Argentina, viaggio nei misteri del nuovo peronismo

Argentina, viaggio nei misteri del nuovo peronismo

R50/ Il 17 ottobre 1945 una massiccia manifestazione a Buenos Aires, guidata dalla Confederazione Generale del Lavoro e Eva Perón, si radunò in Plaza de Majo per chiedere la liberazione di Juan Perón, incarcerato quattro giorni prima dalle forze militari golpiste. È il Giorno della Lealtà, considerato il momento fondativo del partito ispirato al generale poi diventato presidente del Paese. Ecco un reportage di Sandro Viola, uscito il 9 ottobre 1987, in cui si racconta l’evoluzione politica del movimento

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BUENOS AIRES – La paccottiglia peronista calendari, distintivi, quadretti in cornici di latta è esposta in bell’ordine su due grandi tavoli. Peron in divisa, in frac, a cavallo. Evita con un abito di Christian Dior nel suo palco al teatro Colon, o in tailleur tra i “descamisados”. Evita e Peron al balcone della Casa Rosada, in orribili salotti coi telefoni bianchi, nei brefotrofi attorniati da orfani plaudenti. Sicché l' impressione, quando si giunge al quartier generale peronista nell’Avenida Belgrano, è quella di giungere dinanzi ad un santuario. Un uomo anziano è addetto alla vendita; e nei pochi minuti che resto nel portone in attesa dell’ascensore, tra il va e vieni dei militanti del partito, vedo che i santini giustizialisti si vendono come il pane.

Dopo un po' sono nello studio di Antonio Cafiero, il leader peronista che ha trionfato alle elezioni di settembre e che nell’89 salvo sorprese improbabili sarà il presidente dell’Argentina. Cafiero è considerato il capo dei renovadores, di quei dirigenti che a quanto sento dire da giorni stanno trasformando il movimento giustizialista, purgandolo dei "gangsters” che vi spadroneggiavano, della vocazione autoritaria, del folklore più indecente. Così, la mia prima domanda al nuovo governatore di Buenos Aires è pressoché obbligata: possibile, chiedo, che dopo tanti anni il peronismo vada ancora avanti con la sua mistica e i suoi santini, metà partito politico metà culto dei due Grandi Morti? Di quale “renovacion” si può parlare se ancora, e proprio sotto gli uffici dei “renovadores”, siamo al commercio delle immaginette? Un settantenne corpulento.

Alla mia domanda Cafiero s'infiamma subito. È un uomo sui settant’anni, corpulento, un’ombra di volgarità nei modi, la voce tesa di chi tenta di trattenere la collera. "Se lei crede”, risponde, “che per migliorare l’immagine del peronismo nella stampa europea io voglia rompere col passato, con le nostre origini, la nostra tradizione, si sbaglia di grosso. Io Peron non lo rinnego né lo rinnegherò mai. I partiti comunisti hanno forse cambiato nome? Si sono trasformati, certo, ma restano legati alla loro storia, che è poi la loro identità. E lo stesso è per il peronismo. In meno di quattro anni abbiamo eliminato i gruppi violenti, i vecchi metodi di propaganda politica, tutto quello che non s' adattava più alla nuova società argentina. Ma il partito peronista resta quello di sempre, la filosofia del giustizialismo non cambia....”.

La sortita di Cafiero, l’insistenza quasi rabbiosa sulla sacralità delle origini, non mi sorprendono. In questi giorni ero restato piuttosto scettico, infatti, dinanzi ai tanti discorsi che sento fare sul “cambio peronista”. Per quel che mi riguarda resto del parere di Borges, che diceva: “I peronisti non sono né buoni né cattivi. Sono incorreggibili”. Che è poi il parere del sociologo Juan José Sebreli, ai cui libri devo le due o tre cose che ho capito sull’Argentina. Sebreli, quando mi sente pronunciare l’espressione “cambio peronista”, si mette quasi a gridare: “Cambio? Ma quale cambio? Chi parla d’un peronismo nuovo, renovado, mi fa soltanto ridere. I peronisti non erano mai cambiati in quarant’anni, perché e come dovrebbero essersi trasformati quasi di colpo dall'84 a oggi? No: la visione, il progetto, la cultura del peronismo restano quelli di sempre. L'odio per il liberalismo, la passione autoritaria, e in economia idee così obsolete da risultare ormai grottesche....”.

Il massimo interrogativo al centro del "caso argentino”, oggi, è questo. Fidarsi o non fidarsi del peronismo, che dopo la sonante vittoria alle elezioni di settembre si presenta ancora una volta come la maggiore forza politica del paese. Io, l’ho detto, mi fido poco; Sebreli, e con lui molti altri intellettuali argentini, niente affatto. Certo, un cambio di stile c’è stato. Ma restano molti dubbi circa la profondità della trasformazione: se essa, oltre ad aver coinvolto il vertice del partito in cui i “renovadores” sono ormai maggioritari , potrà mai estendersi al corpo amorfo e smisurato del movimento. Estirparne quella che Sebreli chiama (citando Wilhelm Reich) la “peste emocional”: le radici irrazionaliste, l’impulso al delirio collettivo, la tradizione antidemocratica. Mi dice un alto funzionario della Casa Rosada, un tale che passa le giornate in continuo contatto con Alfonsin: “Sì, è vero, quando vado a pranzo con qualcuno dei renovadores avverto un cambiamento: il linguaggio è diverso, la mentalità sembra ormai democratica. Ma quando il partito o i sindacati peronisti organizzano una manifestazione qui davanti, davanti al palazzo presidenziale, il grido della folla è ancora quello di sempre: Salgan de la casa de Peron, via dalla casa di Peron. La massa dei militanti, voglio dire, non è tanto cambiata. È ancora convinta, dopo tutti i drammi argentini, che soltanto il peronismo abbia il diritto di governare il paese...”.

Devo precisare, tuttavia, che lo scetticismo sulla trasformazione del vecchio caravanserraglio peronista non è uno stato d' animo maggioritario. Maggioritaria, semmai, è l’opinione contraria. Quella secondo cui la mutazione è avvenuta, il partito ha ormai accettato le regole del gioco democratico, la sua nuova dirigenza è più interessata alla stabilità che alle fughe in avanti. Me lo sento dire da uomini autorevoli: Francisco Delich, per esempio, sino a poco fa ministro dell’Educazione nel governo Alfonsin; il senatore Solari Yrigoyen, che è uno dei leaders del partito radicale; il politologo Carlos Floria; lo scrittore Osvaldo Soriano. "Che ci sia una certa stabilizzazione del sistema - dice Soriano -à è indubbio, e lo si vede chiaramente in queste settimane. La vittoria peronista alle elezioni di settembre ha infatti creato una situazione di stallo. Il governo radicale non ha più la maggioranza in nessuna delle due Camere, e tutto il potere locale è in mano ai governatori peronisti. Il governo, in pratica, non governa più. Ebbene, in altri tempi su uno sfondo simile ci sarebbe già stato un golpe militare. E se oggi il golpe non si produce, è perché il mondo militare sente che anche l’opposizione peronista è interessata alla continuità democratica. Del resto, a pensarci, la trasformazione del giustizialismo non deve sorprendere. Il movimento ha sempre avuto una straordinaria capacità d' adattarsi al clima storico e agli umori del paese: nel '46 era fascisteggiante, nel '72 sembrò rivoluzionario, e adesso man mano che cambia la società argentina si va facendo democratico...”.

Anche fuori dell’Argentina, nel mondo politico europeo, quest’idea d’una reincarnazione del peronismo è di gran moda. A Buenos Aires c'è un traffico costante di democristiani italiani e tedeschi, decisi ad accogliere il giustizialismo "renovado” nell’orbita dei partiti social-cristiani; a bordo dell’aereo che mi portava in Argentina ho incontrato una delegazione degli uomini di Cafiero che tornava dall’aver conferito con Flaminio Piccoli, presidente dell’Internazionale democristiana, e con il vertice della Cisl; intanto la sezione argentina di Comunione e Liberazione dà una mano, avvicinando i sindacati peronisti alla Chiesa. Il tutto configura appunto una rigenerazione, una “normalizzazione” del fenomeno giustizialista: il declino del “movimento” così come l’Argentina l’ha conosciuto in questi quarant’anni (con la sua stomachevole confusione ideologica, la sua capacità d’esplosione demagogica, i suoi metodi totalitari), e l’affiorare d’un partito moderno. C’è bisogno di dire l’importanza che potrebbe avere per l’Argentina se fosse davvero in atto una simile mutazione? La comparsa cioè, insieme all’Union Civica Radical di Alfonsin, d’un altro partito democratico? Spiega Francisco Delich: “La patologia politica argentina aveva, in gran parte, una sola causa. L’incapacità di mediazione delle élites politiche, il continuo stato di scontro aperto, decisivo, all’ultimo sangue, tra gruppi al potere e opposizione. Tutte le volte che il peronismo non aveva governato, per esempio, il suo spirito di revanche lo aveva spinto ad ogni tentativo possibile di destabilizzazione, compreso l' appoggio ad un paio di golpes militari. Quasi che la vittoria del movimento, il suo affermarsi sugli avversari, meritasse qualsiasi prezzo, compreso il crollo dell’edificio istituzionale. Bene, ho l’impressione che nella società e nella politica argentine si sia verificata una svolta. Il partito peronista mi sembra ormai avviato ad una condotta democratica, la vita politica in generale si va depurando di molti dei suoi veleni...”.

Che dire? Il mio sforzo d' essere obbiettivo l’ho fatto, descrivendo quanto sia diffusa, anzi ormai maggioritaria, la sensazione che il peronismo non è più il mostro politico d’un tempo. Ma smettere di diffidare è difficile. Il vecchio movimento giustizialista non può essersi liberato del tutto, in appena tre anni, delle sue sbrindellate mitologie: “l’eterno retorno”, gli appelli ad un “destino de grandeza” che finivano regolarmente nel caos politico-economico, la partecipazione politica intesa quasi soltanto come convulsione delle masse. In fondo, il peronista che ho sentito più convincente è Carlos Grosso, il capo del partito a Buenos Aires, l’uomo dei contatti con le democrazie cristiane europee: “Il rinnovamento - mi diceva l’altra mattina a colazione - non poteva certo avvenire di colpo. Richiede tempo. Per ora siamo intervenuti chirurgicamente, abbiamo esportato il tumore: vale a dire i personaggi più loschi, la violenza interna ed esterna, gli assalti ad ogni tentativo di utilizzare nel partito il metodo democratico. Ma adesso comincia la chemioterapia, la parte più lenta e lunga della cura.... Giudizi superficiali Ho l’impressione, dice Carlos Floria, che dall’esterno si giudichi un po' superficialmente il decorso politico argentino. Si insiste molto, per esempio, sulla sua fragilità. Ora, è indubbio che il processo democratico resti fragile. Ma come potrebbe essere diversamente? L’Argentina ha conosciuto, a parte gli ultimi quattro anni, un solo periodo di democrazia pluralista: gli anni tra il 1916 e il '30. È soltanto adesso che vediamo emergere una classe politica meno arcaica, meno tribale. Sinora le continue intromissioni dell’esercito nella vita civile avevano impedito la formazione di élites dirigenti moderne e capaci. Insomma, un po' di tempo ci vuole.... E se nel frattempo i militari tornassero al potere? Risponde Floria: “Escludere l’ipotesi d’un golpe in un paese come l’Argentina, sarebbe evidentemente un azzardo. Ma è anche vero che, forse per la prima volta, il mondo militare si presenta in condizioni di notevole debolezza. I militari argentini sono divisi tra loro, il bilancio della Difesa non era mai stato così ridotto, e il prestigio delle Forze armate nella società ha toccato davvero il fondo. Né bisogna dimenticare che i golpes argentini avevano sempre ricevuto un appoggio, diretto o indiretto, dall’esterno, cioè a dire dagli Stati Uniti. E oggi di quest’appoggio non si vede nemmeno l’ombra...”.

Se gli argentini non sono pessimisti sul loro futuro, perché dovremmo esserlo noi? La scena, non c’è dubbio, è molto cambiata. Il ritorno peronista potrà essere inquietante, ma bisogna ammettere che il movimento non è più la corte dei miracoli che era: coi suoi boss sindacali armati di rivoltella, le ballerine di fila ascese alle massime cariche dello Stato, i finanzieri improvvisati, i padrini del potere clandestino, gli interpreti d' oracoli. Le caserme continuano ad essere agitate, ma la reazione di massa al tentativo "d’alzamiento” della Settimana santa, quando le piazze dell’Argentina si riempirono di gente che manifestava a favore del governo democratico, rende più vaga, più improbabile, l’ipotesi d’un altro “golpe”. Forse, come dicono molti argentini, bisogna dare tempo al tempo. Aspettare con calma e senza drammatizzare che il sistema democratico si consolidi. Il fatto è che il tempo, quando l' inflazione viaggia al ritmo del 100 per cento l’anno, pesa come un macigno.

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