Eugenio Scalfari. Vedi alla voce Scalfarismo

Eugenio Scalfari. Vedi alla voce Scalfarismo
(agf)
La forza dell’impegno e la leggerezza della scrittura. Ma anche la felicità dell’intellettuale in un Paese nel quale gli intellettuali sono infelici. Ecco la sua cifra inimitabile
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Cos’è lo scalfarismo? Comincia oggi, nel primo giorno di lutto, il gioco degli eredi che, secondo Eugenio, portava male perché ai cloni, che già con una tempesta di aneddoti ne raccontavano l’epica, preferiva gli avversari, «la gente con cui ci si intende quando ci si morde», e «solo da morto smetteranno di mordermi e io smetterò di mordere».

Ma cos’è lo scalfarismo? Sicuramente è la forza dell’impegno e la leggerezza dello stile. Ma è anche il carattere fermo che gli italiani non hanno. E, perché no, è la cultura liberale e libertina lontana dai sermoni di sacrestia e dalle scuole-quadri gramsciane. E non è forse anche il giornalismo come gioco d’azzardo, l’articolo di fondo come serissima gara ad alto rischio? Solo da morto, ci disse, l’aggettivo “scalfariano” prenderà il suo senso. E ce lo disse alla fine di un lungo pomeriggio quando, dopo avere attinto alla sua memoria come le donne che nella Civitavecchia della sua infanzia, da un lato il mare e dall’altro la Chiesa, attingevano coi secchi alla fontana, ci arrendemmo, Antonio Gnoli e io, al cazzeggio intelligente e acuto che è, ça va sans dire, “scalfarismo”.

[[ge:rep-locali:repubblica:347849907]]Ci mettemmo perciò a quantificare lo scalfarismo nei vivi e nei morti: noi facevamo il nome, ed Eugenio lo calava nell’Ordine delle Somiglianze, uno scandaglio delicato e sensibilissimo, uno strumento di ri-conoscenza, lo scalfarismo come arché del giornalismo italiano proprio come il ritratto di Antonello a cui tutti i ritratti somigliano

Cos’è dunque lo scalfarismo? Forse è un’idea d’Italia sempre minoritaria ma irresistibile. O forse è il romanzo italiano del secolo di carta. Oppure è la felicità dell’intellettuale in un Paese in cui gli intellettuali sono tutti infelici ed è la cosa che, nei nostri pomeriggi insieme, abbiamo desiderato di capire più di ogni l’altra: la sua felicità, misteriosa e irraggiungibile.

«Vorresti vivere per sempre?» gli chiedemmo una volta, sicuri che ci avrebbe risposto come rispondono tutti: «L’idea mi riempie di orrore». E invece lo scalfarismo era anche la voglia del “fine vita mai”, del testimone eterno, della vita da scrivere e soprattutto da far scrivere, dello spettatore-partecipe come nel Globe Theater di Shakespeare, il teatro rotondo dove attori e pubblico si scambiavano le parti senza mai confondersi.

E ditemi se non è stato anche questo lo scalfarismo, il lungo addio dell’attore e inventore di un’Italia dalla quale neppure la malattia riusciva a strapparlo. Ottimista sino all’ultimo respiro, avrebbe voluto uscire di scena ballando con Angelica Sedara, come il principe di Salina che «dopo il ballo si avvia per una strada buia e scompare. E porta con sé la nobiltà, la saggezza, la prudenza, l’autorevolezza, il potere come visione del bene comune». In una parola sola porta con sé lo scalfarismo.

E ci aprì il suo armadio come la porta per entrare nel mondo di Narnia, avventure e conoscenze fatte di stoffa, completi da pioggia, velluto a coste gialle, indumenti da gentiluomo di campagna…: lo scalfarismo era l’eleganza divertente e divertita, la vignetta di Forattini in prima pagina accanto alla coltissima prosa di Citati, la contaminazione dei generi che aveva ereditato dal padre e dal suo casinò di Sanremo, lo scopone scientifico e Pietro Mascagni, Benedetto Croce e lo smoking bianco, Italo Calvino e lo smoking nero. “Il pensiero danzante” chiamava Scalfari lo scalfarismo.

E frequentando l’Ordine delle Somiglianze scoprimmo che non solo lo scalfarismo era il mondo suo che divenne nostro, ma che in Italia non c’era giornalista che non si era fatto scalfariano, tutti come lui cacciatori di dettagli fuori mano e fuori scena per raccontare l’epoca. Con lui finì anche la grande ipocrisia dei fatti separati dalle opinioni. E a destra e a sinistra tutti si misero a raccontare l’economia, la famosa scienza triste, come il teatro di Goldoni. In pochissimo tempo i giornalisti italiani si divisero in due grandi categorie: quelli che lavoravano con Scalfari e quelli che volevano lavorare con Scalfari. E “mi vuole Scalfari” divenne quel che nel teatro era stato “mi vuole Strehler”. Al punto che lo scalfarismo fu persino la risorsa contro… lo scalfarismo.

Difatti il Corriere della Sera riprese il suo primato in edicola quando a dirigerlo Gianni Agnelli chiamò un direttore scalfariano, Paolo Mieli: «ha messo la minigonna a una vecchia signora» disse l’avvocato. E dentro quel Corriere (io ero lì) ci volle un po’ di tempo per capire che il mielismo, che è stata un’altra rivoluzione nel giornalismo italiano, era in realtà il figlio legittimo dello scalfarismo, dell’Espresso dove si era formato e di Repubblica dove Mieli aveva lavorato, la sua trasfigurazione in quel che restava della borghesia lombarda che Scalfari aveva spesso identificato con la razza padrona: «Il giornalista – spiegò Mieli – deve essere come un ascensore che va dai piani più alti ai bassifondi della politica, deve trattare gli argomenti leggeri con serietà e quelli più seri con leggerezza». Più scalfarismo di così.

E fu esplorando l’Ordine delle Somiglianze che nacque il capitolo “Io e Montanelli” nella biografia che gli dedicammo e che lui chiamava «il nostro libro, la mia autobiografia» (Grand Hotel Scalfari, Marsilio). Era la sola dualità che riconosceva, la mano destra e la mano sinistra del giornalismo del Novecento, il ghibellino bianco e il ghibellino nero, una folla di Scalfari e una folla di Montanelli, tutti veri, tutti falsi, tutti verosimili, tutti leggendari: «Lui con i suoi fantasmi Longanesi e Prezzolini, io con i miei Pannunzio e Benedetti. E benché ce ne dicessimo di cotte e di crude, siamo stati, a modo nostro, amici ed è vero che ci somigliavamo. Entrambi abbiamo fatto i conti con il liberalismo: lui da conservatore anarchico e io da radicale libertino, lui divulgatore di storia e io scrittore di filosofia». E chissà come sarebbe cambiata l’Italia se i due avessero fatto davvero quel giornale che Scalfari aveva pensato: «Un giorno pronunziammo entrambi la stessa frase: ti immagini noi due insieme?».

Era troppo presto per una simile pacificazione. Come ha detto Scalfari, i grandi protagonisti delle polemiche del tempo, quando passa quel tempo, non hanno conti da saldare. Rimangono gli stili delle loro vite come contributi alla biografia del giornalismo italiano della carta stampata, alla struggente bellezza di una professione in decadenza che ha in Scalfari il suo campione irripetibile. Ma lo scalfarismo è anche questo suo ultimo pensiero: «Non è la prima volta che vedo un’epoca chiudersi. So bene che non è un’operazione semplice come spegnere la luce, ma non sono sicuro che il futuro che si prepara non sia migliore del mio tempo». Lo scalfarismo è la luce che non si spegne mai.