cauzione, mercoledì sera è tornato in libertà. Poche ore più tardi, giovedì all'alba, i suoi due grandi magazzini sono andati in fumo. Per un po' Dias è stato irreperibile, tanto che si pensava fosse fuggito. Invece si è presentato a sorpresa, spontaneamente, alla polizia, accompagnato dai suoi due soci di minoranza e dal suo avvocato. E' stato ascoltato per due ore da un ispettore e poi si è allontanato in taxi. “Il mio cliente è del tutto innocente”, ha dichiarato l'avvocato.
"Il 24 agosto venne assolto il diavolo”, dice un proverbio portoghese. Ed il 24 agosto, vigilia dell'incendio, è stato messo in libertà Dias. Proprio quel giorno tra l'altro, se non fosse finito in carcere per quella vecchia vicenda, si sarebbe dovuta concludere la vendita dei suoi magazzini del “Chiado” ad un gruppo svedese. Si, è vero. Ci sono molte coincidenze diaboliche ammette l' avvocato ma ripeto che il mio cliente non ha niente a che vedere con questa lamentevole catastrofe.